Alexis Nouss – Il migrante come nuovo soggetto politico. Per liberarsi dalla logica della gestione umanitaria.

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Traduciamo in italiano un’intervista al professor Alexis Nuselovici apparsa sulla rivista francese Ballast. Il professor Nuselovici, autore de La condition de l’exiléha sviluppato la più profonda e importante riflessione sulle questioni della migrazione attuale. Per questo ci sembra importante diffondere le sue idee.

Uscire dal solo campo lessicale della solidarietà, dell’ospitalità e dell’accoglienza per pensare le migrazioni sul terreno della politica, e non più della « morale », dell’ « umanitario » o della « gestione » : si tratta della proposta di Alexis Nuselovici, professore di letteratura comparata, titolare della cattedra « Exil et migration » al Collège d’études mondiales di Parigi e autore de La Condition de l’exilé.

Come uscire dal discorso attuale sui « migranti », ridotti alla sola dimensione umanitaria ?

Alexis Nuselovici (Nouss)

Il problema della migrazione è un problema politico. Quel che è in gioco nei fenomeni migratori contemporanei – che mi sembrano in rottura totale rispetto alle migrazioni anteriori – tocca l’insieme delle problematiche sociali: la demografia, il lavoro, la cittadinanza, lo jus soli, la territorialità, l’economia, il neoliberalismo ecc. Così come il movimento ecologista ha avuto l’intelligenza di porre l’ecologia come un dato politico globale e non semplicemente come un dato morale o etico, la migrazione oggi in Europa mette in luce tutti i malfunzionamenti sociali, che sia a livello del vivere insieme, dell’integrazione, dell’appartenenza, della sottomissione ai diktat dell’economia neoliberale. La migrazione supera la semplice dimensione sociale per diventare un fenomeno pienamente politico. Ora, i poteri e i governi, non volendo accordargli questa dimensione, utilizzano un lessico della gestione: “gestiremo la crisi migratoria”. La migrazione non è affatto in crisi – i migranti non smettono di arrivare e non smetteranno. Tutti gli esperti di demografia lo attestano, che si tratti di ragioni economiche, politiche e climatiche. I governi europei si rifiutano di vedere la dimensione politica,  e questo permette loro di evitare il dibattito e di disarmare ogni opposizione riducendo il tutto a una questione umanitaria. La situazione è estremamente grave – smettiamola di utilizzare come una litania il solo lessico della solidarietà, dell’ospitalità, dell’accoglienza.

C’è un nuovo soggetto politico : è il migrante. Così come nel XVIII secolo si affacciava un nuovo soggetto politico che era il cittadino. La Rivoluzione francese è prima passata attraverso un immaginario politico che ha disegnato la figura del cittadino in quanto nuovo soggetto politico; è solo in seguito che gli eventi hanno permesso a questo nuovo soggetto politico di essere riconosciuto in quanto tale. Lo stesso accade oggi con il migrante. La Convenzione di Ginevra che era pensata in una logica individuale in cui si trattano le situazioni caso per caso, non può portare altro che malfunzionamenti quando si hanno centinaia e centinaia di dossier da trattare. Per quanto sia fondata, sia filosoficamente che giuridicamente, la sua messa in atto è in panne. Bisogna passare a un’altra concezione di cosa significhi aprire – non dico “accogliere” a posta – le nostre società a coloro che vengono.

LEGGI ANCHE: La nostra intervista a Alexis Nuselovici, del 2017

In effetti è spesso un ritorno al rispetto della Convenzione di Ginevra che si alzano le voci che denunciano le politiche europee attuali. Lei contesta la territorialità propria alla concezione di asilo avanzata dalla convenzione : che cosa vuole dire con questo ?

La nozione attuale di asilo, anche se è una nozione giuridica, ha un substrato morale, interpretabile e arbitrario, che non si può negare. Si dà o accorda asilo a colui che viene, all’individuo che non ha più un territorio, secondo delle connotazioni morali. In Notre-Dame-de-Paris, invece, l’asilo appare come una sorta di Jus Soli : il luogo dà asilo – metti piede in un luogo, come Esmeralda nella cattedrale, e ottieni asilo. Esci da quel luogo e, troppo tardi, il diritto d’asilo è sospeso… Sappiamo come va a finire la storia di Notre-Dame-de-Paris. Questa neutralità nella concezione dell’asilo è particolarmente interessante. Un luogo non pensa e questa neutralità non è moralizzata. È anche una certa neutralità della politica: ci sono dei soggetti e questi soggetti devono vivere insieme, ed è loro responsabilità trovare le regole di un vivere insieme che non è presupposto. La democrazia, si inventa e, come diceva Claude Lefort, [1] il suo motore gira a vuoto. C’è qualcosa che non è presente – uno spazio prima occupato dalla persona del re, per esempio – e che esige che la democrazia si reinventi senza posa e trovi le regole del vivere comune. L’arrivo dei migranti ci impegna nel reinventare la democrazia intorno a questo nuovo soggetto che è il migrante.

