Anche la mummia ha il suo fascino – Appunti sull’identità dell’Altro

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IL MITOLOGO di Gerardo Iandoli

Chi è l’Altro? Per molto tempo lo si sarebbe chiamato il “prossimo”, eppure, oggi, questo termine sembra essere inadeguato. Per “prossimo” si immagina qualcuno vicino a noi, di cui percepiamo l’odore, che tocchiamo. C’è qualcosa di carnale nel termine “prossimo”. Il prossimo è mamma, papà, la sorella, il fratello, il compagno di classe, il compagno di squadra, l’amico del quartiere, la signora del palazzo di fronte, il salumiere, il postino, ecc. Per poter vivere, ogni giorno ci incontriamo e scontriamo con molteplici altri individui, a volte senza farci troppo caso.

Ma oggi le nostre capacità percettive sono aumentate e vanno ben al di là di quei pochi metri che riusciamo a percepire con la nostra vista. I social network proiettano il nostro sguardo in tempo reale in luoghi che non potremmo raggiungere se non dopo lunghe ore di viaggio. E incontri fortuiti possono diventare solide frequentazioni, se ci si scambia il contatto Facebook. Quell’avventura al mare, in un posto straniero, può continuare sulla chat. Oppure quell’amico conosciuto alla fine dell’Erasmus può continuare a farci divertire inviandoci immagini su Whatsapp. Rincontrare il vecchio compagno di scuola, continuare a sentire l’amico di sempre che si è trasferito in Australia. Si dirà: prima c’era il telefono. Ma non è la stessa cosa: il telefono è un rapporto esclusivo, quasi intimo: si decide di parlare con quella persona e solo con quella persona. È un momento che si dedica a qualcun altro, mettendo in pausa gli impegni quotidiani. I social network no: sono dei contenitori in cui disseminiamo tracce di noi stessi, nella speranza che qualcuno le colga.

Volendo fare un paragone con il linguaggio amoroso, si può dire che il telefono è l’atto sessuale: esclusività, allontanamento dal mondo, concentrazione sull’altro. I social network sono una fase precedente: quella della seduzione, quella del bel vestito che si indossa non per qualcuno, ma per poter diventare il qualcuno di un ipotetico altro che si incontrerà per strada, a una festa, in giro con gli amici.

La fase della seduzione vuole una certa distanza: l’altro ci attrae, ma questa sua bellezza non è per noi. C’è sempre un minimo di spazio tra noi e questo altro attraente, spazio che può essere oltrepassato solo dopo un certo impegno. I social network non ci hanno avvicinato agli altri: hanno solo aumentato il raggio della nostra capacità seduttiva. Quell’alone di bellezza che diffondiamo quando siamo in giro per il corso, al bar, in discoteca, a una festa resta confinato nel qui e ora di quel momento specifico. I social network, invece, immortalano quell’aura: ed essa pulsa e resta negli archivi del nostro profilo, fin tanto che non decideremo di inviare altri messaggi.

Il qui e ora della nostra capacità seduttiva ha sempre qualcosa che ci trascende: non riusciamo mai a controllarlo del tutto. Anche le occhiate più analitiche sul proprio vestiario o sul proprio modo di porsi non ci danno l’accesso a una totale consapevolezza su come potremmo apparire agli occhi degli altri. Quant’è difficile sapere in che modo apparirà la nostra risata? O il nostro imbarazzo? Quella maglia ci starà ancora bene addosso quando ci scateneremo nel ballo? Nel qui e ora ci manca la possibilità di avere piena coscienza di noi in terza persona. Ci siamo dentro fino al collo (e pure oltre) alla nostra persona, sempre completamente immersi nel nostro essere più intimo: il nostro essere per gli altri avrà sempre qualcosa di inaccessibile. I social network, al contrario, ci permettono di controllare la nostra terza persona, anzi: sui social network siamo tutti terze persone. Nell’attimo in cui noi postiamo la nostra foto o il nostro pensiero, quello stesso contenuto diventa accessibile a noi come se fosse altro da noi. Se nel qui e ora siamo la nostra aura, nei social network noi produciamo la nostra aura. E in quel prodotto vogliamo riconoscerci, cioè conoscerci ancora: forse per raggiungere una maggiore consapevolezza sul proprio io o forse per spirito narcisistico di contemplazione del sé. Quest’aura-prodotto però è sempre qualcosa di passato: d’altronde, la stessa parola “prodotto” è un participio passato. Non è che l’impressione luminosa che siamo riusciti a lasciare dietro di noi, colta e immortalata nei pixel dei nostri schermi.

