Sulla pelle di chi?

Condividici

Il film Sulla mia pelle ha aperto quest’anno la sezione “Orizzonti” del cinema di Venezia, commuovendo il pubblico in sala, che lo ha applaudito per sette minuti.

Alessandro Borghi ha interpretato Stefano Cucchi così magistralmente che alla fine della proiezione la sorella di Stefano, Ilaria, non ha potuto fare a meno di confessargli: «Non so come hai fatto ma sei uguale a mio fratello». 

Di quei giorni in carcere, in custodia cautelare, la famiglia ignora tutto, quello che Stefano ha pensato, detto e provato in quelle ore. Questo film però ha il potere di raccontarli, facendoci addentrare nei luoghi che Stefano ha attraversato come un fantasma. Al processo Stefano si presenta in condizioni critiche, non riesce a camminare e neppure a parlare. Si scusa con il giudice per questo. Eppure in quei pochi secondi in cui riesce ad  avere uno scambio con il padre, non fa riferimemto all’aggressione subita. Il suo silenzio in questo film è assordante. Quando all’Ospedale Pertini più volte i volontari e i medici gli domandano che cosa gli sia capitato, Stefano a volte non risponde, altre attribuisce i lividi ad una caduta dalle scale. A chi gli domanda quando si finirà di raccontare la solita storia delle scale, lui risponde che sarà soltanto quando le scale avranno smesso di picchiare.  Si è attribuito spesso al regista Alessio Cremonini uno sguardo imparziale, una ricostruzione fedele dei fatti, negando in parte così  la presenza di un suo giudizio. Invece più i fatti sono raccontati fedelmente, più siamo chiamati ad esprimerci.  Il senso di frustrazione che questo film ci fa provare, facendoci assistere ad una tragedia  come questa compiersi, senza possibilità di intervenire, ci lascia in parte immaginare quelle ore solitarie di Stefano. Cremonini ha scelto di saltare la scena del pestaggio,  ma niente è più violento di un’ingiustizia che prende forma davanti ai nostri occhi. Non è solo il senso di impotenza a ferire, ma anche quello di responsabilità a cui siamo chiamati. Stefano è vittima due volte, di un’aggressione prima e di un abbandono poi. Stefano non ha neppure il tempo di pronunciare quello che gli è capitato o forse non lo vuole raccontare.  Dal 2009 a oggi, in nove anni di processi, nessuno è stato ancora giudicato responsabile della sua morte. Quando la verità ancora si nasconde, l’arte sa come svelarla. Sebbene non abbia il potere di accusare, né di incarcerare, essa ha invece quello di restituire alla vittima quel potere d’azione che gli è stato negato. 

Carolina Germini

Be the first to comment

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*