Sarebbe a dire ?

Alexis Nouss – La condition de l’exilé

Lo Stato-nazione è territoriale. Sin dal trattato della Pace di Vestfalia gli Stati nazione hanno non soltanto bisogno di un territorio per vivere, nutrirsi ecc. ma anche per essere definiti. Definiti da una frontiera. Ora, viviamo in un regime politco-sensibile, per parafrasare Rancière, che ignora la territorialità. Economicamente, tecnologicamente, la frontiera non esiste più. Con alcune eccezioni come lo Spazio Schengen in Europa, le zone di influenza politica ignorano totalmente le frontiere. Trumo o Putin ignorano del tutto le frontiere per stabilire le loro zone di influenza. Il fenomeno migratorio è, da parte sua, ancora affrontato secondo questa logica delle frontiere. E completamente aberrante, ed è precisamente perché si fa resistenza al pensare la migrazione al di fuori dei parametri della frontiera che c’è crisi – e un deficit del pensiero.

Lo scrittore Patrick Chamoiseau dice : « Bisogna considerare ogni apparizione di barbarie come un consumarsi dell’immaginario dominante. Un disseccamento dei sistemi di rappresentazione, che siano individuali o collettivi »

C’è sempre una forza utopica che permette di rilanciare il pensiero politico… Solo che la Storia non aspetta che la politica si rinnovi. Attualmente, la Storia ci intima di reagire politicamente, non di riarmare utopisticamente dei dispositivi politici ma di trovare subito un’altra politica. “Un altro mondo è possibile”. Dove ? I movimenti alternativi non rispondono. Si, le forze utopiche sono adatte a creare nuovi dispositivi politici per uscire dall’impasse. Nuit debout, Occupy ecc. si sono probabilmente proiettati in un futuro utopico. Ma, in un certo senso, c’è bisogno di una utopia al presente – il che è paradossale, ovviamente. La Rivoluzione francese è stata una utopia al presente: bisognava farlo, di tagliare la testa al re! Questa bestemmia assoluta fu il frutto di una precipitazione, di una accelerazione in un processo storico. I movimenti alternativi che ho appena citato si sono fermati a metà strada: hanno tenuto tutte queste assemblee democratiche, nel senso forte del termine, ma non hanno saputo produrre né progetto né programma per rispondere all’attualità. Quando c’è urgenza politica – il che è evidente nel caso dei migranti in cui centinaia di persone muoiono regolarmente nel Mediterraneo e nel deserto africano – bisogna produrre una risposta. Pensare il politico, significa anche pensare coloro che non hanno la fortuna di vivere questa dimensione del politico. All’indomani della guerra, l’Europa ha potuto ricostruirsi perché era uccisa di milioni di morti – ed è anche per loro che ha reinventato qualcosa. Dimentichiamo troppo spesso che la Storia si fa anche in funzione della memoria di coloro che non sono più qui. Dall’anno 2000, più di 32.000 persone sono morte alle porte dell’Europa ; a queste bisogna aggiungere i 32.000 morti del Sahara e le giovani donne e i bambini passati per le reti di prostituzione e tratta degli schiavi. È anche in nome di tutti questi che si deve fare politica, quel che Walter Benjamin chiama la “memoria dei vinti”. La politica non deve farsi soltanto attraverso la memoria dei vincitori. L’Europa si è ricordata dei morti della Seconda Guerra Mondiale, ma dimentica quelli di oggi. È importante avanzare urgentemente una nuova proposta politica, che passi in particolare attraverso un nuovo diritto della migrazione fondato su quel che ho chiamato il «diritto d’esilio». La Convenzione di Ginevra deve essere riconsiderata: bisogna sperare che dei giuristi ci lavorino.

Dobbiamo vedere nella sua critica della territorialità un’eco alle critiche libertarie dello Stato-nazione in quanto tale ?

