Le Rughe del sorriso. Carmine Abate “per una letteratura minore”

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(Alcuni appunti, da sviluppare ulteriormente e non di poco, su “Le rughe del sorriso” di Carmine Abate)

Sabato 22 dicembre 2018 sono andato al Teatro Greco, a Roma. Le rughe del sorriso, di Carmine Abate. Spettacolo individuato da mio padre, tramite il passaparola della comunità calabrese di Roma.

In realtà si tratta di un libro; lo spettacolo, molto ben fatto, consiste in una lettura di alcuni brani scelti dal libro e da altri testi dell’autore. Ogni brano intermezzato da musiche dello Squintetto di Cataldo Perri, un gruppo di musicisti tanto bravi quanto improbabili.

Non c’era nessuno. Letteralmente, saremo state 10 persone. Solo due serate, a quanto ne so, il 22 e il 23. Avevo già sentito il nome dell’autore, ma così, per sentito dire. L’ho scoperto quella sera, ho comprato il libro e non me ne pento. Peccato, che non c’era nessuno, perché si trattava di un paio d’ore davvero ben spese – nonostante l’autore, a fine spettacolo, avesse dei dubbi: “questa parte la cancelliamo? ; “non era un po’ troppo lungo?” – due ore in cui non ci si annoia mai. Stupisce, che non ci fosse nessuno, anche perché il libro è pubblicato da Mondadori, l’autore ha vinto diversi premi e due volte il Campiello… insomma ci si aspetterebbe più pubblicità. Specie per un libro che a mio avviso, non solo per i tremi di cui tratta, può rappresentare un punto di interesse importante nel panorama della letteratura contemporanea.

Cerchiamo di procedere per ordine: non farò esattamente una recensione a questo libro e allo spettacolo che ho visto, cerco piuttosto di formulare un sospetto che proprio durante lo spettacolo mi è sorto. Cioè, che esista un modo del Sud di raccontare la migrazione.

LO SPETTACOLO è semplice. Un Carmine Abate davanti, un po’ di lato, con un leggio. Dietro di lui, a ventaglio, sono schierati i cinque musicisti. Centrale, il cantante. Canzoni musicalmente coltissime, popolane, eseguite da veri e propri maestri: non avevo mai visto suonare il tamburello così bene, né avevo mai sentito una lira calabrese suonata dal vivo. Cataldo ci parla del nonno che partì per primo, il padre che partì per secondo, e l’io narrante, il figlio, partito per ultimo. A questa storia si sovrappone quella di Sahra, che quando sorride le si formano delle rughe che sembrano nascondere chissà quali abissali segreti.

Il filo conduttore è lo sguardo del protagonista, che come Abate è un calabrese albanese, e per forza della Storia si creano passaggi, quasi wormhole, tra vicende molto diverse ma parallele: quelle dei poveri del sud, emigranti ieri, emarginati oggi, e quelli del nord Africa, migranti oggi, emarginati sempre. Qui sta l’elemento davvero interessante, che permette e anzi impone di proiettare il romanzo di Abate sul panorama europeo.

La “scintilla” – è questa la parola usata dall’autore – scatta quando si rende conto che lui stesso in Italia è un terrone, per i terroni è un calabrese, per i calabresi è un Arberesh, per gli Arberesh un germanese, un emigrato. La domanda: chi sono io? Trova risposta nel grido “voglio vivere per addizione”. Né perdere, né rifiutare: oggi Abate ha deciso di vivere a Trento, a metà strada tra la Calabria delle sue origini e la Germania dei suoi viaggi.

