Quel muro da abbattere, dentro e fuori. “Mai e sempre” di Bruno Sebastiani

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In questo nuovo anno appena iniziato, il 2019, ricorrerà, il 9 novembre, il trentennale del crollo del muro di Berlino (9 novembre 1989). Uno dei modi migliori per comprendere gli eventi storici verificatisi in Germania dalla seconda guerra mondiale fino a qualche anno fa, seguendoli attraverso una storia che è anche di fantasia, è la lettura del romanzo “Mai e sempre” di Bruno Sebastiani (Le Mezzelane, Historica, 2017).

L’autore, di cui già vi consigliavo “Le streghe di Salem”, nato ad Albano Laziale, in provincia di Roma, nel 1947, è un ex macchinista delle Ferrovie ora a riposo, che scrive romanzi prevalentemente storici, frutto di lunghe ed accurate ricerche, ma anche di fantasia, coltivando anche l’hobby del pianoforte.

Se “Le streghe di Salem” racconta una vicenda realmente accaduta (la morte di innocenti per presunta stregoneria nel puritano Massachusetts del ‘600),  in “Mai e sempre” la Storia corre insieme a personaggi e fatti che sono frutto della fantasia dello scrittore.

La vicenda inizia nel 2006, quando il protagonista, Emil Koldau (nato nel 1980 in un paesino di campagna della Sassonia, Moritzburg, vicinissimo a Dresda e dove c’è un bellissimo castello in stile barocco con un parco, ma trasferitosi con la madre a Berlino a soli quattro anni), ha ventisei anni e, dopo aver visto un film, “Lo strano caso del professor Helmut Schuster”, che si chiude con la frase «vi sono alcune cose avvolte nel mistero, ed è bene che vi rimangano» , sente che qualcosa lo ha profondamente scosso e capisce che, anche se è rischioso e potrebbe arrecargli dolore, è arrivato il momento di provare a far luce sulla misteriosa morte di suo padre Heinrich Koldau, scomparso all’improvviso da casa nel dicembre 1983, quando il piccolo Emil aveva solo tre anni, e il cui cadavere venne ritrovato alla fine di quello stesso mese nel lago Grosteich.

Per la famiglia Koldau, l’improvvisa ed inspiegabile morte di Heinrich è un colpo durissimo, da cui soprattutto Emil, adorato dal padre, come dalle due sorelle molto più grandi di lui, e convinto di vivere in un regno in cui lui era il principe e suo padre il re, non riesce a riprendersi, chiudendosi in un impenetrabile silenzio e non potendo crescere in modo sereno e graduale.

A partire dal 2006, e dall’intento di Emil di capire la morte di suo padre, l’autore guida il lettore (con cui, attraverso una suggestiva frase posta in apertura del romanzo, ha sancito un’indissolubile intesa) in un viaggio a ritroso nel tempo, cominciando dal 1945 (quando, sul finire della seconda guerra mondiale, durante il tremendo bombardamento di Dresda -a cui sono dedicate pagine intensissime- un gruppo di ragazzini amici tra cui Heinrich, vagando nella campagne alla ricerca di cibo, ritrova per caso delle preziosissime tele di importanti artisti come Rembrandt e altri, decidendo di nasconderle nella cripta del cimitero di Radeburg), passando per la DDR (la Repubblica Democratica Tedesca, o Germania Est, sotto il controllo dell’URSS dal 1949 al 1990, caratterizzata da un clima di forte repressione, in cui la Stasi, la polizia segreta, spiava tutti i cittadini, bisognava scegliere con attenzione i nomi per i figli, erano vietati persino i jeans, ma dal regime veniva incoraggiato il sesso prematrimoniale), per Gorbaciov e il muro di Berlino (costruito nel 1961 ed abbattuto nel 1989, con grande gioia soprattutto dei giovani), fino ad arrivare agli anni più recenti.

Mentre la storia della Germania scorre lasciandosi dietro il suo strascico di orrore e morti, la madre di Emil, Agathe, vedova e, dopo che le figlie grandi lavorano e vanno a vivere da sole a Dresda, ormai rimasta sola col piccolo Emil in una casa troppo grande e troppo piena di ricordi, decide saggiamente di trasferirsi a Berlino Est presso il fratello Markus, da giovane entusiasta per il nazismo e ora restauratore (nonostante la povertà, le persone fanno restaurare gli oggetti, spesso unica memoria dei propri cari scomparsi e dei propri ricordi). Grazie al trasferimento a Berlino e allo zio Markus, Emil, stupito quando vede per la prima volta la metropolitana e gli sembra di scendere verso il centro della terra, impara il mestiere e, dopo la morte dello zio, trasforma la bottega in una galleria d’arte, dandole, significativamente, il nome del padre, e continuando l’attività di restauratore e di corniciaio.

Con una serie di coincidenze, l’arte si intreccia con le vite sia del padre Heinrich, che da ragazzino insieme agli amici aveva trovato quelle tele, sia del figlio Emil, la cui galleria, grazie al suo talento, alla sua generosità e alla presenza di Christine, la donna di cui si innamora, diventerà a Berlino un punto di riferimento per gli artisti e i collezionisti.

Nonostante il muro di Berlino sia stato abbattuto, segnando un momento storico di svolta per la Germania, anche se per il verificarsi di cambiamenti profondi ci sarebbero voluti ancora vari anni, il muro che pesa nell’animo di Emil è tuttavia ancora da abbattere, ed è per questo che il protagonista decide di riaprire e provare a risolvere quel caso che sembrava chiuso, tornando a Moritzburg, dove finalmente scoprirà la verità.

Come ne “Le streghe di Salem”, la parte essenziale della storia si svolge a cavallo tra la fine di un anno e l’inizio del successivo, la neve accompagna i vari momenti della vicenda (spesso è proprio nell’intervallo di tempo tra una nevicata e l’altra che accadono i colpi di scena) e il narratore è onnisciente, e ci guida in questo viaggio storico (la documentazione dell’autore è sempre precisa, come dimostrato dalla citazione di una fonte, un rapporto per la sezione sicurezza del Comitato Centrale), con uno stile asciutto e al tempo stesso coinvolgente, anche attraverso metafore tratte dall’ambito della navigazione e l’uso del discorso diretto libero.

Un romanzo storico, dunque, che si intreccia con un romanzo di fantasia e soprattutto di formazione, perché racconta la crescita interiore del protagonista, il suo percorso di maturazione verso l’età adulta, in tutte le sue fasi: il trauma subito da bambino a causa della prematura ed inspiegabile morte del padre, il mutismo in cui si chiude, la sfiducia maturata per gli adulti, il mestiere di gallerista e restauratore che gli salva parzialmente la vita, come l’amore per Christine, fino al bisogno di capire la morte di suo padre, necessità che riaffiora vedendo un film e che lo porta alla scoperta di una verità dolorosissima, eppure essenziale per riuscire a lasciar andare suo padre dentro di sé, a crescere e a continuare a vivere finalmente più sereno e libero.

Di nuovo buona Storia, buona lettura, e soprattutto buon 2019, con l’augurio che possa crollare, interno ed esterno, ogni muro.

Bruno Sebastiani, Mai e sempre

Marianna D’Onofrio

 

 

 

 

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