Produzione e fruizione al tempo della rivoluzione internauta – da Platone a Vattimo

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Platone racconta nel Fedro del mito di Theuth, il dio che portò agli egizi la scrittura. Di fronte a questa innovazione tecnologica, che il dio presenta come positiva, il faraone risponde che:

«O ingegnosissimo Theuth, c’è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora tu, essendo padre della scrittura, per affetto hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. Infatti, la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, del richiamare alla memoria. Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza e non la verità: infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti». (Platone, Fedro 274c – 275b, trad. it. Giovanni Reale)

La conclusione di Platone, conosciutissima, è quindi generalmente contraria alla scrittura in quanto ostacolo alla memoria, che sarebbe la vera conoscenza. È effettivamente vero che in epoche in cui i libri erano molto rari si imparavano a memoria testi di lunghezza per noi sorprendente; ancora meglio questo si vede nelle culture a trasmissione orale, in cui la memoria è alla base stessa della trasmissione del sapere, e quindi della tradizione, e cioè dell’identità collettiva.

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Gli antichi, si dice, leggevano principalmente a voce alta; non avevano cioè la nozione di un linguaggio ‘letto’, ovvero parlato interiormente. Pare che la lettura interna nasca più o meno con il silenzio imposto nei monasteri ; questa lettura in quanto atto di meditazione (con portata anche religiosa) comporta l’invenzione poi di tutta una serie si strumenti per facilitare la navigazione all’interno del libro, dalla punteggiatura alla suddivisione in capitoli. Pare che la stessa invenzione della rima – fenomeno ovviamente tutto orale e ritmico – sia stata una necessità per facilitare l’apprendimento a memoria di testi molto lunghi. Si veda, per questo, il rapporto tra poesia e memoria teorizzato (anzi dimostrato) da Jacques Roubaud.

Ciò che importa è che 1) la scrittura, in quanto innovazione tecnologica, ha suscitato alcune questioni ‘apocalittiche’ e che 2) la lettura in quanto tale, distinta dall’oralità come la intendiamo oggi, non è necessariamente una conseguenza diretta della scrittura.

Questo per dire che le innovazioni tecnologiche hanno sempre portato a delle reazioni apocalittiche – nel senso usato da Umberto Eco in opposizione alle reazioni « integrate ». Il punto che mi interessa dimostrare è che oggi, secoli, anzi millenni dopo Platone, il discorso rimane sempre lì: da un lato quindi bisogna cercare di evitare entrambe le posizioni estreme descritte da Eco; evitare cioè di vedere in internet la fine del mondo, ma anche evitare di vedere il migliore dei mondi possibili. Eco, d’altronde, che non era certo un apocalittico totale, scrive anche un famoso saggio intitolato “non sperate di liberarvi dei libri”. Per lui, con tutto che l’innovazione internauta ha indubbiamente delle conseguenze fondamentali sia nella produzione che nella fruizione del sapere, comunque è impossibile che il cartaceo venga dismesso. Poszione appunto né ottimista né pessimista. Solo la storia ci dirà se aveva ragione.

Ma soprattutto, il discorso rimane sempre allo stesso punto se pensiamo al mito platonico: una questione centrale della rivoluzione tecnologica che viviamo oggi, tanto importante che sembrerebbe malgrado Eco che la “cultura del libro” stia andando verso l’estinzione, abbia sempre a che fare con il problema della memoria (memorizzazione). Ovvero l’attenzione, per usare il termine usato da chi il fenomeno l’ha studiato a fondo, la capacità di concentrazione. (vedi bibliografia: Citton)

Personalmente penso che Platone avesse sostanzialmente ragione, pur rimanendo il suo discorso inaccettabile. Oggi non solo siamo incapaci di imparare tutta la Bibbia o l’Iliade a memoria, ma neanche ne vediamo l’utilità. Così, penso che sia vero il fatto che la connessione permanente ai Social Media possa avere ricadute sulla nostra soglia dell’attenzione; senza che però questo mi porti su posizioni apocalittiche.

A dimostrare la verità di questo indebolimento della memoria e dell’attenzione, si pensi al fatto, aneddotico ma significativo, che Steve Jobs vietava ai propri figli di usare Ipad e simili prima dell’adolescenza ; prima cioè che il loro cervello/memoria/attenzione si fosse abbastanza sviluppato.

Steve Jobs, cioè la sua figura su cui si è formato un (per me inspiegabile) mito, dimostra anche il fatto che oggi pare che il discorso dominante non sia nostalgico, quanto integrato, entusiasta. Si vedano le file chilometriche per comprare l’ennesimo, sempre uguale a se stesso, Iphone.

Tuttavia, tutto questo non ha a che fare con il mezzo di per sé. Chi legge questo articolo – che non è proprio accademico ma nemmeno, mi sia concesso, del tutto stupido – lo legge con ogni probabilità  sullo schermo dell’Iphone. Il libro da cui prendo le mosse, di Yves Citton (si veda la bibliografia alla fine dell’articolo) lo leggo in versione ebook dal catalogo elettronico di un’Università americana. Su Google, come su Youtube, si trovano, messi sullo stesso piano (ma questo è un discorso complesso, relativamente diverso), sia conferenze universitarie di altissimo livello in ogni disciplina del sapere, sia dei video di bassissima qualità su complottismo alieno antisemita rettiliano.

Tutto dipende quindi dall’uso che se ne fa. Come la lettura silenziosa non è necessariamente legata alla scrittura in quanto tale, ma una volta nata, questa forma di fruizione ha provocato innovazioni nella stessa tecnica della scrittura, allo stesso modo, oggi, tutto dipende da come si utilizza il “supporto” elettronico; e questo uso avrà senza dubbio degli effetti sulla produzione dei testi/video ecc.

