Scrivere la Storia oggi I – Edouard Glissant e i popoli senza storia

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Nel suo libro Le discours antillais, Edouard Glissant solleva una quantità di problemi riguardanti la storia contemporanea (del periodo postcoloniale) tra i più complessi.  Inizialmente, parla della questione del rapporto tra un popolo e la sua storia, ovvero la necessità di costruire una cultura e del ruolo che questa ha nella formazione di una identità. Sembra sostenere una certa tesi: sarebbe “incongruo” pensare un popolo senza storia. Porta avanti, quindi, un’idea di storia che esisterebbe al di fuori della storio-grafia, del testo e della traccia. Così, per esempio, la « permanenza » di certi tratti nelle letterature antigliesi in ogni lingua non è una”decisione, bensì “gli effetti […] camuffati […] di una stessa appartenenza culturale” e storica. Sarebbe a dire che la cultura (l’identità culturale) agisce come una sorta di subcosciente collettivo che viene a galla spontaneamente nei testi, che la storia è lì, prima della scrittura (in quanto costruzione).

Tuttavia subito dopo passa a un problema che sembra capovolgere questa premessa in un colpo solo, senza che questo tocchi però la logica del testo. Un popolo può trovarsi nella “necessità” di avere una storia, et di non riuscire a farla “emergere”. Ci sarebbe allora un bisogno insito nell’essere umano, in ogni popolo senza storia, di “farsi” una storia (“lo storico come poeta (poiesis)” è una delle problematiche culturali delle isole antigliesi anglofone), ed è quindi possibile che una comunità culturale si ritrovi nell’impossibilità di… direi, esprimersi. Una specie di “blocco dello scrittore” di una cultura. Se c’è “necessità”, significa che c’è una mancanza, e quindi la storia non è lì prima della sua messa in forma (sritta o altro). è un po’ il problema dell’uovo e della gallina: nasce prima la storia o la storiografia? O meglio: se una storia non è raccontata, ascoltata da nessuno, “fa rumore”?

Le discours antillais, Edouard Glissant (disponibile solo in lingua originale)

Senza che il lettore abbia il tempo di porsi queste domande, siamo già in un campo di riflessione che in fin dei conti è letterario, e Glissant in effetti sta già parlando di fiction. Una storia, per un popolo incongruamente senza storia, non sarebbe possibile se non con una “grave carenza epistemologica”. Questa lacuna può essere riempita solo con una “esplorazione creatrice” : “i metodi”, al contrario, “non possono che ingrossare questa mancanza”. Si tratta dell’impossibilità (cf. Andrade), per la storia in quanto disciplina scientifica, di descrivere lo strappo di questo popolo che si trova nell’impossibilità di crearsi la propria storia. Non si tratta quindi di una storia “macro”, di guerre, o economica, ma di una storia per così dire interna (anche in senso psicologico), o “micro”, impossibile a rintracciare nelle fonti.

Il termine di “esplorazione” utilizzato da Glissant traccia un limite alla nozione di creazione. Non si tratta di inventare, ma appunto di riempire le lacune, cucire i pezzi di una ricerca che è impossibile da colmare, con i fili della creazione, completare il vero con il verosimile. (ci si potrebbe allora chiedere se fare questa operazione non significa alla fina essere già immersi in una interpretazione, e persino in una ideologia. Nel caso antigliese, si tratterebbe forse di rispondere all’ideologia dominante con le sue stesse armi). E d’altra parte, la nozione di storia, almeno nella sua forma scritta e con una S maiuscola, archeologica o ‘monumentale’ (pantheon), non è un tratto tipico dell’Occidente?).

Il fatto è che la storia antigliese non ha potuto “sedimentarsi”, rimanendo una “non-storia”, o una sotira subita, e quindi questo popolo non ha vuto una base (mitologia) su cui fondare la sua resistenza, come altri paesi africani (secondo Glissant); bensì ha potuto solamente opporre una serie di “brusche rotture” (in più, il popolo antigliese, Glissant lo ricorda a più riprese, è molto differenziato (dunque spazio “striato”? se si, come l’Europa) all’interno di diverse lingue). Proprio qui sta, probabilmente, la soluzione al problema sollevato inizialmente: per Glissant, nel caso antigliese per lo meno, c’è una storia indipendente dalla traccia scritta, e allo stesso tempo la necessità di fare questa storia. Questo sarebbe incomprensibile per una concezione occidentale (in epoca moderna), ed è per questo che per fare una storia antigliese è necessario rifiutare le gerarchie (hegeliane).

Quindi: una storia che è ancora allo stato di una successione di eventi storici (o culturali) bruschi che, se capisco bene, non si inserisce in un certo “sfondo” culturale di cui si nutre (diventando Storia). Al punto che la storia “si è spesso ridotta per noi (gli antigliesi) al calendario degli eventi naturali”.

Lo scrittore antigliese, che si fa voce di una comunità “senza storia” e che ha necessità di storia, deve avere una visione “profetica del passato”, cioè riportare il passato al presente della storia (cf. Andrade, image). E allora, dal momento in cui i popoli “senza storia” rientrano, o sono portati, nella Storia (maiuscola) l’idea di storia lineare non è più utile. Questa idea (Hegel è espressamente citato a questo punto) che bisogna “negare” è quella dell’ideologia, o della cultura, del colonizzatore. Ed è qui, attraverso questo rifiuto, che si vede l’inizio di una coscienza storica presso gli antigliesi (coscienza cominciante della nostra storia”« conscience commençante de notre histoire », p. 227).