LA DOMANDA SULL’IDENTITA’

Carmine Abate

Qui sta la differenza: per Abate la domanda incisa sulla sua pelle si ripresenta anche sul corpo, nel sorriso, dei migranti di oggi. Facciamola colta: si tratta di uno dei temi centrali della letteratura più interessante che si produce oggi su, in, intorno all’Europa, la domanda sull’identità psicologica, politica, linguistica, religiosa. Il fatto di guardare ai fatti di oggi portandosi sulle spalle questa eredità interrogativa, questa addizione, crea lo spazio, al Sud, per una letteratura “minore” che ci appare oggi la migliore, se non l’unica autorizzata metafisicamente a parlare della migrazione di oggi. Abate ha l’intelligenza e la sensibilità di non fare mai un paragone diretto tra le due storie collettive e personali; se lo facesse l’edificio politico e letterario non reggerebbe. La sua operazione è molto più fine. Guarda i migranti, nei loro centri d’accoglienza, e consapevole della domanda identitaria che anche lui si porta addosso, il suo sguardo può posarsi leggero, sincero e fraterno sulla loro storia. Ne coglie e ne rispetta il segreto l’alterità. La sottigliezza sta nel mantenerlo, anzi nel fare del mistero stesso il punto centrale del suo racconto, della loro storia: le rughe del sorriso di Sahra sono un mistero, nascondono tra le loro pieghe un segreto, l’indicibile (la parola, ancora, è dell’autore).

Ecco allora che già si possono cogliere alcuni elementi significativi: l’io narrante di Abate si pone la domanda sull’identità indipendentemente dall’attualità storica, e indipendentemente arriva alla soluzione dell’addizione, che altro non è che una sorta di “creolizzazione”. Praticamente, significa aggiungere il trattino, come fanno gli afro-, italo-, ecc-americani. Il trattino, fungendo da congiunzione, unisce in un’unica identità, unica parola, due ramificazioni. Questo gli permette non solo, anzi non tanto, ad avere un moto di compassione o empatia per i diseredati dell’attualità, ma a sentirsi parte di loro, a essere lui stesso parte della minoranza del mondo, e a considerarli quindi né casi umanitari né nient’altro che uomini e donne.

E allora, caso che ci sembra più che interessante, è da questa esperienza diretta che scaturisce quella capacità a non-colonizzare, ovvero a rispettare la soglia di conoscibilità dell’altro, sapere il proprio esilio per riconoscere l’altrui. La cosa sembra interessante in quanto questo elemento fa parte della politica della migrazione, anzi dell’esilio, di uno dei più importanti intellettuali che riflettono su queste dinamiche identitarie oggi in Europa: Alexis Nuselovici. Ma Abate sembra arrivarci per altre vie.

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L’INCIPIT: Facciamo un esempio: l’incipit. Compariamolo con un libro di letteratura “maggiore”, “à ce stade de la nuit” di Myriam de Kerangal.

Tradotto in italiano con il titolo “Lampedusa”, il breve scritto dell’autrice francese nasce su commissione: le vieno chiesto di scrivere qualcosa in occasione dei “Rencontres littéraires” fatti in Savoia nel giugno del 2014. E lei lo scrive. Racconta di una sera, in casa, in cucina. Sente alla radio dell’ennesimo naufragio disastroso al largo di Lampedusa. Ne rimane colpita, e una serie di associazioni di idee le passano per la testa. Di quando andò a Stromboli, del film “Stromboli”, e soprattutto il volto di Burt Lancaster, il Gattopardo nel film di Rossellini, il giovane americano nel film “Un Uomo a nudo”. A partire da queste associazioni di idee e dalla agilità di Kerangal, ne esce fuori un libro piacevole, a tratti anche intelligente. Ma il punto di partenza non può convincermi, specie in quanto lettore italiano che quei luoghi li conosce e non per sentito dire.