Abolire lo Stato-nazione, mi sembra che l’Europa l’abbia fatto, virtualmente o simbolicamente, nella misura in cui il diritto europeo prevale sul diritto nazionale. Ma resiste, forte delle sue prerigative giuridiche e territoriali. Non so se bisogna abolire in quanto tale, ma la situazione migratoria lo rimette chiaramente in questione. Direi persino che non si tratta di abolire lo Stato-nazione per accogliere i migranti, ma di accogliere i migranti per riflettere a cosa potrebbe rimpiazzare lo Stato-nazione. Riconosco la percezione di un fenomeno di massa o piuttosto massificazione, “i migranti”, che  vengono da « nessuna parte”, sorgono dal mare – mentre prima si parlava di Polacchi, italiani, algerini ecc. Edouard Glissant designava con questa formula lo schiavo che era sopravvissuto alla traversata dell’Atlantico: “il migrante nudo”. Giorgio Agamben. C’è qualcosa di essenziale in questa nudità, in cui non resta alcun codice che permetta di essere identificato individualmente, in cui non c’è altro che il corpo. Esseri umani ridotti al loro corpo faranno “massa”. Da qui, l’effetto di massa che si riflette sul discorso. Anche se l’origine degli italiani, algerini, polacchi era oggetto di disprezzo, avevano un’origine.  L’effetto di massa è propizio a tutti i discorsi di rigetto o di minaccia. Tuttavia, un tale effetto di massa può suscitare un regime politico. I migranti non rappresentano degli individui isolati, quelli a cui rispondeva la Convenzione di Ginevra, ma a una reale entità demografica: esiste ormai una seconda popolazione europea non nazionale e non territoriale, dopo i Rom, per la quale si potrebbe applicare la nozione giuridica di cittadinanza di residenza. Lo Stato-nazione vissuto come una stretta appartenenza territoriale conduce inevitabilmente a una chiusura e al rifiuto dell’altro. Abolire lo Stato-nazione significherebbe raccogliere quel che ha saputo darci e che è ancora valido, e a partire da questa eredità andare più in là.

Qual è questa eredità?

L’idea di uguaglianza, per esempio. La definizione prima dello Stato-nazione intorno a un territorio implicava che tutti coloro che erano raggruppati in quel territorio siano uguali – in principio… Bertrand Badie lo dimostra chiaramente nel suo libro La Fine dei territori : il territorio era una straordinaria macchina di inclusione, che è diventata una macchina da esclusione. La territorialità è inizialmente sinonimo di uguaglianza. Superiamo la territorialità, conserviamo l’uguaglianza.

Lei parla di fratellanza senza intimità. Un’altra maniera di parlare di unione nella lotta?

Esattamente. La fratellanza ha qualcosa di religioso, come un legame trascendentale. Nell’unione (cameratismo), è una lotta concreta che unisce, non un legame d’origine, ma la vittoria verso la quale si avanza. Quel «Je t’aime, dis-moi tout», questa comunione delle anime, questa trasparenza attesa nella fratellanza come è frequentemente invocata…, questo decoro ideologico mi sembra cristiano. Bisogna distaccarsene quando la persona che desideriamo aiutare “fraternamente” non si consegna, sia perché la sua identità culturale è molto lontana dalla nostra – l’ho vissuto con dei migranti del Corno d’Africa – sia perché protegge strategicamente la sua soggettività ferita dietro un segreto.

« Il diritto al segreto rivela la libertà del soggetto », lei ha detto durante un discorso pubblico. CI si aspetta appunto dagli esiliati che chiedono asilo una forma estrema di trasparenza. Intere pratiche istituzionali puntano a questa messa a nudo, movimento che si può notare anche nelle leggi sulla sicurezza che riguardano stavolta la totalità della popolazione…

Facebook, il registro dello stato civile e l’estetica people ci negano il diritto al segreto. I nostri telefonini, le applicazioni per “perdere un tot di chili”, vedere quello che consumo in calorie, i nostri corpi che consegnamo restando connessi perennemente… Politicamente, una simile constatazione: se la destra e la sinistra non esistono più secondo Macron, le nostre sensibilità individuali dovrebbero cedere il passo di fronte a questo tipo di vivere-insieme di cui la gestione economica ci fornisce il modello. O ancora: il segreto medico esiste ancora? E poi, a un tratto, questa figura del migrante che sospettiamo di mentire: nel racconto che lui o lei consegna all’Ufficio di protezione dei rifugiati e apolidi (OFPRA) per ottenere asilo, o anche nei rapporti di una quotidianità condivisa. Lui o lei non dice tutto. Cosa c’è di non vero in ciò che una persona non può ancora dire a se stessa talmente ciò che ha vissuto può essere violento? Mi rendo conto che la parola « menzogna » disturba, allora utilizzo da qualche tempo il termine « finzione (letteraria)», « fiction » – Madame Bovary è una identità fittizia: non è esistita eppure esiste per noi. Il migrante che arrive è portatore di questo diritto al segreto, e ci insegna che anche noi ne abbiamo diritto. Benchè la psicanalisi è completamente entrata nei nostri usi e costumi – anche quando è oggetto di rifiuto – è edificante vedere che non abbiamo capito il suo messaggio fondamentale, cioè che noi siamo, in quanto soggetti psichici, ancorati sull’inconscio, l’ignoto, il segreto. Il diritto d’asilo si accompagna a un diritto all’opacità, per riprendere il termine di Glissant.

Un altro ostacolo sarebbe quello di non pensare l’esiliato (esule) soltanto come vittima. 

