L’omertà sul caso Cucchi – una vecchia malattia tutta italiana

Condividici

La vecchia malattia dell’omertà, dei panni che vanno lavati in casa. Che Stefano Cucchi sia stato ucciso dai due carabinieri, non stupisce nessuno. Le sentenze di tutti i gradi non cancellano questa verità conosciuta da tutti. Recentemente, dopo sei anni dai fatti, un carabiniere ha trovato il coraggio di confessare i fatti a lui noti. Perché ci è voluto tanto tempo? perché ci è voluto un film, manifestazioni, azioni di Ilaria Cucchi? Perché l’arma dei carabinieri ha opposto tanta resistenza?

LA CONFESSIONE: “La giustizia ci chieda scusa” dice Ilaria Cucchi, che non si è mai arresa. Finalmente, dopo 6 anni sei, un carabiniere ha deciso di “fare il suo dovere, come carabiniere e come uomo”, raccontando finalmente la verità.

«Il 20 giugno 2018  Tedesco ha presentato una denuncia contro ignoti in cui dice che quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio». Sulla base di questo atto, il rappresentante dell’accusa ha detto che è stato iscritto un procedimento contro ignoti nell’ambito del quale lo stesso Tedesco ha reso tre dichiarazioni. «In sintesi – ha aggiunto il pm – ha ricostruito i fatti di quella notte e chiamato in causa gli altri imputati: Mandolini, da lui informato; D’Alessandro e Di Bernardo, quali autori del pestaggio; Nicolardi quando si è recato in Corte d’Assise, già sapeva tutto».

Tullio Del Sette, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, 12 dicembre 2015. “È una vicenda estremamente grave. Grave il fatto che alcuni Carabinieri abbiano potuto perdere il controllo e picchiare una persona arrestata secondo legge per aver commesso un reato, che non l’abbiano poi riferito, che alcuni altri abbiano potuto sapere e non lo abbiano segnalato a chi doveva fare e risulta aver fatto le dovute verifiche, se tutto questo sarà accertato. Grave il fatto che queste cose possano emergere soltanto a partire da oltre sei anni dopo, nonostante un processo penale celebrato in tutti i suoi gradi. Per questo sono accanto alla Magistratura con forza e convinzione, come sempre, per arrivare fino in fondo alla verità, per poi poter adottare con tempestività, con giustizia trasparente, equanime e rigorosa i dovuti provvedimenti, giacchè è gravissimo, inaccettabile per un Carabiniere rendersi responsabile di comportamenti illegittimi e violenti. L’accertamento di responsabilità comporterà, se vi sarà, dolore e amarezza, ma nessuna delegittimazione può derivare da notizie e iniziative mediatiche, legittime e comprensibili: non sfugge a nessuno, credo, che decine di migliaia di Carabinieri assolvono quotidianamente, in Italia e apprezzatissimi anche all’estero, la loro missione a tutela della legge e della gente, con professionalità, impegno, abnegazione, rischio continuo per la loro incolumità – come attestato dalle decine di infortunati, contusi e feriti di ogni giorno – e profonda umanità nelle migliaia di servizi, interventi, investigazioni di ogni giorno, nelle decine di migliaia di arresti di ogni anno, dei quali tutti i cittadini possono avere conoscenza grazie ai mezzi di informazione”.

L’OMERTA’: Ma che Stefano Cucchi sia stato ucciso a botte da due carabinieri, cioè formalmente dallo Stato mentre era sotto la sua custodia, non stupisce nessuno. Lo si sapeva bene, malgrado i processi e le sentenze. Bastava osservare. Il punto della cosa è un altro: perché Ilaria Cucchi ha dovuto lottare così a lungo per avere giustizia? Perché è stata così tanto osteggiata dai sindacati della polizia?

Siamo di fronte alla cara vecchia malattia del nostro paese, una delle tante, una delle più gravi: l’omertà. Il discorso è infatti sempre lo stesso: chi ha fatto resistenza nella direzione opposta alla verità lo ha fatto per una sorta di provinciale pudore per cui i panni sporchi si lavano in casa propria. Per non insozzare la divisa, l’immagine si direbbe oggi, dell’arma dei carabinieri.

