Contro i Bonobo – altro che sesso libero; biopotere e violenza sull’individuo

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Quello sui Bonobo, sul fatto che dovremmo prendere esempio dalla loro società utopico-sessuale, è un luogo comune piuttosto diffuso. C’è persino una canzone di Caparezza, tanto per dimostrare quanto l’idea sia “pop”. E benché la canzone sia un inno superficiale alla perfezione di una tale società, sin dal titolo, probabilmente senza rendersene conto, il nostro non-rapper sottolinea il rapporto stretto tra sesso e potere. Una suggestione in più, en passant: l’assonanza tra bio-potere e il titolo “bonobo power”, magari significa qualcosa, se la musica delle parole ha significato; e il chiaro gioco di parole dell’album: “Le dimensioni del mio caos”. Invece il modello Bonobo, applicato alla società umana, sarebbe di una violenza inammissibile, e di fatto sembra un modello funzionale alla biopolitica del capitalismo consumista odierno.

In breve: la loro società, rispetto agli altre grosse scimmie (gli scimpanzé), sostituisce il sesso “libero” alla violenza. Per cui, per esempio, quando si trova del cibo, nelle altre società scimmiesche il primo ad avere il diritto di addentare la banana è il maschio dominante, e se un maschio beta si azzarda a non rispettare questo ordine gerarchico, sarà malmenato.

Nei bonobo, invece, prima di mangiare si fa un’orgia, si sfoga così l’eccitazione violenta, e poi si mangia tutti insieme.

O ancora: quando un nuovo elemento esterno viene a inserirsi nel gruppo, viene trombato da tutti, e in particolare dalla femmina dominante. Sia detto tra parentesi, come una mia opinione personale, che è molto interessante e che dice qualcosa anche sulla femmina dell’essere umano, il fatto che alla violenza fisica usata dal maschio per mantenere la propria posizione di alfa, si sostituisce, nel mondo matriarcale dei bonobo, la violenza sessuale. Qualcosa di molto simile accade(va) nelle società matriarcali, con buona pace delle femministe. Ma passiamo oltre.

Il punto è che la femmina dominante, per accettare il nuovo individuo nel gruppo, maschio o femmina che sia, imita la penetrazione. Si mette dietro di lei/lui, e fa il gesto avanti-indietro con l’anca. Ovvero: scopa, non si fa scopare. In questo modo mantiene il suo ruolo di femmina alfa: facendo il maschio. Poi, tutti gli altri individui del gruppo hanno il diritto di farsi una sveltina col nuovo arrivato/a.

Ora, proviamo ad applicare questo alla società umana. Non si esiterebbe un attimo a dire che, quando qualcuno entra in un nuovo gruppo sociale – nuovo ufficio, nuova classe a scuola, quando viene presentato alla famiglia dell’amato ecc. – se facessimo altrettanto si tratterebbe di violenza sessuale di gruppo. E di fatto lo è, anche nei Bonobo; solo che molto probabilmente la psicologia umana è molto più complessa di quella dei Bonobo.

Qui sta il punto: i nostri antenati genetici non hanno trovato una società libera di pari in cui le tensioni sciali si annullano tramite il sesso libero, un’utopia hippie. Niente affatto: il sesso, per loro come per noi, si inserisce in un nodo complesso di potere, dominazione e sottomissione, e persino pulsione di morte. Si tratta, esattamente come nelle altre società di scimpanzé, di un regime monarchico, in cui uno solo comanda, e gli altri seguono. Se non seguono, se per qualche ragione qualcuno cerca di fare un “colpo di stato”, invece di essere ammazzato a botte, viene ridimensionato col sesso. Viene ribadito il suo ruolo sottomesso tramite la violenza sessuale.

Ora, per come funziona la società umana e la nostra psicologia, questo modello non sembra affatto auspicabile. Per noi, essere costretti ad avere rapporti sessuali quando non ne abbiamo voglia, rappresenta una delle peggiori esperienze possibili. Che si sia femmine o maschi – perché anche i maschi possono subire violenza e la subiscono, con buona pace delle femministe più agguerrite (si legga più ingiustamente fallofobiche).

