Cosa pensa un europeo della sinistra americana

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Da poco meno di un anno, per lavoro, mi sono trasferito negli Stati Uniti. Sono partito con un bagaglio importante di pregiudizi, in buona parte dovuti al fatto che per formazione e per sensibilità personale, sono uno che tende a sinistra. Mi piace definirmi anarchico, sempre cosciente che “l’utopia serve a camminare”, e comunque, come dice giustamente il nostro filosofo Errico Malatesta, l’anarchismo è per definizione socialista. Ho letto Gramsci, qualcosina di Marx, la scuola di Francoforte e qualche altro. Non sono né un politologo né un militante. Semplicemente, riconosco come miei certi valori più di altri (per esempio, antepongo la solidarietà al patriottismo), riconosco certe idee del novecento come ancora valide, anche se necessariamente da modificare. Credo ancora che la nozione di “classe” si possa applicare in buona misura al mondo di oggi. Non sono nemmeno un rivoluzionario, nel senso che non rinnego in toto, in maniera dogmatica, la tradizione. Ne riconosco però i difetti e ritengo che la tradizione cambia per definizione. Ma insomma: sono certamente catalogabile come uno più o meno di sinistra. Uno così, europeo, inevitabilmente parte carico di pregiudizi quando va negli Stati Uniti, per quel poco che ne sa. Il paese del “in god we trust”; delle armi si, ma sanità pubblica no, della libertà di religione per tutti ma accesso all’istruzione limitato dalla ricchezza, dove c’è gente che davvero crede nel creazionismo, dove ci sono cattolici estremisti inimmaginabili persino in Vaticano e altre nuove superstizioni del tutto ridicole.

Scoprendo la cultura americana, però, quello che mi ha colpito di più è la loro sinistra. Non mi stupisce cioè che Trump dichiari che “l’America non sarà mai un paese socialista”, perché so che per loro socialismo è una parolaccia, mentre da noi è semplicemente riconoscere valori che, va bene, tendono a sinistra, ma sono riconosciuti da tutti come accettabili, anche a destra. Mi stupisco invece, e tanto, il discorso della sinistra americana che alle mie orecchie, formate su Gramsci per la teoria e sulla storia del nazifascismo per la pratica, suonano a dir poco di estrema destra. Una cosa che ha dell’incredibile. Di fatto, se in Europa sono di sinistra, in America sarei preso per un repubblicano: ma non sono io a cambiare, è il loro discorso a essere rovesciato rispetto all’Europa.

In particolare, l’ossessione che hanno gli americani per la razza e per il sesso. Una vera e propria ossessione. Per quanto riguarda il sesso, è facile vedere le radici del bigottismo americano nella morale protestante puritana. Ma non è facile capire che questa morale abbia incontrato movimenti di liberazione sessuale, primo fra tutti il femminismo, per dare vita a una sorta di paura per il sesso mascherata da politicamente corretto. Basta per mandare in tilt le mie coordinate ideologiche.

Per la razza, il discorso si fa un po’ più vago per me, ché conosco molto poco la società e la storia americana. Ma comunque, è chiaro che buona parte del problema nasce dalle tensioni mai sopite che dallo schiavismo vanno al KKK. Gli americani hanno una vera ossessione per la razza. L’ho visto personalmente: mi hanno chiesto la mia razza almeno 5 volte in poche settimane, quando sono arrivato, e ho cominciato a fare tutte le manfrine burocratiche. Ho dovuto dichiarare la mia razza, e il mio orientamento sessuale nella mia candidatura universitaria, per aprire un conto in banca, per il questionario di immigrazione … Una volta arrivato, ho dovuto OBBLIGATORIAMENTE seguire una sorta di corso online in cui mi si spiegava che la violenza sessuale non si fa. Sentendomi più di una volta offeso non solo nella mia intelligenza, ma anche nella mia dignità di essere umano, e la dignità della donna descritta come un oggetto incapace e bisognoso di protezione, ontologicamente vittima. Il femminismo nostrano è tutto diverso.

Di fronte a certe idiosincrasie ripetute fino alla nausea, tu europeo, non puoi non pensare: chi parla sempre di razza se non i razzisti? Chi è ossessionato dal sesso se non i bigotti? E infatti, non ho mai sentito così tanti stereotipi come negli Stati Uniti, dalla bocca degli americani escono stronzate che mi sembrano del tutto paragonabili al nostro “non sono razzista ma…”: i bianchi sono, i neri sono, le donne sono, gli uomini sono, gli asiatici sono. Non riescono a non catalogare le persone secondo categorie biologiche.

