Cara Murgia, la donna è protagonista della cultura mafiosa, l’analogia non regge

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Secondo Michela Murgia, “nascere maschi in un sistema patriarcale e maschilista è un po’ come essere figli maschi di un boss mafioso”. Lo scrive su facebook, ma poi lo cancella Troppo tardi, però. Lo cancella probabilmente perché si rende conto che l’analogia, a ben vedere, è controproducente per il suo stesso discorso.

Infatti, quel che Michela Murgia tenta di dire maldestramente è che un maschio nato in un paese maschilista nasce incastrato in un certo contesto di valori e comportamenti. La cosa è vera – ammesso e non concesso che si sia, oggi, ancora in un paese fortemente patriarcale – ma si fonda su un errore di fondo piuttosto grave.

E’ grave, cioè, non solo che la Murgia dimostra di non conoscere affatto il sistema della famiglia mafiosa, ma anche e soprattutto di non conoscere la donna, addirittura. L’errore è quello di dipingere sempre e comunque la donna come vittima, mai come protagonista, negarle cioè il diritto di essere una persona umana, cattiva.

Procediamo con ordine: la mafia, come diceva Borsellino, non è che l’esasperazione dei valori siciliani. Omertà, onore, vendetta eccetera. E quindi maschilismo. Già solo da questa costatazione possiamo immaginare, vista l’importanza della “mamma” e in generale della donna – sottomessa si, ma intoccabile – nella cultura siciliana.

E’ vero che formalmente solo i maschi possono arrivare al grado di boss, ed è vero (in teoria) che solo i maschi ammazzano, hanno il ruolo di guerrieri nell’organizzazione militare. Ma, a parte il fatto che non mancano esempi di donne attivamente violente, è risaputo come all’incarcerazione di un boss è spesso e volentieri la moglie che prende le redini dell’organizzazione. Questo per quanto riguarda il lato esterno, tattico. Ma le donne hanno un ruolo a dir poco FONDAMENTALE, nella cultura mafiosa, proprio per quanto riguarda l’educazione dei figli a certi valori. Proprio perché il maschio spesso si trova a dover fare il latitante, perché in un sistema maschilista non è suo compito occuparsi dei figli, perché l’aspettativa di vita di un soldato è molto più bassa rispetto a quella della moglie.

Basti una semplice dichiarazione, di Angela Russo, arrestata nel 1982. Il suo caso è tutt’altro che isolato. In quanto donna, le si imputava un ruolo subalterno. E lei, presa da orgoglio, dichiarò ai giornalisti:

Quindi secondo loro io me ne andavo su e giù per l’Italia a portare pacchi e pacchetti per conto d’altri. … Dunque io che in vita mia ho sempre comandato gli altri, avrei fatto questo servizio di trasporto per comando e conto d’altri? Cose che solo questi giudici che non capiscono niente di legge e di vita possono sostenere.

A proposito di figli, Angela Russo definì il suo stesso figlio “vigliacco e infame” perché decise di collaborare con la giustizia. Allora: 1) chi era incastrato in certi valori, la madre o il figlio? e 2) chi portava avanti un sistema di valori mafioso, la madre o il figlio? SI veda questa conferenza dal titolo inequivocabile: “Donne di mafia, custodi dell’omertà o nuove protagoniste della violenza mafiosa?”.

Solo una Murgia che non capisce niente di mafia e di vita può sostenere che essere maschio oggi significa essere incastrato in certi valori. Valori che per altro oggi, decisamente, appaiono già morti: nessuno si sogna di accettare cose come il delitto d’onore, il matrimonio riparatore, lo stupro… Nessuno, se non qualche sacca trascurabile, si sogna di contestare il diritto all’aborto, al lavoro, al controllo sul proprio corpo, sulla propria sessualità, al bikini e alla minigonna. Di quali valori parla esattamente Michela Murgia?

L’analogia con la mafia non fa che ridursi ad essere quindi una accusa contro le donne, le mamme, che educano i loro figli al patriarcato. Il che può essere vero, in buona misura a mio avviso lo è, ma non credo proprio che fosse quello che la scrittrice volesse dire. Ha quindi sbagliato esempio.

Il punto vero della questione è però che con questa dichiarazione, e con altre dello stesso stampo, si fa del sessismo. Ovvero, si generalizza la “colpa” dei maschi, in quanto maschi, alimentando una sorta di clima da guerra civile tra i sessi – niente di più controproducente per costruire un mondo ugualitario – e generalizzando la vittimizzazione della donna in quanto donna.

è importante invece, proprio ai fini di un femminismo reale e applicato, riconoscere la cattiveria, la violenza e insomma la dimensione umana della donna. Basti vedere come le donne dei boss, spessissimo, si dimostrano le più agguerrite e violente nello scagliarsi contro le forze dell’ordine che arrestano il boss, e basti cercare tra interrogatori e interviste come siano le donne che si dimostrano ideologicamente le più agguerrite mafiose. La donna è protagonista dell’organizzazione mafiosa, un elemento indispensabile alla trasmissione della cultura mafiosa. La donna non è un angelo, non è un essere puro e illibato come la vogliono i maschilisti e le Murgie varie. La donna è un essere umano, e quindi la sua anima fa schifo esattamente come quella degli uomini.

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