Dinamici, dinamici ovunque

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Mi scuserete se oggi vi farò partecipi di una delle mie ossessioni, ma non credo di essere l’unico coinvolto in questa situazione. Da un po’ di tempo, qualunque cosa io faccia, spunta la parola “dinamico”. Quando si era all’università, ogni tanto si incontrava un gruppo di studi dinamico. Al lavoro, si cerca sempre qualcuno di dinamico. Si deve organizzare una pizzata? Per fortuna che c’è l’amico dinamico. Quella è una squadra di calcio dinamica. Non ho mai incontrato un ragazzino più dinamico di lui.

In realtà, più che da termini, sono circondato da persone dinamiche. Non importa se si stia giocando, lavorando, studiando, facendo baldoria: l’importante è essere dinamici. Se dovessi fare un’etimologia intima e personale di questa parola, mi viene in mente la “dinamite”: un cilindrettro che può essere facilmente tenuto in una mano, ma che in sé racchiude un potenziale esplosivo letale. Un oggetto piccolo, eppure tanto insidioso: basta una leggera incuria nel maneggiarlo e boom, fine, caput.

Dinamite. Fonte: Gazzetta delle Valli.

Invece, più precisamente, il dizionario etimologico online fa derivare tale termine dal greco dinamikos, a sua volta formato da dynamis che significa forza, potenza. Il suo significato attuale indica ciò “che concerne il movimento dei corpi, in quanto è prodotto da forze che agiscono attualmente e continuamente”.

Il concetto di “potenza” si riferisce al “potere di compiere qualcosa”, quindi alla possibilità di un fare, indipendentemente da che cosa sia, in realtà, questo fare. Insomma: il dinamico è qualcuno che può fare qualcosa. Per tale motivo, si può dire che sia un uomo dalle mille possibilità. Questo è un tratto molto interessante: con l’aggettivo dinamico, non si definisce un individuo attraverso qualcosa che ha fatto, bensì attraverso la sua semplice possibilità di compiere qualcosa. Ma la “possibilità di fare qualcosa” non è un tratto che accomuna ogni essere umano? Come mai questa “possibilità” è diventata un valore? Si può provare a rispondere a questa domanda affermando che, oggi, vista la complessità del mondo in cui viviamo, sia diventato sempre più difficile agire: bisogna avere determinate competenze e determinati strumenti prima di intraprendere certe azioni. Quindi, l’uomo dinamico è colui che si è munito di tali strumenti, materiali e/o cognitivi.

Quest’ultimo punto ci permette di rivenire alla definizione contemporaneo di dinamico, cioè a quel qualcosa in movimento perché prodotto di forze. L’uomo dinamico va alla ricerca di maggiori e migliori strumenti per aumentare le sue possibilità di azione sotto l’influenza di alcune forze. Ma quali sono queste forze? Prima di tutto, bisogna dire che queste forze sono esterne all’individuo stesso. Secondo, visto che ogni individuo è connesso agli altri, il carattere di queste forze sarà di tipo “sociale”. L’uomo dinamico è colui che si munisce di strumenti sotto l’influsso di forze sociali.

L’aggettivo “dinamico” lo si incontra dappertutto: dal campo ludico a quello lavorativo, dal mondo austero a quello più libertino. Sembra quasi che, indipendentemente da quale sia la forza sociale che ci influenzi, l’importante sia quello di proporre delle “possibilità d’azione”. In sostanza, sembra che la vita contemporanea sia diventato un grande film d’azione: bisogna essere pronti a tutto.

Allora: l’uomo dinamico non è colui che agisce, ma colui che reagisce. E, di fatto, che cos’è un candelotto di dinamite, lasciato da solo? Un inutile cilindro polveroso. Eppure, basta una fiammella a farlo reagire, così da scatenare una potenza distruttrice molto pericolosa. L’uomo dinamico è tale solo sotto il vento delle forze sociali: in quanto uomo delle possibilità, non è determinato, ma solo potenziale. Sarà la forza sociale a determinarlo: essa gli invia l’input, soltanto poi l’uomo dinamico inizierà ad agire seguendo quel flusso. L’azione compiuta, finalmente, lo definirà.

Il concetto di “dinamico”, inoltre, lo si trova, spesso, insieme a quello di “capitale umano”. Che cos’è il capitale? Un valore, di solito espresso sotto forma di valuta, che non indica ciò che un uomo possiede, ma ciò che un uomo ha la possibilità di possedere. Il denaro non è qualcosa, ma solo un mezzo: è ciò che mi permette di possedere, ma possederlo in sé per sé non serve a niente. Il capitale umano, quindi, trasforma l’individuo da essenza a pura potenzialità. L’uomo diventa un mezzo, andando contro l’etica kantiana, la quale invitava a considerare l’uomo solo in quanto fine e mai in quanto mezzo. Bisogna considerare l’uomo perché la sua vita è importante di per sé, non perché questa vita debba servire a qualcosa.

La dinamizzazione dell’individuo è paragonabile a una monetizzazione dell’individuo: come la moneta è pura potenzialità di possesso, così il dinamico è pura potenzialità d’agire.

Perché, però, tale termine è diventato un valore? Perché è più importante definirmi dinamico anziché come un bravo contabile, un uomo dalla manualità spiccata o uno sportivo affidabile? Perché definirmi attraverso quello che potrei fare, anziché dire ciò che so fare o che ho fatto? Cosa studiava quel gruppo dinamico all’università? Che tipo di competenza aveva quel lavoratore dinamico? Quella squadra dinamica che tipo di prestazioni registrava? L’amico dinamico della comitiva che tipo è, cosa fa, perché è così amato? Che cosa definisce tutte queste persone?

Probabilmente, un’immancabile, oggigiorno, consapevolezza della precarietà dell’esistenza: nell’impossibilità di mantenere una posizione, bisogna essere pronti a muoversi. Un movimento che è una reazione a circostanze esterne e non una libera scelta, nata da un “moto interiore”.

L’uomo dinamico è l’uomo ideale di un mondo sociale che insegue il cambiamento per il cambiamento, in netta continuità con quella valorizzazione del “nuovo” che caratterizza il moderno e che, oggi, sotto forma di moda, si è trasformato più in un elemento economico che in un elemento legato al progresso.

Cosa resta da fare? Ripristinare il concetto di “iniziativa”, in risposta a quello della dinamicità. Avere iniziativa significa trovare in sé stessi il punto di inizio della propria azione. Quindi, non essere un puro “reagente”, bensì un vero “agente”. Forse solo così si potrà ritornare all’umano, prezioso di per sé, senza l’inutile orpello di “capitale”.

Gerardo Iandoli

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