In Europa, solo i razzisti e gli ignoranti parlano così; invece in America è l’intero discorso della sinistra più estrema (per i loro standard) che sembra basato su generalizzazione e stereotipi. Basti pensare alla nozione di appropriazione culturale che circola da loro. I razzisti in Italia (e in Europa) dicono che un nero non può essere italiano perché è nero. Si tratta del fondamento stesso di chi, come l’attuale governo, rifiuta l’idea dello jus soli; ignoranza come minimo, analfabetismo di ritorno, confusione tra biologia e cultura. La sinistra da noi – e in realtà la scienza genetica e la storia del razzismo – dice che le razze non esistono; cristallino. In Francia addirittura è considerato razzista pronunciare semplicemente il concetto-parola di “razza”: ti prendono per ignorante (ignori ciò che la scienza dice) nella migliore delle ipotesi.

In America, le persone credono davvero che la razza (e la sessualità) sia qualcosa che ti rende ciò che sei, che sia parte della tua identità, a dispetto della tua formazione culturale, della lingua che parli, dell’educazione ricevuta. Se da noi non conta il colore della tua pelle, ma conta che lingua parli, in che valori credi, in America, è proprio dalla sinistra che viene l’idea che i neri abbiano una propria cultura, separata da una cultura bianca (separata: e la parola apartheid appare magicamente nella tua mente di europeo). Da questa considerazione nascono le leggi razziali, mi insegna la mia storia di italiano. Ma qui, è la sinistra a dirlo; anche se poi, invece di bruciare tutti come farebbero quelli del KKK, arriva alla conclusione che bisogna rispettare tutti. Ma un rispetto assai bizzarro e paternalista, tutt’altro che di sinistra cioè. Nasce così l’idea che quelle culture non debbano essere mischiate, che esista una musica per i neri fatta dai neri, di bianchi per i banchi, di LGBT per LGBT eccetera. Non vorrai mica macchiarti di appropriazione culturale? E allora: nominatemi una sola cultura nella storia che non è mista e che non ha ricavato dal miscuglio una ricchezza. Il concetto di purezza, culturale e razziale non era fascismo? anzi peggio: nazismo?

Non qui: qui al contrario è porta la maschera moralizzatrice, e quindi dal retrogusto religioso, della giustizia sociale. Non riesco davvero a capire. O meglio, sono loro che non riescono davvero a capire. è da questi errori politici e ideologici evidenti per chiunque abbia letto anche vagamente il pensiero della sinistra storica, come questi sproloqui sfociano in un politicamente corretto degno del miglior Orwell: terrore per il diverso tanto acuto da unificare gli opposti in un pensiero unico, come nella neolingua, come accaduto di fatto al femminismo sessuofobico che vuole censurare l’arte nei musei. Questa ideologia, che per molti qui è marxismo, al contrario non è affatto di sinistra.

Si pensi alla nozione del white privilege, il privilegio dei bianchi. Secondo la sinistra estrema americana, esiste un razzismo sistematico e istituzionalizzato contro chiunque non sia bianco. Può anche darsi, non conosco la società americana abbastanza da saperlo. Ma, mi faceva notare un conoscente afro-americano, bisogna notare come gli asiatici non si lamentano di questo privilegio, e riescono con il duro lavoro (ah, il sogno americano) ad arrivare agli strati più alti della società. Secondo lui, il privilegio bianco, che pur esiste, andrebbe di molto ridimensionato, e buona parte dei problemi della comunità nera sono dovuti ai comportamenti degli stessi neri. C’è in effetti un pezzo molto famoso di Chris Rock che, ironizzando ma toccando una questione reale, divide i neri americani in black people, quelli normali, e i niggaz, quelli che se li guardi tirano fuori la pistola e la tengono storta.