Ogni nostro post è una composizione: un momento artificiale in cui calcoliamo cosa voler mostrare di noi per immortalarlo. Immortalare: farlo morire per renderlo immortale. Immortalare non ha niente dell’aura divina ma tutto di quella delle mummie: corpi che non dovrebbero esserci eppure ci sono, grazie a tecnologie che cercano di mettere da parte la nostra caducità. Ma di quei corpi rimane un’unica e immobile posa. Anche il video non riesce a restituire la nostra vitalità: se la foto ci fissa in un’unica posa, il video ci dà la possibilità di fissarci in più pose, ma non di uscire dalla fissità stessa.

Ciononostante, anche la mummia ha il suo fascino.

Ci sono due modi per lasciarsi incantare dalla mummia: il primo è osservarla per cercare di cogliere l’eccezionalità di questa posa che non dovrebbe più esserci, eppure c’è, anche se soltanto sotto forma di stimolo visivo. Il secondo, invece, mette da parte il corpo per esplorare l’oltrecorpo: il contesto, quello che gli sta intorno, quella che era la sua epoca e il suo mondo. L’oltrecorpo è quello che non c’è, poiché qui c’è solo la mummia. L’oltrecorpo esiste solo sotto forma di ferita sul corpo, come solco che segnala un’assenza. Nella foto, quel solco non è nient’altro che il bordo, il quale ferisce l’esistente strappando una particolare immagine dal tutto.

Di fronte a una foto di Facebook si può passare il tempo ad analizzare cosa c’è o a immaginare cosa c’è oltre il bordo, oltre i fasci luminosi che hanno impressionato la fotocamera. La foto di Facebook mostra alcuni lati del cubo solo perché deve celarne altri. Si può sostenere, al costo di risultare un po’ forzati, che la foto di Facebook mostra solo per poter celare. Infatti, quando la foto era qualcosa di raro o di prezioso, essa ricopriva il ruolo di oggetto della memoria: la sua ragione d’essere era quella di mostrare per spingere l’individuo a immaginare altre cose, scavando nei propri ricordi. Oggi, il profluvio di immagini sembra aver rovesciato tutto: le foto devono imporci certi ricordi per spingerci a dimenticare alcuni dettagli: quelli che non riescono a essere toccati dai fasci luminosi.

Il nostro amico che apparirà solo nelle foto delle vacanze forse vuole nascondere i luoghi della sua routine, dove egli apparirebbe ben più triste. Il ragazzino che viene immortalato solo nelle foto dinamiche di una partita di pallone potrebbe volere celare le sue incapacità in altri ambiti della vita. Il bel profilo di una qualche donna avvenente potrebbe essere la posa che cela le altre, non così gradevoli. Ma questa è la normalità e non è così grave: ognuno deve avere il piacere di mostrare ciò che ama e il suo lato migliore. Gli altri lati, quelli meno piacevoli, saranno appannaggio dei più intimi: forse amare significa andare a vedere il peggio, non il meglio di una persona. Il problema si pone quando questo meccanismo non viene messo in pratica dal semplice individuo, ma dai ruoli istituzionali: quei personaggi pubblici che sono ben più della loro semplice persona, poiché rappresentano determinati poteri: statali, politici, religiosi, economici, spettacolari, ecc.

Fissarsi su un lato della propria personalità pubblica è un modo di dire il vero senza essere onesti: i social network, permettendo il totale controllo sulla nostra terza persona, impediscono all’altro di cogliere quegli elementi inconsci che nel qui e ora si riescono a vedere. E quegli elementi mostrano la fragilità dell’individuo, così da definirlo per quello che è: un essere umano, nonostante l’avvenenza.

Per questo motivo, in quest’epoca in cui tutti seducono tramite i social network, per potersi difendere bisogna avere il coraggio del conquistatore: bisogna andare a vedere oltre il raggio della seduzione, per scoprire cosa c’è di reale dietro quell’aura. Quindi, bisogna ripristinare il reale potere della seduzione: attrarre per permettere il contatto dei corpi, non il loro allontanamento. Perché è in quello spazio di distanza che si celano i lati oscuri della bellezza. Al contrario, il potere fonda la sua comunicazione sulla timidezza di chi osserva: si è sedotti, ma ci si impedisce di andare alla conquista del reale.

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