Proletkult: il perturbante di Wu Ming

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Wu Ming, Proletkult, Torino, Einaudi, 2018.
Wu Ming, Proletkult, Torino, Einaudi, 2018.

Il collettivo di scrittori Wu Ming ha pubblicato la sua ultima opera, Proletkult. Fino ad adesso, sono apparse già alcune recensioni al testo, tra cui quella analitica di Paolo Saporito, uscita per La Balena Bianca.  Poiché è già stato detto tanto da altri, allora mi concentrerò solo su alcuni aspetti, facendo convivere in me le due anime: quella di fan e quella di critico.

Facciamo un breve riassunto: Proletkult è ambientato in Russia, dieci anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Il personaggio principale è Bogdanov: figura centrale della Rivoluzione, che negli anni si è allontanata da Lenin e dai centri di potere, poiché teorizzatrice di una visione del socialismo diversa rispetto a quella che si è affermata. Per tale motivo, vive in disparte, in un centro di ricerca sul sangue a lui affidato (nonostante non sia un vero medico). Un giorno, in questo centro giunge una strana ragazza, Denni, che afferma di venire da un pianeta lontano, Nacun, sul quale il socialismo si è realizzato a livello globale. La ragazza è alla ricerca di Leonid, suo padre, uno dei pochi terresti che ha avuto l’onore di andare su Nacun. O, almeno, questo è ciò che dice Denni: di fatto, sembra essere una ragazzina dalla mente fragile, che ha preso per vero tutto ciò che è stato raccontato da Bogdanov in un suo romanzo, Stella rossa.

I Wu Ming, che si sono mossi sempre all’interno del romanzo storico, ne L’armata dei sonnambuli hanno inserito alcuni elementi della letteratura fantastica (qui riprendo il senso che Tzvetan Todorov ha dato a questa categoria). Nelle trame del fantastico, quando si cerca di dare una spiegazione ai vari eventi eccezionali di cui si legge, si oscilla sempre tra una spiegazione strana ma razionale e un’altra di tipo meraviglioso e soprannaturale. Tale ambiguità, inoltre, il racconto non dovrebbe mai risolverla, lasciando al lettore il compito di districarsi in tale enigma. Il magnetismo animale (la capacità di influenzare le menti altrui) descritto ne L’armata  sembra a volte avere i tratti di un forte carisma, altre volte qualcosa di magico. Lo stesso accade in Proletkult: ma, se ne L’armata il fantastico riprendeva atmosfere horror, il nuovo romanzo riprende atmosfere fantascientifiche. In Proletkult l’ambiguità è rappresentata da Denni, una figura che oscilla tra i sessi, che da una parte sembra essere un alieno giunto da un pianeta lontano e dall’altra una ragazzina dalla mente labile, profondamente influenzata dalla lettura di Stella rossa, il romanzo fantascientifico del protagonista della storia, Bogdanov (figura realmente esistita e sulla quale i Wu Ming si sono ben documentati).

A questo si aggiunge un’ulteriore caratteristica, forse quella che più distingue Proletkult dal resto della produzione dei Wu Ming: manca un vero antagonista. I romanzi del collettivo, da sempre caratterizzati da una miriade di personaggi, hanno sempre proposto dei “cattivi” di grande interesse: i conflitti, alla base della trama, traevano linfa vitale da questi tristi figuri. Inoltre, la conflittualità di questo romanzo è tutta vissuta in maniera intima: Bogdanov, vero punto focale dell’intera vicenda, ricorda eventi del passato in cui ha avuto modo di confrontarsi (e anche scontrarsi) con altri modi di intendere il socialismo. Tale idea, incarnata da Bogdanov, vive le sue contraddizioni proprio attraverso tali lotte interiori. Al passato si aggiunge il presente e questa ragazzina, Denni, che pone Bogdanov di fronte alle contraddizioni dell’ideale socialista che ha contribuito a edificare.

Unendo le due caratteristiche, si può dire che Denni è quella figura che non solo non ci fa capire se ci troviamo di fronte a un testo realistico (Denni è solo una pazza) o a un testo fantascientifico (Denni è un alieno), ma anche quella figura che ci impedisce di capire se sia effettivamente un personaggio amico o nemico. Il suo ideale socialista è una forma pura o una forma troppo idealistica e per questo pericolosa?

