I diritti dell’uomo e lo Stato-Nazione. Agamben e Arendt per capire la crisi dei migranti

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Solo un’unione sovranazionale può essere in grado di gestire la crisi migratoria in maniera coerente e umanamente accettabile. Le nazioni sono ontologicamente incapaci e impreparate a una tale crisi. Non si tratta di una presa di posizione politica, ma un dato di fatto.

Il discorso generale, che si sia pro o contro l’accoglienza, è simile. Da una parte si dice che i migranti minacciano la nostra identità nazionale – ripeto: nazionale – e quindi non solo devono essere respinti con tutti i mezzi, ma anche e soprattutto non si può riconoscer loro gli stessi diritti che si riconoscono ai cittadini. Insomma, prima gli italiani (o i polacchi, o gli ungheresi e così via).

In barba ai diritti dell’Uomo: questo il succo della posizione opposta. C’è una emergenza umanitaria, e noi, europei, siamo il paese della democrazia, della libertà religiosa, sessuale, senza distinzione di razza o di idee politiche. E ne facciamo un punto d’onore. Insomma: quel che minaccia la nostra identità tradizionale è il non rispettare le basi stesse su cui la nostra società moderna si è fondata.

Giorgio Agamben, Homo Sacer. Il potere sovrano e la nuda vita

Quindi si assiste a un ritorno del nazionalismo, proprio in reazione alla crisi migratoria, e quindi un rifiuto dell’Unione Europea che ci ruba la nostra sovranità. Il paradosso sta qui. Per quanto riguarda la politica reale, è semplicemente un errore. Gli Stati nazionali europei – e l’Italia tra i primi, tra i fondatori dell’UE – hanno accettato di rinunciare a una parte della loro sovranità in nome dell’unione e (ma chi se lo ricorda più?) in nome della pace. È una cosa scritta nella costituzione del nostro paese ben prima della nascita dell’Euro, è un’idea dei nostri padri e madri costituenti che uscivano dall’orrore violento del fascismo.

Era ed è un’idea fondamentale, giusta, sacrosanta. E non tanto perché l’unione economica, e quindi politica, può essere effettivamente una garanzia alla pace interna fra gli Stati europei. E nemmeno solo perché, ma alcuni ancora non se ne sono accorti , l’Europa è uscita dalla seconda guerra mondiale tutta perdente, e solo l’unione può mantenerci a un livello accettabile di competitività sul piano globale, contro mega-stati come la Cina, gli Usa, e ben presto India, Brasile, Africa… E non consideriamo nemmeno il punto di vista demografico, che vede l’Europa “pesare” sempre meno sulla mera quantità di esseri umani viventi, e giovani, nel mondo.

Non solo: la questione tocca proprio le stesse fondamenta filosofiche del pensiero politico occidentale. Se ne accorse Hannah Arendt, lo sottoscrive Giorgio Agamben. Insomma, non proprio i primi arrivati nel campo della filosofia politica.

La questione è quella del rapporto tra diritti umani e e Stato-nazione. Scrive Agamben, commentando il quinto capitolo del libro sull’imperialismo (Le origini del totalitarismo) di Arendt, che:

“Il paradosso da cui H. Arendt muove è che la figura – il rifugiato – che avrebbe dovuto incarnare per eccellenza l’uomo dei diritti, segna invece la crisi radicale di questo concetto (i diritti).”

Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo

Perché? Basta andare a leggere con attenzione la dichiarazione dei diritti dell’uomo creata dai rivoluzionari francesi. Oggi tendiamo a dimenticarcene un pezzo importante: essa si intitola “déclaration des droits de l’homme et du citoyen”. Ecco il punto : se esiste – ed esiste sin dalla modernità “biopolitica” – una differenza tra la “vita nuda”, il semplice fatto di vivere, e la vita politica, cioè il rientrare in certe categorie politiche quali i diritti, ebbene, quest’ultimo aspetto può essere riconosciuto, dallo stato.nazione, e garantito solo ai suoi cittadini. Ne consegue che la dichiarazione non era poi tanto “universale”. Ne consegue anche che la dichiarazione segna di fatto il passaggio dalla politica alla bio-politica, al fatto cioè che il potere della modernità ha cominciato a interessarsi e a gestire la vita stessa dei suoi componenti, non più individui ma specie. Corpi. Ma non facciamola troppo complicata.

Scrive Arendt:

“La concezione dei diritti dell’uomo basata sull’esistenza supposta di un essere umano come tale, cadde in rovina non appena coloro che la professavano si trovavano di fronte per la prima volta uomini che avevano perduto ogni altra qualità e relazione specifica, tranne il puro fatto di essere umani”.

È facile dimostrarlo: tutti hanno in testa la contraddizione intrinseca di un intellettuale europeo del calibro di Voltaire che, con sprezzante ironia, denunciava l’assolutismo e la mancanza di libertà del suo tempo, mentre contemporaneamente investiva capitali e guadagnava bei soldi sul commercio degli schiavi. Come è possibile? Quello che Arendt ci aiuta a capire è che non c’è nessun paradosso: gli uomini delle tribù africane non avevano certo lo statuto di cittadini, di entità politiche. Erano solo uomini, pura “vita nuda”.

“La boutade di Burke, secondo cui ai diritti inalienabili dell’uomo egli preferiva di gran lunga i suoi “diritti di inglese” (Rights of an Englishman), acquista, in questa prospettiva una insospettata profondità.”

Ne consegue una osservazione persino banale nella sua semplicità, ma che pare inaccettabile a moltissimi oggi in Europa e in Italia – il paese, come diceva Pasolini, con la borghesia più ignorante. La nazione è ontologicamente incapace di gestire il rifugiato, il migrante. Semplicemente non può, a causa dell’idea stessa su cui si fonda.

È chiaro quindi che solo un superamento della nazione può portare a una soluzione – per così dire – della crisi dei migranti. La cosa sposta anche la questione della sovranità, altro punto caldo dell’attualità politica europea.

 

LETTURE CONSIGLIATE:

Giorgio Agamben, Homo Sacer

Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo

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