L’incipit di Abate è totalmente diverso, opposto. Nessuno gli chiede, dall’alto dell’élite letteraria, di affrontare l’argomento à la mode della migrazione. Anzi, Abate ammette a chiare lettere, durante lo spettacolo, che aveva spesso rifiutato di trattare l’argomento. Ma ecco che comincia il libro: “non avevo mai visto una folla inferocita”. L’antefatto, dunque, l’occasione della scrittura, è questo: recandosi a un piccolo incontro letterario per parlare della sua migrazione (il nonno, il padre eccetera) vede una folla che, con gli occhi “iniettati di odio puro” circonda un gruppo di migranti, quasi tutti neri, che ci rubano il lavoro, pisciano in giro. Appena arrivati, questi poveracci non capiscono, e tra loro spicca una ragazza, che risponde all’odio con un sorriso, non di sfida, ma un sorriso confuso, quasi assente. Così, arrivato alla conferenza, lascia le sue carte di lato e comincia a parlare di qualcos’altro: della folla inferocita, di quel sorriso.

Non solo l’evento – la Storia – è incrociata per caso per strada, vivendo in quei luoghi, la sola presenza fisica impone di trattare certi argomenti con urgenza, ma anche, inevitabilmente, questa urgenza si sovrappone alla storia personale. Doppiamente immerso in quella realtà, laddove Kerangal, che non vede ma sente alla radio, e viaggia in oziose associazioni un po’ artistiche un po’ turistiche dei film, è doppiamente estranea.

In altri termini, Kerangal scrive dal nord, da un’Europa industrializzata e ricca che guarda i poveri del mondo, Abate scrive dal sud, da quella periferia ancora povera in cui si è “esclusi dalla globalizzazione”. Il loro sguardo sugli ultimi del mondo cambia, necessariamente, e in Abate si fa più direttamente politico.

LETTERATURA MINORE

Ecco perché, un primo motivo e il più profondo, possiamo applicare a Abate la nozione di “letteratura minore” formulata da Deleuze a proposito di Kafka. Il filosofo francese indica tre caratteristiche principali della letteratura “minore”. Una delle tre è appunto il diverso rapporto che si crea con la sfera del politico.

Nella letteratura minore […] tutto assume un valore collettivo. […] ciò permette di concepire qualcosa di diverso da una letteratura di maestri: ciò che lo scrittore, da solo, dice costituisce già un’azione comune e ciò che dice o fa è necessariamente politico, anche se gli altri non sono d’accordo. […] è la letteratura che produce una solidarietà attiva, malgrado lo scetticismo; e se lo scrittore resta ai margini, o al di fuori, della sua fragile comunità, questa situazione lo aiuta ancor di più a esprimere un’altra comunità potenziale, a forgiare gli strumenti di un’altra coscienza e di un’altra sensibilità.

(Deleuze, Guattari, Kafka, Per una letteratura minore, Quodlibet p. 31)

Abbiamo già dimostrato, ci sembra, come il romanzo di Abate sia “diverso” da quanto si scrive al nord a partire dalle basi stesse che danno avvio alla scrittura. Come avevamo già suggerito, vediamo adesso che secondo Deleuze è la posizione storica e geografica (sociale) che dà allo scrittore la possibilità di descrivere, intravedere e forgiare gli strumenti di un’altra sensibilità. Ovvero: la posizione di Kafka in quanto ebreo ceco che scrive in tedesco, per noi, la storia sradicata dell’Arberesh, la sua personale domanda sull’identità, costituiscono un piano d’appoggio per una “solidarietà attiva”.

