L’identità africana e il rischio che vada smarrita

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Il Muzungu, di Marco Simoncelli

«Contrariamente all’europeo l’africano ama relazionarsi a ciò che lo circonda in un modo tale che la linea di demarcazione tra lui e gli oggetti svanisce completamente. L’Africano non assimila, viene assimilato. Vive in simbiosi e in condivisione con l’altro. (…) L’approccio occidentale è cartesiano, “Penso dunque sono”, quello africano è “Sento, danzo l’altro, dunque siamo”».

Ne era convinto Léopold Sédar Senghor, primo presidente del Senegal e tra i più importanti intellettuali della storia del continente africano.

La civiltà africana è effettivamente una civiltà di rapporti tra uomo e comunità, uomo e natura, uomo e soprannaturale. Si può affermare che nei culti animistici africani le divinità comunicano con gli uomini e con il tutto. Ogni cosa si basa sulla relazione, sul contatto, sulla condivisione. L’uomo e la sua identità si realizzano nella comunità attraverso la solidarietà e la partecipazione.

Questa appartenenza e comunanza con la famiglia e la comunità racchiude in sé la partecipazione alla forza vitale degli antenati. E questa forza vitale è l’anima dell’africano, il principio della sua identità. La cultura e l’identità africane sono basate sull’unione intima e vitale con l’altro, infatti come dice Senghor, non è “l’io” al centro ma il “tu”, il “noi”.

In sostanza questo concetto essenziale, per lo più nelle culture dell’Africa subsahariana, riporta al principio etico dell’Ubuntu che mette al centro, come regola di vita, la compassione, il rispetto dell’altro, il sostegno e l’aiuto del prossimo. Ancestralmente rappresentava la radice di molti modelli di comportamento e influenzava la politica, la religione, le leggi e perfino l’economia.

È superfluo sottolineare quanto questo approccio sia romantico e purtroppo utopico nel tecnologico mondo moderno che noi conosciamo. La nostra cultura basata sull’individualismo è già di per sé molto lontana da questa caratteristica tutta africana.

L. Senghor

Con il continente in fermento, lanciato verso lo sviluppo e l’emancipazione, ma ancora frenato da problemi politici, economici e sociali, ci si chiede se questa identità africana primordiale esista ancora e fino a quando esisterà. Per rispondere noi occidentali dovremmo prima identificarla e comprenderla, ma ciò comporta porsi di fronte ad essa con la giusta dose di umiltà tentando di conoscere quella che si può definire la “filosofia africana” sopratutto evitando inutili confronti, in quanto il nostro modello interpretativo i nostri parametri sono ormai contaminati dal capitalismo scellerato e dall’individualismo più feroce.

In ogni caso la prova risulterebbe difficilissima per la certezza dell’inevitabile difficoltà nel riconoscerla correttamente: vista la varietà di culture e storie di ben 54 nazioni africane le declinazioni dell’identità africana sono numerosissime, quindi ogni tentativo di tratteggiarne un profilo finisce col far percepire un senso di incompletezza e generalizzazione.

Tuttavia, dopo aver descritto sommariamente la principale peculiarità di quella antica (il concetto di l’Ubuntu, cioè l’essere umani solo attraverso l’umanità degli altri), si può certamente affermare: che l’identità o “le identità” africane sono state sconvolte dall’arrivo del colonialismo che, in generale, ha tentato di controllarle emarginandole e riducendole a espressioni folkloristiche. Anche nel post colonialismo si è cercato di ridimensionarle a tradizioni di comunità minori. In generale anche oggi la cosiddetta civiltà tecnologica le sta ulteriormente alterando o forse soffocando definitivamente. Vale a dire la globalizzazione.

Choc identitario e appartenenza etnica

Prima lo schiavismo e poi il colonialismo hanno ovviamente stravolto e distorto l’identità culturale del continente nelle sue varie manifestazioni togliendole il suo spazio e lo hanno fatto attraverso l’assimilazione, cioè obbligando gli africani a conformarsi ai modelli di comportamento e all’identità occidentale per ottenere l’emancipazione e divenire évolué, che (attenzione) non significava essere liberi né essere considerati égaux.

Va fatta poi una piccola digressione su un altro aspetto. Quando si analizza la politica africana dell’epoca postcoloniale e moderna, ci si rende conto di quanto l’identità etnica la influenzi impedendo lo sviluppo di una democrazia matura e consapevole, e anche di come proprio l’appartenenza etnica sia stata in molti casi la causa o la scusa che ha fatto scoppiare numerosi conflitti. Secondo diversi intellettuali africani, prima dell’avvento della colonizzazione le identità etniche non erano così astiose e scatenanti.