Una prova chiara di quanto la nostra psicologia è molto più complessa, sta nel fatto che noi abbiamo i poeti, e che questi maledetti hanno inventato l’amore. Oggi, a causa della società capitalistica e consumistica direbbero alcuni, di fatto la famiglia non serve più. Non ci si rivolge, nel linguaggio pubblicitario, a nuclei famigliari, ma a individui atomizzati. E cominciano ad affacciarsi, sul panorama culturale-antropologico, alcuni modelli diversi, come il poliamore, la coppia aperta, Tinder e cose di questo tipo. E tuttavia non sembra che, anche una volta la libertà sessuale essendosi aperta (spalancata), l’essere umano abbia rinunciato all’amore. Ovvero a qualcosa che non si riduce solo ed esclusivamente al sesso, ma a un bisogno più profondo, magari pure più freudiano, di coccole, di sostentamento psicologico, di compagnia, di scambio, di emozione. Il bisogno – proprio questo è il significato fondamentale dell’idea del poliamore – di un rapporto intimo esclusivo con un Altro. Il che non necessariamente esclude altri rapporti dello stesso tenore, della stessa profondità, con altri; ma comunque non si tratta mai solo e semplicemente dell’atto fisico.

Ecco, questo, nei bonobo, non esiste. Esiste solo il sesso come tipo di violenza, una violenza femminile che sostituisce la violenza maschile. Il che ha dei chiari vantaggi dal punto di vista evolutivo, mi pare chiaro. Invece di ferire, in maniera potenzialmente mortale, l’individuo che non si sottomette, lo si costringe a sottomettersi conservandone però l’integrità fisica, cioè la forza-lavoro. Il gruppo non perde un elemento, mantiene il numero.

Ma, se è vero che la nostra società è molto più complessa, e che lo è la nostra psicologia, siamo sicuri che a una violenza fisica – che comunque è di molto ridotta oggi rispetto allo “stato di natura” – sia meglio una violenza psicologica? Distruggere la psiche di un individuo, mi sembra, può essere nell’animale-uomo molto peggio dell’eliminazione fisica. Si pensi ai campi di concentramento nazisti. L’annullamento fisico non era mai totale – serviva forza lavoro – ma ridotto al minimo indispensabile. Quel che contava, che faceva parte del piano, e che fa davvero impressione, è l’annullamento psicologico del detenuto. Si pensi, ancora, a Salò di Pasolini: è l’annullamento psicologico, attraverso la violenza sul corpo sessuato, a cui punta il potere. In una scena, addirittura, fanno credere a un ragazzo che sarà ucciso; ma poi la pistola spara a vuoto, e uno dei carnefici dice “credevi davvero che ti avremmo ucciso? Noi vorremmo ucciderti mille volte”. Come uccidere mille volte? Con la violenza sessuale, psicologica.

E allora, ricollegando il film di Pasolini e la sua riflessione sul potere odierno con quella, non diversa, riflessione sul biopotere di Michel Foucault, il luogo comune sulla società “perfetta” dei bonobo risulta come una sorta di propaganda. Si pensi al fatto che nella società umana alla violenza fisica (si è sostituita la punizione; alla morte la conservazione della vita (si legga almeno, come minimo, Sorvegliare e Punire, ma ancora meglio si legga Homo Sacer di Giorgio Agamben e qualche cosa di Hannah Arendt). Non è quello che fanno i bonobo, anche se in maniera molto più semplificata e istintiva? Conservano la vita dell’individuo; lo costringono però a omologarsi.

L’imperativo a godere della società dei consumi, che punta ad annullare l’individuo, discioglierlo nella massa, sottometterlo in un modo che non è solo metaforicamente sessuale. Sicuramente violento. Contro i bonobo, dunque, e il loro modello di biopotere.

BIBLIOGRAFIA MINIMA:

Giorgio Agamben, Homo Sacer (ediz. integrale)

Michel Foucault, Sorvegliare e punire

Michel Foucault, La società punitiva, corso al Collège de France

Pier Paolo Pasolini, Salò o le 120 giornate di sodoma

Caparezza, Le dimensioni del mio caos

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