La pacchia dei profughi nel campo di Moria, a Lesbo: “Bimbi di 10 anni provano a suicidarsi”

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3 giugno 2018. Nominato da poco ministro dell’Interno, Matteo Salvini si esprime così – durante un incontro elettorale organizzato a Vicenza: “Sono stanco degli impuniti che possono fare quello che vogliono. Una delle priorità del nostro governo sarà di fare in modo che per gli immigrati clandestini in questo paese si spendano meno soldi e tempo. I regolari e gli onesti non hanno niente da temere, mentre per i clandestini è finita la pacchia: praparatevi a fare le valige“.

La frase diviene uno dei motti della campagna elettorale perenne del leader della Lega e, frattanto, diviene un ottimo elemento da usare da parte di mematori ed avversari politici.

Ma se volessimo anche immaginare che i migranti nel Bel Paese vivano una pacchia (ricordiamo cosa significa il termine pacchia, dal Sabatini Coletti: Condizione di vita piacevole, senza preoccupazioni o problemi / situazione particolarmente fortunata), difficile credere sia la stessa condizione dei migranti bloccati nell’Isola di Lesbo, in Grecia.

Il reportage pubblicato dal sito della Bbc, “Bimbi di soli 10 anni hanno provato a suicidarsi”: la vita nel campo profughi di Lesbo, uno dei peggiori al mondo (che potete leggere qui per intero, in versione ispanofona), trasmette malessere in ogni singolo dettaglio raccontato.

E’ il racconto della vita nel campo profughi di Moria, sull’isola greca di Lesbo, dove si vivono quotidianamente situazioni di violenza, tra sovraffollamento (sono 8000 le persone all’interno del campo, a fronte delle 2000 che dovrebbe ospitare) e condizioni sanitarie precarie.

Come raccontato da una rifugiata afghana, le giornate passano tra giornate in fila per poter mangiare qualcosa e nottate in tensione nella speranza di non essere coinvolti n qualche rissa: “Siamo sempre pronti a fuggire, abbiamo i bambini pronti 24 ore al giorno. A causa della paura i nostri piccoli non possono dormire”.

Come riportato da Medici senza frontiere: “il campo odora di fogna e c’è un bagno per circa 70 persone per stanza da bagno”. Alcuni vivono in baracche, altri in tende (tende sempre sovraffollate: qattro famiglie – 17 persone – vivono in una tenda sola).

E se è drammatico il racconto di un altro profugo che è riuscito a lasciare il campo (“È come la guerra in Siria ma è anche più brutto, sentiamo parlare di casi di stupro, molestie sessuali”), per protestare contro le condizioni di vita dei profughi MSF ha lasciato il campo, aprendo una clinica al di fuori dello stesso (la presenza del’organizzazione è fondamentale, con i bambini che hanno problemi dermatologici causati dalle cattive condizioni igieniche all’interno del campo, ma nache malattie respiratorie causate dai gas lacrimogeni lanciati dalla polizia per allentare le tensioni).

E come raccontato da Luca Fontana, coordinatore di Medici Senza Fronti a Lesbo: “Abbiamo avuto bambini che hanno tentato il suicidio, bambini di appena 10 anni che hanno tentato il suicidio e non ci sono psicologi infantili su quest’isola”. “È qualcosa che vediamo costantemente”. “Non avevo mai visto il livello di sofferenza di cui siamo testimoni qui ogni giorno”. “Persino le persone colpite da Ebola sperano ancora di sopravvivere”.

Il campo è stato aperto nel 2015 ed era stato progettato come posto di transito per ospitare i rifugiati per pochi giorni, ma alcuni di loro sono lì da anni.

L’accordo rientra all’interno del più ampio patto tra l’Unione europea e la Turchia, che mirava al ritorno di migliaia di rifugiati in Turchia a partire da marzo 2016, ma che ha portato al rimpatrio di soli 2.224 (a fronte dell’arrivo di 71.645 nuovi rifugiati).

George Matthaiou, un portavoce del governo, giustifica così l’operato della Grecia: “Non abbiamo i soldi, è nota la situazione in Grecia, economicamente. Vorremmo aiutare ma non possiamo fare nulla perché l’Unione europea ha chiuso i confini”.

Ma intanto c’è chi blatera di pacchie varie ed eventuali.

Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno).
Dal 2017 vicedirigo ‘L’Opinabile’ e per L’O provo a vedere che succede nel mondo.
Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo.
Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno). Dal 2017 vicedirigo 'L'Opinabile' e per L'O provo a vedere che succede nel mondo. Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo. Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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