La giustizia delle ragazzine. “Le streghe di Salem” di Bruno Sebastiani

Le Streghe, Pieter Bruegel
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Bruno Sebastiani, Le streghe di Salem

L’insofferenza di alcune ragazzine per l’ambiente puritano in cui vivono, quello del villaggio di Salem, nel Massachusetts (USA) tra il 1691 e il 1692, pieno di regole, in cui l’unico abbigliamento consentito è quello monacale e sono banditi risate, divertimenti e musica, le porta, per ribellione, a fingere di essere possedute dal demonio, iniziando ad assumere strani comportamenti, rintanandosi sotto il tavolo ed emettendo grugniti, come gli animali, che infatti invidiano perché simboleggiano la libertà. Nel repressivo ambiente di Salem, colonizzato, come altri territori circostanti, dagli inglesi, che erano giunti lì nel 1620 a bordo del Mayflower e si erano affermati sui nativi pellerossa imponendo loro il puritanesimo, i comportamenti devianti delle ragazzine verranno identificati come stregoneria, fino a conferire loro il potere di influenzare persino la giustizia, avendo come esito 144 persone incriminate, di cui 19 impiccate e uno, Giles Corey, morto per schiacciamento del torace.

L’assurda ed incredibile vicenda non è frutto della fantasia, ma si tratta di storia vera, abilmente raccontata nel romanzo “Le streghe di Salem” (Le Mezzelane, Historica, 2018) da Bruno Sebastiani, scrittore nato ad Albano Laziale, in provincia di Roma, nel 1947, macchinista delle Ferrovie ora a riposo, che si dedica alla scrittura di romanzi, prevalentemente storici, attraverso accurate ricerche in archivi, ma anche di fantasia, e ha come hobby il  pianoforte.

Protagoniste della vicenda sono le giovani donne, che vivono una condizione di subalternità rispetto ai coetanei di genere opposto, a partire dall’istruzione: mentre i ragazzi, infatti, hanno la possibilità di allontanarsi dal villaggio per ricevere altrove, nelle scuole più prestigiose, la migliore istruzione, con la prospettiva di intraprendere brillanti carriere e di non far più ritorno a Salem se non per fugaci visite alla parentela, le ragazze, invece, possono ambire solo a ricevere in casa i rudimenti della grammatica e della matematica, e a sposare qualche incolto lavoratore del villaggio. In casa del pastore Samuel Parris, donna è anche Tituba, una schiava nera, probabilmente nativa della Guinea, che parla alle ragazzine (la figlia del pastore, Elisabeth, e la nipote Abigail) di magie e stregoni, e guardando l’uovo predice il futuro, dando così inizio ai comportamenti anomali delle ragazzine e alla loro ribellione. Tituba è la presenza altra, proveniente da un mondo lontano e misterioso, è l’essere umano diverso, per giunta donna, che il pastore, quando ha esaurito le spiegazioni oggettive, non esita ad additare come causa degli assurdi comportamenti delle ragazzine, come capro espiatorio del male, di ciò che non ci si sa spiegare. Proprio lui, il pastore Samuel, che dovrebbe essere un esempio di autentica moralità, ma la cui unica preoccupazione è invece non far sapere al villaggio delle stranezze delle ragazze e conservare intatta la sua reputazione, non esita a percuotere ripetutamente la povera Tituba, ma del resto la condizione delle ragazzine non è molto diversa, tanto che ad un certo punto il pastore minaccia di picchiarle con la cinghia dei pantaloni. Le donne, dunque, che siano schiave o meno, sono prigioniere, recluse in una condizione di inferiorità e subalternità, provano insofferenza, e per farsi sentire, per gridare il loro dolore, escogitano la strategia di fingersi possedute dal demonio. La pazzia, dunque, sembra essere, in un contesto sociale fintamente moralista e fortemente repressivo, l’unica modalità di espressione sincera dei propri bisogni interiori.

Scandisce il ritmo del romanzo una neve che cade sempre uguale, in un atmosfera di immobilità, che è quella del villaggio di Salem, in cui niente di nuovo sembra accadere, fino a che la staticità e la monotonia vengono scosse da questi singolari eventi. A far da sfondo, inoltre, il cicaleccio del villaggio, in cui le notizie si diffondono più veloci del vento.

Forse le ragazzine non avevano immaginato quali sarebbero state le conseguenze del loro comportamento, non potendo prevedere che, facendo leva sull’ignoranza, sul sospetto e sulla paura della popolazione, avrebbero generato una vera e propria caccia alle streghe. Come afferma anche l’autore, possiamo perdonare le ragazze, esauste per la repressione e ancora ingenue, e persino il popolo, ignorante e pauroso (che, in assenza di altre forme di divertimento, va ad assistere alle impiccagioni delle presunte streghe come se stesse assistendo a degli entusiasmanti spettacoli), ma non si può perdonare la giustizia, che condusse i processi basandosi sulla prova spettrale: se una ragazzina diceva di aver visto in un’apparizione lo spettro di una persona con le sembianze di una strega, quella persona veniva, dai giudici, immediatamente creduta strega, pur in assenza di prove oggettive, e condannata ed impiccata come tale. Nessuna prova certa, nessun dato oggettivo: solo la parola delle ragazzine, e una giustizia carente, con un governatore assente che, dopo che tanti innocenti sono stati uccisi, si ricorda, solo per puro interesse personale, di occuparsi dei processi, togliendo finalmente, ma tardivamente, valore giudiziario alla prova spettrale.

Immergetevi nell’America puritana del ‘600 e in questi fatti di presunta stregoneria! A guidarvi, nella cornice della Storia, saranno le pennellate della prosa asciutta e precisa di Bruno Sebastiani, tipica della fedeltà della ricostruzione storica, e una voce narrante onnisciente, che non fa mistero di sapere già, un attimo prima del lettore, il corso degli eventi, e ci guida in un passato che ci parla dell’insofferenza femminile per la propria ingiusta condizione, dell’ottusità del colonialismo e dei mali che ha provocato, di come l’ignoranza e gli interessi personali abbiano portato a morti innocenti.

Buona Storia, e buona lettura!

Bruno Sebastiani, Le streghe di Salem

Marianna D’Onofrio

 

 

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