Esistevano, certo, ed erano diverse l’una dall’altra, ma in un continente dai territori sconfinati e pressoché inabitati, intrattenevano relazioni di vario genere che spesso hanno portato anche alla formazione di regni. Le violente rivalità tra gruppi etnici sarebbero in gran parte un lascito dell’esperienza coloniale, acuite e utilizzate come strumenti di controllo della popolazione locale finalizzati alla spartizione delle sue risorse.

Gli europei hanno promosso l’assimilazione degli africani per gruppi, istituendo entità amministrative poi denominate in base all’appartenenza etnica, come è accaduto ad esempio in Uganda e in Rwanda. Per altri storici gli stessi Africani avrebbero poi contribuito all’istituzione di tribù per non trovarsi del tutto esclusi dall’attribuzione di risorse operata dai colonizzatori.

Mentre prima della colonizzazione c’era equilibrio e rispetto, successivamente l’etnicità, avrebbe invece assunto la valenza di un mezzo per perseguire benefici materiali, e in quanto tale veniva promossa. Così ancora oggi facendo leva sull’etnicità molti politici si mantengono al potere. Si tratta di una degenerazione dell’identità che si spera vada svanendo con l’emancipazione culturale delle nuove generazioni che non hanno vissuto l’epoca coloniale.

Alcuni filosofi africani contemporanei infatti, ritengono che “i popoli felici non hanno bisogno di etnie”. In effetti sembra che questa necessità sorga per la ricerca del senso di appartenenza ad un gruppo etnico e che corrisponda a un bisogno di identificazione che la nazione non riesce a soddisfare. Ma per creare una nazione con lingua, cultura e costumi forti e omogenei ci vuole tempo, come noi italiani sappiamo bene, e gli stati africani sono ancora giovani.

La risposta all’assimilazione

A. Césaire

Tornando all’assimilazione coloniale che ha modificato e snaturato l’identità culturale africana, il famoso movimento intellettuale, filosofico e politico della négritude fu sicuramente una reazione che portò alla riscoperta dei vecchi valori nel XX secolo. I fondatori e promotori di questa corrente, vale a dire Aimé Césaire, Léon-Gontran Damas, e il già citato Senghor sostenevano che il popolo africano dovesse svincolarsi dal complesso d’inferiorità nei confronti della cultura occidentale nato dalla colonizzazione e rivendicare con orgoglio le sue origini, riscoprendo le tipiche caratteristiche culturali e i modelli di comportamento propri dei popoli neri.

Césaire fu il primo a coniare il termine négritude in contrapposizione alla cultura francese negli anni 30 e poi fu Senghor ad ampliarlo esortando l’uomo nero alla riscoperta di sé stesso attraverso le sue radici, le sue trasformazioni e i suoi difetti.

Concetti che stimolarono il recupero dell’identità culturale perduta e che si unirono ad un’altra corrente fondamentale per le lotte verso l’indipendenza successive: il panafricanismo.

Questa corrente, nata con lo studioso afroamericano William Edward Burghardt Du Bois, aveva iniziato a diffondersi fra intellettuali e attivisti africani con i primi congressi panafricani negli anni 20 e alla sua radice aveva appunto l’idea dell’esistenza di un legame di identità e solidarietà tra africani che univa anche la diaspora oltre oceano provocata da secoli di tratta degli schiavi. Come dice il termine stesso, puntava all’ideale dell’unificazione del continente africano al di sopra dei particolarismi tribali e degli stati.

Inizialmente si discuteva della discriminazione razziale e dei diritti dei popoli africani poi si iniziò con la spinta alla decolonizzazione. Infatti molti leader delle lotte per l’indipendenza dal dominio europeo si formarono proprio nel contesto culturale del panafricanismo, tra cui il ghanese Francis Nkrumah, il tanzaniano Julius Nyerere, il guineano SékouTouré e il maliano Modibo Keita.

Ovviamente anche il panafricanismo puntava a dare risalto alla forza africana e alla rinascita del continente attraverso la sua indipendenza, politica, economica e culturale. E ciò non poteva che prescindere dalla riscoperta dell’identità africana del passato che si rifletté chiaramente nei regimi dei primi stati indipendenti guidati dai partiti nati dai gruppi indipendentisti. Tutti condividevano il rifiuto dei modelli culturali imposti dai colonizzatori e il recupero del retaggio ancestrale.

