Il problema non è il lunedì, è il capitalismo (ed è un problema per il mondo intero, secondo dei ricercatori finlanedesi)

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E’ lunedì. Il giorno della settimana che meno amo, da quando lavoro in un ufficio.

Il ritorno alle attività impostemi, dopo appena due giorni di stacco, uccide il mio eventuale buonumore.

Un po’ come Fabrizio Tarducci, nel 2004, quando indossava i panni di Mister Simpatia e spruzzava rap in vena.

Per quanto mi riguarda, ho trovato un appiglio nel murales che vedete a corredo di questo pezzo: “Il problema non è il lunedì, è il capitalismo”.

Una semplice frase scritta su un muro riesce a riconciliarmi col primo giorno della settimana, fa crescere l’antagonismo in me e mi aiuta nell’attesa del martedì, il giorno della settimana che preferisco (essendo il giorno più distante dal lunedì seguente).

Questa premessa, per introdurre un lavoro di ricerca svolto per il Global Sustainable Development Report, pubblicazione delle Nazioni Unite con cadenza triennale, volta ad analizzare le possibilità di sviluppo globale sostenibili.

Nel paper in questione, un team di ricetcatori finlandesi (non certo un crew di compagni massimalisti) evidenzia come il capitalismo sia un problema non solo per la nostra (la mia) percezione dei giorni della settimana ma per il mondo in assoluto.

“Le economie hanno esaurito la capacità degli ecosistemi planetari di gestire i rifiuti generati dall’energia e dall’uso di materiali. Le teorie economiche dominanti e i modelli economici legati alla politica fanno affidamento sul presupposto di una continua crescita energetica e materiale. Le teorie e i modelli prevedono solo cambiamenti incrementali nell’ordine economico esistente. Quindi, sono inadeguati per spiegare le attuali turbolenze”.

Turbolenze come i cambiamenti climatici (che stanno avendo un impatto drastico su ecosistemi e bidoversità) e come l’aumento delle disuguaglianze, dei disoccupati e del debito (che porta ad una destabilizzazione della società). Turbolenze che sono davanti ai nostri occhi, ma che devono inquietarci maggiormente dinnanzi all’allarme di studiosi e scienziati. Che suggeriscono: affinché l’umanità possa vivere ancora bene sulla terra per qualche tempo è necessario avvenga un cambio di paradigma, giacché le forme di intervento sin qui applicate possono servire, ma solo nel breve periodo.

“Le banche centrali negli Stati Uniti e nella zona euro hanno fatto ricorso a misure non convenzionali come i tassi di interesse negativi e l’acquisto di ingenti quantità di debito pubblico. Questo ha alleviato alcune pressioni economiche, ma […] si può tranquillamente affermare che non sono stati sviluppati modelli economici alternativi applicabili per l’immediato futuro”.

Il paper di fatto non sostiene un sistema economico alternativo specifico, ma sostiene comunque la necessità di “trasformare il modo in cui energia, trasporti, cibo e alloggi sono prodotti e consumati” con l’obiettivo di raggiungere “produzione e consumo che offrano opportunità per una qualità di vita buona riducendo drasticamente il peso sugli ecosistemi naturali”.

E per questo Stati Uniti ed Europa devono raggiungere l’obiettivo di zero emissioni di carbonio entro il 2040 (e il resto del mondo entro il 2050).

Affinché ciò accada, però, non basta il ricorso ad energie rinnovabili (le energie rinnovabili non possono sostenere l’attuale fabbisogno di energia dell’umanità): l’unica soluzione praticabile per raggiungere questo obiettivo è che l’umanità inizi ad utilizzare meno energia, attraverso un cambio di approccio alle politiche energetiche e lavorative, abitative ed alimentari, da parte di tutti gli stati in maniera concertata.

E per questo cambio di approccio non possiamo affidarci agli onnipotenti mercati.

Qui potete leggere il paper per intero.

Intanto, buon lunedì.

Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno).
Dal 2017 vicedirigo ‘L’Opinabile’ e per L’O provo a vedere che succede nel mondo.
Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo.
Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno). Dal 2017 vicedirigo 'L'Opinabile' e per L'O provo a vedere che succede nel mondo. Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo. Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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