Denni è il punto resistente della storia: non la si inquadra e perciò resta aliena. È un’alterità che mette in crisi ciò che incontra. Ad esempio, in una scena Denni critica gli esperimenti sugli animali (p. 159) per la ricerca medica: infatti, come gli esseri umani si sentono in diritto di fare del male agli animali per preservare la loro specie, così i nacuniani (gli alieni di cui fa parte Denni) considerano utile sterminare gli umani per il bene della loro specie, più tecnologicamente avanzata. Allora, chi è Denni? L’angelo sceso dal cielo venuto ad annunciarci nuove possibilità etiche o l’Avversario da sconfiggere, che ci mostra il pericolo autodistruttivo di ogni idea portata alle sue estreme conseguenze? In questa sua “inacciufabilità” risiede la forza di tale personaggio, forza creatrice di trama (ciò che attira il desiderio del lettore) e al tempo stesso forza respingente (poiché annichilisce le credenze dei personaggi che incontra).

Questo, però, è anche un romanzo sulla “complessità”: non a caso, Bogdanov è il teorizzatore dell’empiriomonismo, una pratica filosofica molto simile alle teorie della complessità introdotte da Edgar Morin in ambito socio-filosofico. In sostanza, in entrambi i casi si concepisce il mondo come l’emergenza di numerosi fattori, che vanno studiati non tanto singolarmente, ma presi nel loro relazionarsi al resto del sistema. Quindi, maggiore importanza alla relazione rispetto all’oggetto, così come nel socialismo è più importante ciò che lega gli uomini che il singolo individuo. Ma, com’è noto, i sistemi complessi non possono essere né previsti in maniera precisa, né gestiti: quello che si può fare è calcolare alcune possibili evoluzioni del sistema o influenzare alcuni suoi aspetti, senza mai avere la certezza che si realizzerà l’effetto desiderato. Sistemi complessi sono il clima, il traffico, le società umane e anche il cervello. Studiarne le singole parti non porterà a nulla: ad esempio, studiare tutte le singole macchine nel traffico non ci dirà nulla sul traffico stesso, poiché a contare non è tanto l’individuo ma il suo essere insieme ad altri individui. La complessità va contro il determinismo, aprendo ogni scelta a un ventaglio di possibilità (ventaglio che, da notare, è comunque finito): per tale motivo Bogdanov entra in conflitto con la visione dirigistica di Lenin, fiducioso nella possibilità di cambiare gli eventi attraverso azioni ben precise.

In tutto ciò si può osservare quello che i Wu Ming, in maniera più o meno esplicita, hanno sempre cercato di mostrare: gli eventi sono qualcosa di complesso, mettono in gioco un gran numero di fattori: personaggi, modi di vedere il mondo, luoghi, oggetti, pensieri. In Proletkult, tale complessità struttura anche l’intimità: ciò che è di più nostro, in realtà, scaturisce dall’incontro di più influssi. Ogni soggettività è l’emergenza delle tante soggettività incontrate nella vita. Ogni nostro pensiero è frutto di una dialettica interna, in cui l’altro giunge alla memoria per mostrarci che c’è sempre un altrimenti. Si può dire che tale romanzo sia un grande discorso platonico, in cui le vicende non sono nient’altro che scuse per creare situazioni in cui il socialismo si cala nella qui e ora della situazione narrativa per confrontarsi con i suoi lati oscuri, le sue contraddizioni, i suoi limiti.

La narrativa, quindi, è lo strumento che trasferisce l’ideale dal suo linguaggio astratto a un linguaggio più concreto. Per evidenziarne le falle, saggiarne i limiti: farci i conti, insomma. Tale desiderio di “incarnare” l’ideale viene rappresentato al meglio dalle pratiche di Bogdanov legate al sangue: infatti, egli è convinto che, se si trasferisce del sangue da un giovane a un vecchio e viceversa, si permetterà all’ultimo di riguadagnare vigore e al primo di aumentare la propria saggezza. L’ideale della condivisione portato ai suoi estremi, in cui la cosa più propria, il proprio sangue, viene condiviso affinché tutti possano trarne giovamento.

Wu Ming, New Italian Epic, Torino, Einaudi, 2009.