Brama di sviluppo e il rischio di perdersi

Negritude Painting, “La Jungla” by Wilfredo

Col passare del tempo però questa spinta alla rivalutazione e valorizzazione dell’autenticità dell’identità africana sembra essersi affievolita lungo il cammino verso lo sviluppo.

Di recente, il celebre scrittore e politico senegalese Cheikh Hamidou Kane, intervistato da Le Monde Afrique, ha sottolineato come in questo momento storico l’Africa stia vivendo forti “tormenti identitari”. Per l’intellettuale quella spinta identitaria è andata perduta:

l’Africa non esiste più. Ha perso la sua iniziativa politica e la sua identità indigena”, perché si sta appiattendo su quella occidentale. “Nelle scuole vengono insegnate solo le lingue coloniali. La legislazione, la politica, l’organizzazione sociale e quella familiare ricalcano quelle dell’Occidente. Si stanno perdendo i valori del rispetto, della solidarietà e della diversità”.

E nonostante i tempi siano cambiati rispetto a quando era ministro nel governo Senghor, ha ribadito che

L’Africa deve tornare ad essere sé stessa basandosi sulle strutture precedenti alla colonizzazione”, per poi precisare: “Non auspico un ritorno al passato, ma un ricorso al passato. Dobbiamo farci ispirare dall’eredità lasciata dai nostri antenati. La riappropriazione della nostra identità passa attraverso questo approccio”.

L’appello di Kane non avviene per caso. Oggi, mentre il continente si sviluppa e le nuove tecnologie come gli smartphone o i pc diventano disponibili anche per le giovani generazioni di africani e nei grandi centri abitati cominciano a intravvedersi negozi di catene multinazionali e pubblicità di marchi di successo, la nuova minaccia che potrebbe spazzare via definitivamente l’eredità identitaria africana è la globalizzazione. Un male che tramuta il pianeta in grande villaggio, portando la gente a uniformare comportamenti e stili di vita.

È indubbio che l’arrivo delle nuove tecnologie in Africa sia una grande opportunità. La telefonia mobile sta dando la possibilità di comunicare e di tenersi informati. L’arrivo di internet ha permesso a milioni di africani di rompere l’isolamento e dilatare gli orizzonti, dandogli accesso alla conoscenza e promuovendo la partecipazione civica.

Ma la rivoluzione digitale ha favorito anche l’importazione e la diffusione di messaggi e modelli culturali che scuotono e stravolgono le tradizioni identitarie delle società africane.

Le nuove generazioni guardano all’Occidente come a un ideale luminoso inconsapevoli che ciò che vedono sugli schermi è solo l’immagine, spesso priva di sostanza, che il nostro mondo ostenta, ne restano ammaliate e naturalmente ne assorbono sia stimoli e valori positivi, ma purtroppo assorbono anche le distorsioni e la superficialità. Derive negative come il consumismo sfrenato, l’assillo per il successo economico e soprattutto l’individualismo. Nulla di più contrario al principio dell’Ubuntu di cui si parlava inizialmente e su cui si forgiano le identità africane.

Il rischio di smarrirsi dimenticando le proprie origini è ormai sempre più concreto nel continente e allora su quale futuro si dovrebbe puntare? Proprio quello di cui parla Kane. Usare gli insegnamenti del passato per selezionare tecnologie e discorsi occidentali da inserire in un universo culturale e politico nuovo che deve però essere tipicamente africano. La modernità può arrivare assieme allo sviluppo, ma deve essere distinta, indipendente, originale. L’Africa deve rifiutarsi di venire inglobata e creare una sua modernità che non ripudi le sue grandi virtù identitarie del passato.

In molti villaggi africani delle zone rurali ci si riunisce sotto “l’arbre à palabre” per discutere dei problemi e ascoltare le storie degli anziani. La cultura e l’identità africana sono state tramandate in questo modo per secoli. Un’usanza così semplice e allo stesso tempo così profonda e idillica. Cementificava la coesione sociale e rafforzava l’amore per la propria terra e la natura. Oggi è una consuetudine sempre più rara e nelle grandi città non esiste più.

Con lo sviluppo e l’emancipazione è normale che certe usanze si perdano, ma la globalizzazione ha iniziato a “segare del tutto quell’albero”, quando invece lo si può conservare come simbolo. E magari, se capita, tornare a scambiare qualche chiacchiera sotto la sua chioma per evitare di disorientarsi e scegliere la strada sbagliata.

Riferimenti:

http://lecheneparlant.blogspot.com/2015/02/existe-t-il-une-philosophie-proprement.html 

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