Lo stesso è avvenuto per i fatti di Genova; e anche in quel caso c’è stato bisogno di un film che raccontasse la verità. è la stessa accusa che devono subire gli eroici giornalisti che fanno inchieste sulla mafia: stai sputtanando la SIcilia, la Campania, la Calabria. E in moltissimi altri casi. Proprio qui sta la cosa interessante, comune a tutti gli episodi simili: non si entra mai nel merito, la cui verità, anzi, non è mai negata. Nessuno a Napoli ha mai negato che quanto raccontato da Saviano sia vero. Anzi, la maggior parte dei cittadini napoletani dichiara che queste cose “si sapevano già”. Solo, non bisognava raccontarle. In Campania c’è lu mare, lu sule, la pummarola: ci sono tante cose belle. Campania Felix. Si, ma che c’entra, dirà qualcuno di sensato.

Chi legge ricorderà sicuramente come rispose Berlusconi alle accuse politiche di Schulz: in Italia c’è il sole, c’è la storia, i musei, si mangia bene. Noi ci godiamo la vita, non come voi tedeschi, nazisti, kapò.

In questo articolo non si vuole quindi ricostruire la vicenda in particolare, nè fare una polemica politica o contro le guardie. Semplicemente ci si vuole interrogare su un fenomeno culturale molto curioso, tipicamente italiano, e contrario alla più semplice logica. La domanda è: chi insozza di più la divisa, chi protegge due assassini, o chi vuole far venire fuori la verità? Chi sputtana l’Italia, chi nasconde e passivamente accetta la mafia, o chi la denuncia, con coraggio?

Infatti, è adesso, che la polizia sia è sputtanata, a mio modo di vedere: dopo aver dimostrato resistenza contro i diritti dei cittadini, dopo aver dimostrato una divisione netta tra corpo militare e società civile, nutrendo la reciproca diffidenza. Così, la polizia e i carabinieri, con i sindacati in prima linea, hanno dimostrato che la loro organizzazione è marcia, sostanzialmente mafiosa, chiusa e pronta alla logica dell’una mano lava l’altra e tutte e due tappano la bocca.

Se i carabinieri, autonomamente, avessero immediatamente individuato e isolato i due individui criminali che hanno ucciso Stefano Cucchi, si sarebbe dimostrato nei fatti che si trattava di due “mele marce”, con cui il carabiniere medio non vuole avere nulla a che fare. Invece hanno impiegato tutte le loro forze, politiche sindacali e fisiche, a dimostrare l’esatto contrario: hanno fatto cerchio intorno ai due. Si sono tutti dimostrati solidali con i carnefici, loro che dovrebbero proteggere. Hanno chiarito che siamo tutti mele marce, e siamo contro di voi, civili, che consideriamo nostri nemici.

Il rapporto assai difficile che i cittadini italiani, anche i più onesti e illibati, hanno con la polizia, è un altro paio di maniche, ma nasce da questo tipo di atteggiamento. Qualunque italiano sa, e praticamente si aspetta, che c’è la possibilità che il carabiniere, poliziotto, vigile, abusi del suo potere, sia in bene – non ti faccio la multa per stavolta, e salutami tuo cugino il senatore – sia in male – ti ammazzo di botte per passare il tempo, tanto sei un drogatello qualsiasi.

Tanto è vero che, dichiara il carabiniere che, da solo, ha deciso di dire la verità, che in conseguenza al suo gesto sta subendo ostracismo e inimicizie all’interno del suo corpo. Come un giornalista che viene disprezzato nel suo paese di Sicilia per aver raccontato la verità. Cosa che farebbe il bene dell’intera comunità. Invece no: come si è fatto cerchio a proteggere i due colpevoli, così si fa cerchio a escludere il dissidente.

Esattamente il contrario che una organizzazione – una Società – sana farebbe; dovrebbe fare.

è l’omertà che insozza la divisa, che insozza la reputazione del Bel Paese. Non la verità. La verità è l’arma con cui pulirla, questa reputazione ormai ridotta a brandelli.

 

Be the first to comment

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*