Se tutto questo è esatto, è da questa negazione che consegue anche il legame che si stabilisce tra storia e letteratura; e si potrebbe facilemnte notare che anche l’Occidente ha avuto una fase simile, che si potrebbe definire dello storico-poeta che crea il mito (sarà sufficiente pensare a Virgilio senza andare troppo indietro; o si pensi al paragone di Glissant tra Achille e Mackandal). Ma il problema è che la cultura antigliese non solo ha subito la sua storia, ma in più, in modo apparentemente paradossale, l’imposizione di una non-storia. Il discorso di Glissant ancora una volta sembra muoversi su una frontiera (forse proprio allo scopo di annullarla; sarebbe questa la transversalità di cui parla?) tra la presenza di una storia e la sua assenza, entrambe imposte, subite. (et cf. p. 234 : Histoire et Littérature : « trop-plein ou manque »).

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Un tale discorso, è chiaro, non può continuare senza gli strumenti della psicanalisi. (“si, la storia è desiderio”, scrive Glissant). In maniera metaforica (si veda l’utilizzo del “come” nel testo), vede in questa situazione del popolo antigliese un “cammino della nevrosi”, “la Tratta degli schiavi come choc traumatico” ecc.

Ci sarebbe quindi nella parola sartriana di “svelamento” non soltanto un impegno dello scrittore, un significato politico di liberazione e emancipazione, ma anche un significato psicoterapeutico, di riemersione di ciò che era sommerso. Trattandosi di subconscio collettivo che risorge negli scritti antigliesi, si potrebbe parlare di una sorta di archetipo antigliese (“traccia primordiale” p. 255), che infesta il pensiero antigliese:  « the unity is submarine ». In superficie, invece, lì dove si dovrebbe trovare la mitologia fondatrice della cultura di un popolo, ovvero gli eroi che hanno “fatto” la sua storia, c’è come un vuoto: “i nostri eroi sono innanzi tutto quelli altrui”.

A questo punto il discorso diventa un po’ più complesso: al rifiuto di una storia lineare si aggiunge il rifiuto di una gerarchia del mito e della leggenda (Gunkel). Tuttavia (in maniera coerente a ciò che si è visto fino a qui) si potrebbe obiettare che la necessità di un eroe-vittima, e del suo ruolo per la nascita di una coscienza storica, nei termini in cui Glissant ne parla, si applica in primo luogo a una cultura giudeo-cristiana. (si potrebbe andare più in profondità a partire dall’Homo Sacer di Agamben). Ancora una volta quindi il “caso” dell’Occidente ritorna in mente, ma allo stesso tempo rappresenta il modello che bisogna negare o superare per fare la propria storia. COme funziona tutto questo? ancora una volta, il paradosso apparente si risolve in una nozione psicanalitica: “preferirei […] il mito come […] trapelante dalla pulsione collettiva”. Qualcosa quindi di non controllabile, invisibile, al di fuori della storia in quanto scienza e – mi sembra – facente parte di una problematica letteraria in un senso largo del termine.

Solo che al rifiuto della linearità cronologica risponde ovviamente il rifiuto della linearità del racconto; e con questo, casca l’idea dell’oggettività dello storico – e in ultima analisi una differenza tra storico e scrittore. A questo corrisponde, dunque, una problematica del rapporto tra natura e cultura, e la superiorità della seconda sulla prima nella cultura occidentale finisce per diventare leggittimità dell’Occidente nel (al centro del) mondo. (« A ce stade l’Histoire s’écrit avec un grand H »).

Superata questa fase, oggi che i popoli senza storia sono entrati nella Storia, l’umanesimo sarà “sconfitto”(«battu en brèche ») e l’uomo occidentale “avrà con grande dolore finito di credere di essere lui-stesso al centro di ciò che è”. Se non vado troppo lontano, mi sembra allora che qui si è passati non soltanto dall’illuminismo al romanticismo, ma che si è arrivati fino al postmoderno; l’Occidente abbandona la Storia e la letteratura sacralizzata. la Storia è “scoppiata”. L’Histoire s’est « éclatée ».

Per concludere, il testo di Glissant ci porta in tutte le direzioni, un po’ come il miglior Borges (o certo Calvino). Si posiziona su di una linea di demarcazione che finisce per annientare. Ma questo, mi pare, fa parte del suo metodo di “esplorazione creatrice”. Ovvero: quando tenta di trovare una storia e una letteratura antigliese, al di fuori delle gerarchie, della linearità hegeliana ecc. occidentali, di fatto sta, coscientemente, pensando al di fuori della differenza dicotomica tipica del pensiero occidentale, sta quindi facendo una storia, per così dire, nella différAnce di Derrida. Questo sarebbe l’ultimo, o il primo, “rifiuto” che Glissant mette in atto nel suo discorso (« abandonner l’absurde catalogue » ; « discontinu réel sur le continu apparent » etc…).

Mi sembra che in questo ordine di idee rientri anche, per esempio, l’abbandono del Tragico in quanto destino storico, diventato “disordine metafisico” (cita quindi Eliot, Claudel). E soprattutto la possibilità di ricuperarlo, può darsi, in un “Tragico della Relazione”, al di fuori dell’Occidente. (e ancora, a proposito di Derrida, penso che la sua nozione o concetto di origine possa aiutare molto a capire questo apparente paradosso di una storia che esiste prima della storiografia e tuttavia di un bisogno di “fare” questa storia).

 

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