Per altro, essendo io bianco, non posso dire in nessun caso la parola nigga. Capisco le cause storiche, ma vietare, anche se non istituzionalmente, l’uso una parola (peraltro usata in tutte le canzoni rap americane che circolano nel mondo e che anche io ascolto) a una categoria di persone, al di là del contesto, mentre altri hanno il privilegio di usarla a volontà… eh, a un europeo (a un italiano) puzza ancora di fascismo. Capisco: è un insulto, e non la direi comunque, come non direi stronzo in Italia. Ma nessuno mi impedisce (a causa del colore della mia pelle poi!) di dire stronzo in Italia. E anzi, a ben pensarci, lo posso dire e lo dico agli amici, e in quel contesto non è affatto un insulto, ma il suo contrario. Chi come me è romano, capisce come la parolaccia possa essere usata in modi molto diversificati. Ovviamente il discorso è un po’ più complesso, trattandosi non semplicemente di un insulto generico, ma a sfondo razziale. Quindi è de tutto comprensibile che i neri americani se ne siano appropriati (Stuart Hall scrive in proposito alcune osservazioni interessanti) per rivendicare il proprio orgoglio. Mi rendo conto cioè che la questione è ben più complessa del “mortacci” romano, forse avvicinabile al “terrone”, ma comunque guardando la società americana dall’esterno rimango comunque perplesso. Resto attaccato all’idea che una parola in sé non è nient’altro che una parola, e che assume un significato diverso ogni volta che viene usata a seconda del contesto, del tono eccetera.

Ad ogni modo, esiste il fenomeno dei cosiddetti White trash, negli Usa, i bianchi-spazzatura. I Redneck. Sono una classe molto numerosa di bianchi campagnoli, ignorantissimi, che popolano l’entroterra. Chiunque, anche in Europa, ha l’immagine del buzzurro americano bianco, con salopette di jeans a pelle e spiga in bocca, magari strabico e sdentato, innamorato del suo fucile a pompa. Questi bianchi campagnoli sono, credo, il corrispettivo dei Nigga urbani nei quartieri ghetto di New York e altre città. Ora: secondo certa sinistra americana, questi poveracci bianchi sono privilegiati rispetto all’ex presidente Obama. C’è chiaramente qualcosa che non quadra, un errore di fondo piuttosto grave. Una lettura di sinistra vera, rende il tutto molto più chiaro: non è il colore della pelle, ma il denaro, a renderti privilegiato. E’ vero in tutti i paesi capitalisti, lo è ancora di più in America. Obama, o un nero ricco (ce ne sono) negli Stati Uniti ha accesso a una migliore istruzione e a migliori cure di un redneck qualsiasi. La questione mi pare oggi come un tempo, da noi come da loro, la classe economica. Molto più che razziale. I redneck sono violenti, ubriaconi, razzisti eccetera. Certo: come sempre il popolo, come sempre gli ignoranti. Non perché bianchi, non perché neri, ma perché poveri. Questo è quel che pensa la sinistra.

Ancora, va sottolineato che il politicamente corretto (che di base, essendo io di sinistra per gli standard europei, non rifiuto affatto) è oggi l’ideologia dominante negli Usa. Socialmente, è giudicato malissimo – anche sotto l’amministrazione Trump – chi faccia atti e pronunci parole esplicitamente razziste o sessiste. Neanche per scherzo, non importa il contesto (mi rendo conto che questo mio attaccamento al contesto può essere visto come un elemento cattolico, vedi la casuistica gesuita, il che mi rende incomprensibile la morale protestante). Io credo che non ci sia un solo americano bianco che oserebbe, oggi, pronunciare la N-word in pubblico. E allora, ci si chiede: se siamo tutti d’accordo che discriminare per la razza o l’orientamento sessuale è qualcosa di ingiustificabile e condannabile moralmente, dov’è il razzismo istituzionalizzato? Come l’omicidio: non esiste nessuno che pensa davvero che sia giustificato, o lo stupro. Il fatto che omicidi e stupri avvengano lo stesso non è una ragione sufficiente per parlare di cultura dell’omicidio o dello stupro (la rape culture è un altro dogma sinistro americano che mi lascia molto perplesso).

E così, uno di sinistra, europeo, non può non vedere in queste divisioni e etichettature delle persone secondo razze e sessualità, non fa che generare odio reciproco e divisione nelle classi povere, in modo che i “padroni” (anacronismo?) di qualsiasi razza possano sorseggiare tranquilli il loro champagne californiano. Insomma, il discorso della sinistra americana non fa che ripetere e rafforzare le ingiustizie sociali, che sono ingiustizie economiche gigantesche, in un paese come gli Stati Uniti. Agli occhi di un europeo di sinistra, la sinistra americana è al limite del fascismo.

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