Questo punto è importante, ché da questa idea parto per arrivare a nutrire il sospetto che esista una letteratura del Sud sulla migrazione, e che questa sia la più pertinente, la più interessante. Un fenomeno che, mi piacerebbe poter dimostrare, è collettivo e ricopre magari quella stessa area del Romanzo Giallo mediterraneo, ovvero Sicilia, Napoli, Marsiglia, Barcellona, Marocco, Israele… Sarebbe un fenomeno interessante dal punto di vista letterario, intendo, non giornalistico. Il sospetto è nato ascoltando lo spettacolo di Abate e poi leggendo il suo libro: più di una volta mi è venuto in mente Alessandro Leogrande. Autore tarantino de La Frontiera. E il sospetto è stato in qualche modo arbitrario confermato poi da un fatto diciamo empirico: Abate ne era amico. Lo cita, in un’occasione, e cita proprio la frase a cui pensavo: “Bisogna farsi viaggiatori”. Ecco quello che non fa la letteratura “maggiore”; o meglio, tenta di farlo su un piano dell’immaginario, attraverso film, immagini che si conoscono, per tradurre quel movimento identitario che dall’Europa monumentale può essere difficile cogliere. Abate ci è nato, viaggiatore, e ci è vissuto. La sua comunità d’origine si fonda sul viaggio, di quando gli albanesi si stabilirono in Calabria intorno al 1500. La sua risposta alla questione dell’identità è “vivere per addizione”, che è proprio la risposta che la più alta filosofia postcoloniale, fondata sulla questione dell’identità e lo statuto della Storia per i popoli uscenti dalla colonizzazione, propone.

In particolare, ci si può richiamare al concetto, che è anche direttamente politico, di “creolizzazione” suggerito da Edouard Glissant. Facciamo un po’ di storia. La questione sull’identità si pone per i popoli colonizzati a partire dalla loro indipendenza. Ormai sono culturalmente, e in alcuni casi geneticamente, mescolati. Nascono le culture e le lingue creole, che hanno ormai uno statuto indipendente, pur essendovi riconoscibili e tratti tipici di due o più culture molto diverse. Ormai liberi sul campo della Storia e della loro auto-definizione, il primo movimento che si è manifestato è quello della negritudine, ad opera di Senghor, Césaire e altri. Cosa intende Abate con la parola “addizione” se non quanto scrive Senghor proprio nel suo testo sulla negritudine, se non che:

La mia conclusione è questa. La vera cultura è mettere radici e sradicarsi. mettere radici nel più profondo della terra natia. Nella sua eredità spirituale. Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi rapporti delle civiltà straniere.

La seconda generazione di pensatori, però, rifiuta l’idea di una “negritudine”, troppo esclusiva, per approdare al concetto di “creolizzazione”, appunto, in quanto “annullamento del falso universalismo, del monolinguismo e della purezza” (Chamoiseau et al. Eloge de la créolité). E a questi in effetti sembra giusto ricollegare Abate.

Detto altrimenti: per capire davvero la portata di questa eventuale letteratura contemporanea del Sud, o per lo meno il libro di abate, sembra utile far uso in particolare di una certa griglia critica, quella dei pensatori post-coloniali, che ci pare in continuità con la nozione di letteratura “minore” in cui ci pare di poter identificare Le rughe del sorriso”. Abate porta la letteratura italiana di oggi a partecipare attivamente, e dando forse il meglio su tutto il panorama europeo, ai problemi più profondi della letteratura contemporanea, e insomma alle inquietudini che vive il nostro tempo. La questione identitaria si proietta a cambiare l’idea stessa di Storia, di comunità, di tradizione. Tramite le inquietudini e i dolori e i misteri messi in scena da Abate, il lettore acuto è portato a interrogarsi su una concezione diversa dalla linearità hegeliana, nuova rispetto al nazionalismo eurocentrico dei secoli recenti, una cultura e una identità libere dalle catene della purezza impossibile e proiettate in un dinamismo s-radicato (il trattino indicando congiunzione).

Altrimenti detto: lo sguardo di Abate è deterritorializzato, parolaccia deleuziana, perciò è più complesso quando si posa sul sorriso di Sahra. Une cultura “minore”, cioè, che sradica, “sposta”, o si sposta, in rapporto alla tradizione canonica.

Noi italiani abbiamo una ricchezza che non credo si possa trovare da nessun’altra parte d’Europa, abbiamo la possibilità, e a dire il vero anche la responsabilità, di traghettare la cultura europea e occidentale nella prossima epoca.

Bibliografia essenziale:

Carmine Abate, Le rughe del sorriso

Deleuze, Guattari, Kafka, per una letteratura minore

Patrick Chamoiseau (et al.), Elogio della creolità

 

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