È per questo che parlo di un nuovo soggetto politico, eludendo le vecchie categorie. La nozione di subalterno è stata rimessa in circolazione dagli studi postcoloniali mentre Gramsci l’aveva ideata in prigione, ovvero in esilio. Erigendola nel quadro di una teoria marxista – teoria, come si sa, piuttosto determinista – ha introdotto un elemento di indeterminatezza, di individualità, di corporale, qualcosa che sfugge, che non è afferrabile. E il migrante rappresenta oggi questo corpo altro. I subalterni diventano nella critica gramsciana e poi postcoloniale coloro che non hanno nessun potere e che non hanno nemmeno diritto di parola per invocarlo. Dei subalterni, gli schiavi, esseri umani nel mondo ai quali non solo era negata la soggettività individuale ma anche politica. Il migrante è oggi, tra gli altri, questo subalterno a cui è rifiutata l’identità politica e, di conseguenza, la partecipazione al funzionamento democratico. Tuttavia, la stessa esteriorità suscitata in questo processo di negazione lo mette in posizione di enunciare gli elementi di una critica della democrazia come è compresa e praticata ai giorni nostri. Trotsky elencava il diritto d’asilo tra i componenti della democrazia, accanto al diritto di voto o della libertà di stampa. Nessun elemento morale nel diritto d’asilo, solo politica, ed è allora su questo terreno che bisogna difenderlo.

Noi sollecitiamo il critico, e lei ci dice che ha presentato una lista alle elezioni europee. A quali obiettivi punta questa iniziativa ?

Innanzi tutto, precisare che non c’è rottura, ma evoluzione. La coscienza della posta in gioco del processo migratorio nella nostra modernità mi ha spinto anni fa a farne un oggetto di ricerca. Dalla ricerca, sono passato all’umanitario poiché la realtà mi interpellava e mi impediva la presa di distanza, poi dall’umanitario al politico. In seguito, ricordare che la letteratura è di per sé uno sguardo sul mondo, uno sguardo che può essere tradotto filosoficamente, moralmente o politicamente. Le opzioni sono molte. Per ora, la terza opzione mi guida. Di fronte alla gravità della situazione e l’incuria dell’Unione europea, ho colto l’occasione dell’imminenza delle elezioni europee che si terranno in maggio (2019) per lanciare l’iniziativa della lista « Pour une Europe migrante et solidaire ».

Ci dicono che la migrazione sarà al centro dei dibattiti e che le liste dei partiti se ne impossesseranno per affermare la loro posizione. Può darsi, ma per la nostra lista, autonoma e proveniente dalla società civile, l’obiettivo è duplice: proporre delle misure che elaborino una politica dell’accoglienza fedele ai principi di ospitalità dell’Europa e porre su questa base un rinnovamento democratico solidale adatto a proteggere ogni popolazione (classe) vulnerabile o indifesa in Europa. Con degli obiettivi immediati : influenzare le misure adottate dal Parlamento europeo verso una politica migratoria alternativa ; attirare l’attenzione sulla vera entità della questione attuale dei migranti in europa e la sua iscrizione sul lungo termine; lavorare alle articolazioni tra politiche europee e politiche nazionali sulle politiche migratorie. Si tratta anche di rappresentare i migranti considerati come una componente non nazionale e non territoriale della popolazione europea e contrastare – frontalmente, direi, e non con cortesia – i discorsi xenofobi dell’estrema destra, che non rappresenta più una minaccia per il domani ma una realtà: il neofascismo è già qui, in Italia, in Ungheria, e al Parlamento europeo. Proporremo anche delle inziative concrete: la trasformazione dei regolamenti di Dublino, un diritto d’asilo europeo, uno statuto giuridico (oggi inesistente) per il migrante climatico, la scomparsa dei campi di ‘accoglienza’ (o di concentramento) ecc. Il nostro fine è quello di reinserire la coscienza europea nella tradizione dell’accoglienza dello straniero e, su questi valori di ospitalità e di solidarietà, ridare all’Europa l’identità che le appartiene e che ha svenduto per una definizione gestionale ed economica.

NOTE:

[1] Claude Lefort scrive che in seguito alle Rivoluzioni del XVIII secolo, «il corpo del Re » essendo stato eliminato sia fisicamente che politicamente, il potere è « vuoto ». Da allora, il mondo sociale – relazionale e non più sostanziale – che costituisce la democrazia è potuto esistere al di fuori di un rapporto unidirezionale con il potere.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

Alexis Nuselovici, La condition de l’exilé

Giorgio Agamben, Homo Sacer

Bertrand Badie, La fine dei territori

Edouard Glissant, Introduction à une poétique du divers

Walter Benjamin, Opere complete

Jacques Rancière, La partizione del sensibile. Estetica e politica

 

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