Noa Pothoven, morta a 17 anni: Libertà e Suicidio tra Seneca a Leopardi

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Una ragazza olandese di 17 anni, Noa Pothoven, ha chiesto e ottenuto l’eutanasia, legale nei Paesi Bassi, dopo anni di sofferenze psichiche seguite a diverse violenze sessuali subite a partire dall’età di 11 anni. La giovane si è lasciata morire di fame, con l’assistenza medica necessaria per non soffrire, fornita da una clinica specializzata.

[Errata corrige: abbiamo abbassato la guardia e ci siamo fidati dei titoli di TUTTI i giornali italiani. No: l’Olanda non ha concesso l’eutanasia, Noa si è lasciata morire. Ci scusiamo per l’inesattezza.]

“Dopo anni di lotte, la lotta è finita. Ho smesso di mangiare e di bere e dopo difficili confronti è stato deciso che potrò morire perché la mia sofferenza è insopportabile”. “E’ finita, non ero viva da troppo tempo, sopravvivevo e ora non faccio più neanche quello. Respiro ancora, ma non sono più viva. Sono seguita, non ho dolore e trascorro tutto il giorno con la mia famiglia. Sto salutando le persone più importanti della mia vita”. Scrive nel suo addio, pubblicato postumo probabilmente dalla sorella su Instagram.

La prima reazione che ho avuto, leggendo il caso di Noa è stato un brivido. Sono favorevole all’eutanasia, e ritengo che i medici debbano essere formati, oltre che a curare, ad accompagnare a “morire bene”: dal greco “eu”, bene e “Tanatos”, morte.

Ma appunto: accompagnare, cioè aiutare qualcuno che già è su quella via, vecchio o malato, e risparmiargli anni di piaghe da decubito legato a una macchina che respira per lui o lei. Noa era giovane e il suo corpo era sano. Non lo era la sua mente – o anima, se vogliamo – stuprata due volte a 11 e a 14 anni. La cosa mi sembra diversa dal caso, per esempio, di Eluana Englaro, che viveva attaccata a una macchina.

Soffriva di depressione e di anoressia; ma per quanto acuta possa essere la depressione, credo, si può tenere sotto controllo con degli psicofarmaci e con un costante aiuto. Rimane cioè il dubbio che si sarebbe potuta accompagnare verso la vita, invece che verso la morte, e che quindi non si tratti di un caso di eutanasia quanto di un suicidio assistito; ed eutanasia e suicidio, non sono la stessa cosa. Ma la scelta era sua, liberamente si è lasciata morire. E allora darle assistenza per evitarle troppa sofferenza fisica, è un atto di umanità.

Stupisce, tra l’altro, che nessuno si sia chiesto chi siano gli stupratori. Lei non ha lasciato alcun indizio, non ne ha mai voluto parlare alla polizia perché sarebbe dovuta scendere in dettagli. Le hanno rubato la vita, e sono ancora lì, a piede libero. C’è un margine ampio di teorie: dagli stupratori protetti dall’alto, a uomini vicinissimi alla vittima – il che statisticamente non stupirebbe – la quale decide di proteggerli (e allora, la sorella anche sarebbe in pericolo!). Fino a immaginare addirittura che siano inesistenti, e che la malattia mentale della giovane vada ben oltre la depressione.

Semplicemente Noa aveva perso la voglia di lottare e ha preferito rinunciare alla vita. E ognuno ha il diritto di gestire il proprio corpo e la propria vita come vuole; mi pare giusto. Eppure rimane l’amaro in bocca, il dubbio che la soluzione non sia stata quella giusta, che la resistenza sia sempre possibile. Ma come posso saperlo io? Non lo so.

Tutto quel che posso fare, è riflettere sul latte versato, senza piangere.

Diceva Emil Cioran :

“Senza l’ idea del suicidio mi sarei già suicidato. Con ciò voglio dire che per me il suicidio è un’ idea positiva, che aiuta a vivere. Senza la possibilità di uscire dalla vita, questa sarebbe insopportabile”.

Apparentemente paradossale, questo spunto di Cioran è geniale. Ci sono alcuni fumatori che smettono, ma non buttano le sigarette. L’idea di averle nel cassetto, di poterle accendere se volessero, è rassicurante e dà la forza per non farlo in quanto libera scelta, e non in quanto imposizione. Qualcosa di simile, secondo Cioran, è l’idea del suicidio che aiuta a vivere.