Così, mi accorgo, leggendo Citton, che nel suo testo utilizza i caratteri maiuscoli per sottolineare certe frasi, esattamente come si fa su internet, nei commenti su FB o Twitter per esempio. Non avevo mai visto questa tecnica tipografica in un testo accademico. Mi pare significhi qualcosa.

Questo riguarda la produzione del testo, e in effetti anche la mia fruizione di Citton è per così dire ‘Social’. Lo leggo velocemente, non capisco tutto perché sono lento a leggere in inglese, e le parti oscure semplicemente le salto. Mi sbrigo un po’, non ho molto tempo da dedicargli, e voglio scrivere questo articolo. Leggevo proprio qualche settimana fa un articolo in cui si diceva che Kant, oggi, sarebbe un perfetto esempio di inefficienza accademica, dato che non pubblicò che due articoli durante i primi 10 anni di insegnamento all’università di Koenigsberg. Non si preoccupava affatto, cioè, di quella che Citton definisce (e sottolinea a caratteri cubitali) la CAPITALISTIC VALORIZATION.

Nelle facoltà scientifiche di oggi, si denunciano spesso casi di pubblicazioni che non sono propriamente oggettive, scientificamente rigorose, pubblicate più che altro per attirare l’attenzione del pubblico (attenzione superficiale e breve, ovviamente) e per avere un articolo in più nel Curriculum accademico. Si pensi al fatto che la stragrande maggioranza delle persone che mette il “mipiace” a un articolo su facebook, legge solo il titolo e passa avanti a scorrere la bacheca del social network. Per avere valore ‘capitalistico’ insomma.

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Tutto questo si riflette anche, necessariamente, sulla produzione e fruizione estetica. Necessariamente perché se cambiano i modi di produzione e di fruizione di ogni aspetto della condivisione di informazione, divertimento, amicizia eccetera, cambia anche qualcosa nel mondo dell’arte. Non sarà nemmeno necessario andare a scomodare categorie marxiste per vedere come questo sia abbastanza ovvio. Si pensi allora alle manifestazioni estetiche citate da Citton: il concerto Rock, il cinema. Innanzi tutto, si noti che sono tutte esperienze collettive, e non per così dire ‘meditative’. Il rock vuole una band composta minimo di 4 individui, e un concerto degno di questo nome riempie uno stadio. Il cinema, ancora di più, è necessariamente prodotto da gruppi enormi di persone, dalla costumista al fonico, direttore della fotografia, produttore, sceneggiatore, regista, attori, musicisti tutti individui e figure professionali diverse che collaborano. E il pubblico del cinema arriva spesso ai milioni.

Si tratta senza dubbio di un fenomeno che possiamo definire postmoderno, ovvero prodotto di quel che Vattimo definiva ‘pensiero debole’. Il che si può vedere in filosofia : si pensi come minimo a Derrida, filosofo ben diverso dal rigore di Kant, che scrive libri che almeno in teoria potrebbero essere letti in tutte le direzioni. Un solo esempio : il libro Parergon, comincia con tre puntini di sospensione e la seconda parte di una frase spezzata. E finisce con una frase spezzata seguita da tre puntini di sospensione. E si badi bene : non si tratta di un libro di scrittura creativa, ma di filosofia della più alta e complessa. Ma certo, niente a che vedere con Kant o Hegel. Una filosofia, se vogliamo, ‘creativa’, ma non meno filosofica. SI pensi al fatto che Deleuze considerava l’invenzione di un concetto, da parte del filosofo, come del tutto paragonabile all’invenzione di un personaggio da parte dello scrittore. Questo genere di fenomeni, nella filosofia postmoderna, sono descritti da Vattimo come ‘pensiero debole’, appunto, in opposizione a un pensiero ‘forte’, ovvero rigoroso, lineare, (non per questo più comprensibile) ; diciamo pure monumentale, o addirittura fallico.

Si tratta insomma di un fenomeno che va di pari passo (chissà se provocato da, o provocatore di) con l’innovazione tecnologica internauta, con l’ipertesto e il fatto che oggi sia praticamente impossibile fruire una cosa sola, unica, in maniera approfondita. Il concetto di navigazione (anzi di ‘surf’ come dicono gli anglofoni) su internet è proprio questo. Un muoversi liberamente su una superficie, senza una vera coerenza, ma abbracciando spazi testuali molto più ampi.

Nel suo saggio I barbari Alessandro Baricco fa alcune osservazioni che mi sembrano piuttosto intelligenti. Sull’algoritmo di Google, sulla muraglia cinese, sul fatto di surfare appunto. Sospetta, o suggerisce, una nuova forma di conoscenza, non più univoca, specializzata, profonda, ma superficiale, varia, larga. Guarda suo figlio che fa i compiti di matematica, gioca alla playstation, controlla facebook e chatta con la fidanzatina e si chiede: sta facendo mille cose contemporaneamente, e tutte male, o sta facendo una sola cosa, e bene?

La domanda mi pare del tutto pertinente, e particolarmente utile. Provare a rispondere potrebbe aiutarci a capire meglio la rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

Platone, Fedro

Derrida, Parergon (versione in inglese) Vedi anche, in italiano: Paraffi, la questione del parergon da Kant a Derrida)

Roubaud (et al.), Poétique de la mémoire

Vattimo, Pensiero debole

Baricco, I barbari

Citton, The Ecology of attention

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