Il punto è che quando l’ideale cala nella realtà, a volte, lo fa col piede pesante, facendo danni. A questo punto, a chi non avesse letto ancora il romanzo, chiederei di fermarsi qui. Continuando con la lettura si incapperebbe in uno spoiler abbastanza importante. Per gli altri: Bogdanov viene portato alla morte dalla sua stessa pratica, poiché non era a conoscenza che oltre ai gruppi sanguigni, un altro valore avrebbe potuto determinare un rigetto: l’RH (o, almeno, ciò viene fatto presagire dal testo). E muore per donare il suo sangue a Denni, questa figura “altra” che mette a dura prova l’ideale comunista, confrontandolo con un’esperienza “aliena”. Apparentemente, tutto ciò sembra il tentativo di rappresentare un simbolico passaggio di consegne: la vita del vecchio rivoluzionario sacrificata per la giovane. Eppure, a parer mio, i Wu Ming, attraverso Denni, hanno voluto mostrare i pericoli del loro “sguardo obliquo”: principio professato nel loro New Italian Epic, il concetto ha espresso la volontà da parte del collettivo di osservare eventi noti sotto un angolo visuale eccentrico e per questo capace di vedere sotto nuova luce quanto già saputo (o si credeva di sapere). Insomma: il loro punto di forza critico, ciò che ha reso così affascinanti tutti i loro testi. Ma, con Proletkult, vanno oltre: mettono in mostra i rischi dello stesso sguardo obliquo. Portato agli eccessi, ci si ritrova di fronte all’aliena Denni, la quale affascina, (anche per la sua “fragilità” che ispira pietà negli altri personaggi), ma che di fatto porta in sé i “germi” di una nuova malattia. E non è un caso che Denni condivida con un altro personaggio (il suo presunto padre) tali “germi”: Leonid, vero e proprio motore della trama (si può dire che l’unico vero intrigo presente in Proletkult si fondi sulla ricerca di tale personaggio) che, alla fine, si rivelerà essere un esponente della polizia segreta, dedita a mantenere l’ordine all’interno del nuovo stato. Furono Horkheimer e Adorno a mostrare, nel loro Dialettica dell’Illuminismo, che il totalitarismo poteva essere considerato il frutto di un portare alle estreme conseguenze il razionalismo difeso dall’epoca dei lumi (basti pensare all’efficiente macchina di distruzione dell’altro, in quanto ebreo, disabile, rom, omosessuale, dissidente politico, slavo, ecc. del nazifascismo); lo stesso potrebbe essere detto di Denni e Leonid: il primo è l’idealismo estremo vissuto con passione e purezza, il secondo è l’idealismo vissuto con rigore disciplinare. Il primo conduce, come la stessa Denni dirà, a un desiderio di progresso pressoché infinito e per questo autodistruttore (Nacun, il pianeta dal quale Denni crede di venire sta morendo per via dell’esaurimento delle sue risorse); il secondo a una repressione che si trasformerà in una vera e propria malattia autoimmune dell’Unione Sovietica. E Bogdanov, l’uomo che ha sviluppato la tectologia, di fatto, muore quando nel suo sangue viene iniettato quello di Denni: l’uomo della complessità, l’uomo che cala l’ideale socialista all’interno della situazione, dell’ambiente, delle relazioni tra cose e uomini, rigetta quell’eccesso di idealismo rappresentato da Denni.

La morte di Bogdanov è una morte tragica, poiché il suo è stato un tentativo per uscire da un certo cinismo realista e lasciarsi andare alla lucentezza dell’ideale di Denni. Eppure, era quel suo sguardo lucido sulle cose ad averlo mantenuto in vita, quel suo agire consapevole del fatto che non si poteva ottenere la totale realizzazione del proprio ideale.

Denni, così come il magnetismo de L’armata, è il perturbante di tale romanzo: crediamo di vedere in lei qualcosa di familiare, di accogliente, capace di fornirci una via verso un luogo migliore, ma invece nasconde qualcosa di storto, di divergente, che ci pone di fronte all’inquietante e allo strambo, se non proprio al pericoloso.

Proletkult è un romanzo che guarda più ai dialoghi filosofici e allo scontro dialettico che agli intrighi mozzafiato ai quali ci avevano abituato i Wu Ming. Anche il linguaggio ne risente, poiché qui i Wu Ming rinunciano a ogni forma di sperimentalismo linguistico. Non ci sono più passi come quelli della voce narrante de L’armata o nella seconda parte di Manituana. Il significato deve essere più interessante del significante, e quindi si opta per una lingua chiara e non estetizzante. Un romanzo molto riflessivo, ma che rinuncia ai passaggi saggistici degli “assoli” di Wu Ming 1 (penso ai suoi Point Lenana, Cent’anni a Nordest, Un viaggio che non promettiamo breve) al fine di trasformare il concetto in scena.

Si può dire a pieno titolo che sia il romanzo più inquietante di Wu Ming: nei vecchi romanzi era facile schierarsi dalla parte di qualche personaggio o provare entusiasmo per uno di essi. Qui, invece, ogni qual volta si tenta di parteggiare per qualcuno si viene respinti: il lettore vaga alla ricerca di un appiglio, ma trova solo ulteriori dubbi e conflitti irrisolti. Ed è anche assolutamente impossibile schierarsi contro qualcuno: non c’è alcuna sconfitta catartica del cattivone di turno. Non è un romanzo che lascia insoddisfatti, ma propriamente un romanzo sull’insoddisfazione (d’altronde, Leonid, cercato per l’intero romanzo, una volta trovato, si rivelerà essere un personaggio molto meno interessante rispetto a quanto previsto e desiderato dagli altri personaggi). Ma cosa spinge di più l’uomo a pensare della percezione che qualcosa non va?

 

Gerardo Iandoli

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