Ci sono, a mia conoscenza, due posizioni principali e divergenti sul suicidio nella cultura occidentale. Quella degli stoici, e quella dei cristiani. Per questi ultimi, la vita è sempre un dono di Dio, cioè non ci appartiene e dunque non abbiamo il diritto di disporne secondo la nostra assoluta libertà. Nella Lettera sul suicidio che il filosofo stoico Seneca scrisse al suo Lucilio, invece, si ha una posizione opposta. In ventotto paragrafi, Seneca sviscera l’idea, tipicamente stoica, secondo la quale la vita non è sempre, di per sé stessa, degna di essere vissuta. Anzi, secondo la concezione etica tipica dell’élite romana, fortemente intrisa di stoicismo, ognuno è libero e deve sapere porre fine alla propria esistenza in una serie ben precisa di circostanze: quando, per esempio, si è afflitti da una malattia incurabile, nel caso del “taedium vitae” (espressione che potremmo quasi far corrispondere al moderno concetto di «depressione») o in tutti i casi in cui la dignità dell’individuo, o la sua libertà, sono definitivamente e senza speranza minacciate o stroncate. Questo aspetto dell’autodeterminazione del saggio – uno dei punti di divergenza più interessanti tra la filosofia stoica e il cristianesimo, per tanti altri versi invece assimilabili -, si rivela di grande attualità anche nell’odierno dibattito etico-politico. La posizione stoica, quindi, ha anche una portata politica, è un discorso sulla libertà, sulla possibilità di scelta e di azione.

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La legge eterna non ha fatto di meglio di questo: ci ha dato un solo modo per entrare nella vita, ma molte possibilità di uscirne” ; “non è un bene il vivere, ma lo è il vivere bene”. Questa è la posizione degli antichi, che Leopardi aveva ben compreso. Esiste quindi una terza posizione, che è quella delle Operette Morali.

Io so bene che non dee l’animo del sapiente essere troppo molle; né lasciarsi vincere dalla pietà e dal cordoglio in guisa, che egli ne sia perturbato, che cada a terra, che ceda e che venga meno come vile, che si trascorra a lagrime smoderate, ad atti non degni della stabilità di colui che ha pieno e chiaro conoscimento della condizione umana. Ma questa fortezza d’animo si vuole usare in quegli accidenti tristi che vengono dalla fortuna, e che non si possono evitare; non abusarla in privarci spontaneamente, per sempre, della vista, del colloquio, della consuetudine dei nostri cari. Aver per nulla il dolore della disgiunzione e della perdita dei parenti, degl’intrinsechi, dei compagni; o non essere atto a sentire di sì fatta cosa dolore alcuno; non è di sapiente, ma di barbaro. Non far niuna stima di addolorare colla uccisione propria gli amici e i domestici; è di non curante d’altrui, e di troppo curante di se medesimo. E in vero, colui che si uccide da se stesso, non ha cura né pensiero alcuno degli altri; non cerca se non la utilità propria; si gitta, per così dire, dietro alle spalle i suoi prossimi, e tutto il genere umano: tanto che in questa azione del privarsi di vita, apparisce il più schietto, il più sordido, o certo il men bello e men liberale amore di se medesimo, che si trovi al mondo. (G. Leopardi, Operette Morali)

Dunque, il suicidio sarebbe un atto di egotismo assoluto e di individualismo. In questo, forse, possiamo individuare una punta di cattolicesimo (in senso strettamente culturale, non religioso, sia chiaro) in Leopardi. Questa posizione mi piace perché mette l’accento sul collettivo invece che sull’individuale. Certo, abbiamo la libertà di suicidarci, ne abbiamo anche motivo e ragione di desiderarlo. Quel che dovrebbe fermarci non è il pensiero di Dio, ma l’idea di aumentare nei nostri cari, che come noi tutti già soffrono per il mero fatto di essere vivi. Lo stesso discorso, in ambito politico, che sviluppa nella Ginestra. Se tutti fossimo coscienti del fatto che a tutti, senza eccezione, “la vita è male”, allora avremmo più pietà e rispetto, meno violenza e sopruso.

In conclusione, non sono sicuro si possa davvero parlare di eutanasia, tecnicamente. Mi chiedo: Noa ha fatto una scelta di libertà, gestendo nella morte il suo corpo che era stato usato contro la sua volontà in vita? Oppure ha lasciato che la violenza prendesse il sopravvento, non ha fatto resistenza (cioè libertà) e quindi ha permesso a quegli stupratori di rubarle la vita completamente? Non lo so.

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