Breve storia (triste) degli indipendentismi europei oggi

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L’EUROPEIDE, di Valentina Palladini

I confini sono il frutto della storia, spesso del suo volto più violento. Cosa potrebbe – allora – modificarli ancora, magari nella vecchia Europa? La forza che nasce dall’identità, delle radici, delle tradizioni, che sopravvivono a lungo. Ma anche la possibilità di mantenere in proprio posto al sole ed i propri soldi in confini ancora più ristretti. Viaggio in un’Europa frammentata che potrebbe cambiare in modi che sembrano difficili da immaginare.

Di Valentina Palladini

L’argomento è tosto.

La storia degli indipendentismi europei è complessa e complesso è quello che sta accadendo oggi, con la crisi del sistema globalista ed il risorgere di nazionalismi violenti che fanno riaccendere i fuochi sacri dell’indipendenza in molti paesi del Vecchio Continente.

La verità è che la situazione dei Paesi europei è già un compromesso. Se pure gli Stati appaiono molto (troppo) numerosi in confronto alla superficie del continente, in realtà accorpano al loro interno parecchie micronazioni che, in modi più o meno violenti, cercano di affermare la propria identità”.

Recentemente, il caso più eclatante è quello che ha riguardato la Catalogna, regione spagnola animata da sempre da mire separatiste. Da dire che in Spagna non sono gli unici, pensiamo alla lotta decennale – e spesso violenta – dell’ETA nei Paesi Baschi, terminata ufficialmente nel 2017. Al riguardo, ecco il link al documentario sulla fine del movimento indipendentista basco che vi avevamo suggerito su L’Opinabile qualche mese fa.

Nel 2014, anche la Corsica ha deciso di abbandonare la lotta armata, dopo 40 anni di attività.

Dicevamo, cosa è successo in Catalogna? Mondo con il fiato sospeso, Europa allarmata, leader politici fuggiti nella notte a Bruxelles. Come sappiamo, il governo spagnolo si è imposto – come era prevedibile facesse – e nulla è cambiato.  Oltre la metà dei catalani ha votato per partiti contrari all’abbandono di Madrid.

Qualche mese prima fallirono anche gli scozzesi, in un referendum chiaro ed esplicito. Sembrava volessero organizzarne un secondo poco dopo, nulla è stato fatto.

In Italia la Lega Nord, neanche quella più dura di qualche anno fa, è mai riuscita a trovare un consenso tale da poter proporre un referendum. Oggi rimane qualche piccolo gruppo che la reclama per il Veneto.

Poi ci sono i fiamminghi belgi. Il loro leader, Bart de Wever, nel 2012 si era preso Anversa, facendo tremare tutto il sistema Belgio. Nel 2014 ha però rischiato di diventare premier, ma non ce l’ha fatta. I risultati delle elezioni, troppo complessi, non portarono ad un vero e proprio vincitore e de Wever non è riuscito a trovare alleati per formare il governo, soprattutto per la palese intenzione del suo partito di procedere appena fosse stato possibile con la secessione delle Fiandre.

Nel marzo 2017 in Irlanda del Nord, nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento, il partito indipendentista Sinn Féin (letteralmente “noi stessi”) ha sfiorato il pareggio con il Partito Democratico Unionista, ottenendo quasi lo stesso numero di seggi.

Il 10 dicembre dello stesso anno, la coalizione Pè a Corsica, un’alleanza di partiti nazionalisti che chiede una maggiore autonomia della Corsica rispetto alla Francia, si è imposta al secondo turno delle elezioni regionali.

Ogni movimento separatista ha una sua storia e proprie motivazioni, identitarie – linguistiche e culturali, spesso – molto spesso –  economiche, con la richiesta di una maggiore autonomia fiscale.

Sta di fatto che non solo l’Unione europea fatica a chiamarsi “unita” – e a sentirsi così, e a riconoscersi un’identità, ma anche gli stessi Paesi membri, per le diverse anime che li abitano, sembrano far fatica ad accettarsi con un insieme unico.

Un giornalista del Reddit ha immaginato l’Europa se dovessero “vincere” tutti i movimenti indipendentisti e separatisti. Siete curiosi di vedere le 80 nazioni che ritrovereste nella cartina europea? Vi accontento.

Il solo Regno Unito ne conterebbe 13, l’attuale Francia perderebbe l’Occitania a sud, Bretagna e Normandia a Nord, e varie frazioni a Ovest (Alsazia, Patria libera, Savoia), la Spagna si spaccherebbe seguendo i confini delle storiche Catalogna, Galizia, Castiglia, Leòn, Valencia, Murcia, Asturias, Cantabria, Paesi baschi, Rioja, Andalusia (a dimostrazione che nessuno, in realtà, vuole essere spagnolo), il Portogallo invece resterebbe Portogallo (tenuto unito negli anni dall’isolamento linguistico e culturale nella regione). L’Italia viene immaginata in una situazione molto simile alla baraonda che caratterizzava il periodio pre –Rinascimentale: un enorme Sud, una bizzarra Padania che comprende il centritalia (ma forse andrebbe ridivisa, togliendo la Toscana, erede dell’antico Ducato) e il Piemonte. Si dissocia la Lombardia, che vuole autonomia, idem il Veneto. Il Sud Tirolo si stacca e anche il Friuli dice addio a Roma, tenendosi Trieste ma lasciando l’Istria a una sua propria indipendenza rispetto a Slovenia e Croazia. Nemmeno la Germania, solida e tetragona, ne uscirebbe indenne: perderebbe Franconia, Baviera, Svevia, Lusazia ”. (2) Di fatto, rimarrebbero unite solo Grecia e Portogallo.

L’Europa è stata costruita con fatica e con maggiore fatica la si tiene insieme.

Da un lato c’è un’Europa che cerca di assomigliarsi, di non divorziare, di sentirsi parte di un tutto, dall’altro un’Europa che resuscita antiche identità e legami di appartenenza, radici antiche che esercitano fascino e nostalgia. I movimenti indipendentisti fioccano beatamente, mentre Bruxellese appare sempre più lontana e accentra nelle mani di inamovibili burocrati tutto il potere. Sono due facce della stessa medaglia, tanto più cresce il primo, tanto più ingrassa il secondo.

RIFERIMENTI

 

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