Tolleranza religiosa e libertà di parola ieri e oggi – Le “Lettere Filosofiche” di Voltaire

Voltaire ritratto da Maurice Quentin de La Tour (1737–1740 circa)
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Un giorno Voltaire era a cena da Duca de Sully. Un servo gli disse all’orecchio che qualcuno lo aspettava al piano inferiore. Non sospettando nulla, Voltaire scende e va alla porta. Qui, quattro uomini lo circondano e lo riempiono di bastonate. Il cavaliere Rohan-Chabot, a cui tre giorni prima l’autore di Oedipe e de La Henriade non aveva mostrato il giusto rispetto, stava lì a godersi la scena. Era usanza, allora, che i signori punissero in questa maniera gli uomini di lettere insubordinati.

Voltaire, Lettere inglesi

Voltaire non accetta la punizione, e comincia a tempestare il Chevalier, spingerlo a un duello. Questi fa intervenire le sue conoscenze altolocate, lo fa imprigionare nella Bastiglia. Dopo qualche giorni è liberato con l’ingiunzione di allontanarsi di almeno 50 leghe da Parigi.

Così, nel 1726 Voltaire si imbarca per l’Inghilterra, terra di libertà e tolleranza in cui resterà fino al 1728. Le sue Lettere inglesi sono il risultato di questo lungo viaggio.

Sul modello delle Lettere persiane di Montesquieu, Voltaire interpreta la parte di uno spettatore ingenuo che rende conto delle sue osservazioni su religione, filosofia, politica, arte, scienze ed economia.

In questo modo, viene a crearsi un’opera di propaganda e di critica, in cui lo stile di scrittura è un’arma di persuasione. Vantando i meriti dell’Inghilterra, Voltaire si impegna a demolire il sistema francese, attaccando soprattutto la figura del re.

Un libro esile, di lettura piuttosto semplice, retto su criteri a metà tra il letterario e il filosofico. Voltaire non si attarda nel costruire imponenti sistemi concettuali, ma intende presentare alla Francia ancien régime la realtà di un paese moderno, arricchendo il tutto con la malizia e l’agilità della sua penna. Non c’è bisogno di una particolare cultura filosofica per leggere e apprezzare questo saggio.

Basti vedere come è costruito: si comincia dai Quakers, dei quali ci restituisce un ritratto particolarmente interessante, persino agiografico, pur non aderendo mai, nemmeno un istante, alla loro religiosità, e anzi non trattenendo la propria ironia. Poi passa alle altre sette e religioni presenti nel paese, tutte tollerate, secondo uno schema che sembra concepito per poi passare, in maniera del tutto naturale, all’organizzazione politica ed economica. Il parlamento inglese, il governo, i commerci, alcuni personaggi illustri. Questa parte finisce su Locke, filosofo che ebbe un’enorme influenza sul pensiero illuminista francese: e così si passa alla vita culturale ed accademica. Newton, la scienza ottica, la commedia la tragedia, M. Pope a alcuni poeti famosi, le accademie.

Il libro infine si conclude, forse un po’ a sorpresa ma non a caso, con un lungo saggio sui “pensieri” di Pascal. Quello della scommessa su Dio. Partiamo da qui – senza entrare nel dettaglio filosofico. Voltaire alla fine delle sue osservazioni, riporta in un certo senso il tutto alla Francia, e si potrebbe dire che solo dopo aver letto come si vive in Inghilterra, dove chiunque può dire e stampare quel che vuole, dove tutte le religioni sono tollerate – persino gli antitrinitari! – si può capire il tipo di esercizio mentale di libertà sta compiendo Voltaire nel refutare alcune idee buttate giù dall’illustre predecessore. Quel saggio finale serve, a mio modo di vedere, per dimostrare con i fatti come la libertà vista in inghilterra possa essere utile all’esprit francese.

Se questo modo di vedere è esatto, si vede come il tutto sia perfettamente coerente sin dall’inizio: con le (ben) quattro lettere sui Quakers. Questi sono una setta cristiana riformata che rifiuta ogni sorta di dogmatismo e persino di regole sociali. Non si levano il cappello per salutare, non danno del lei nemmeno al Re, non giurano nemmeno in tribunale. Credono, da protestanti, che la verità di Dio risieda nella coscienza dell’individuo, e che a questa – con l’insegnamento delle scritture – si debba far riferimento. Tutti sono uguali, e tutti ricevono lo stesso trattamento da parte dei Quaker. Voltaire non nasconde un certo fascino per questi individui, e descriverne gli usi e i costumi gli è utile soprattutto per mettere in luce la ridicolaggine delle cerimonie, inchini e giri di parole di noi del continente, dei paesi cattolici.

Voltaire, Lettere Inglesi

Addirittura non può fare a meno di scrivere, a proposito della colonizzazione dei Quakers in America, che “William Penn [il fondatore dei Quakers] poteva vantarsi di aver portato sulla terra l’età dell’oro di cui tanto si parla, e che verosimilmente è esistita soltanto in Pennsylvania”. Così chiamata, appunto, dal nome di Penn. Libertà religiosa, libertà di coscienza, tolleranza, e persino – caso unico in tutto il continente americano dice Voltaire – rapporti amichevoli e vantaggiosi con le popolazioni indigene.

Tuttavia – e qui sta non solo l’intelligenza dell’uomo ma anche la bravura dello scrittore – il nostro non aderisce mai alla loro dottrina. Semplicemente (Voltaire non è affatto ateo) non gli interessano le questioni teologiche. Quel che gli interessa “studiare” e raccontare è la possibilità concreta per il progresso dell’intelligenza umana, di arrivare a una società veramente libera, in cui veramente si rispettano i diritti degli individui.

Facciamo poi un salto molto più in avanti, nella parte dedicata alla vita culturale dell’Inghilterra vi è una lettera che parla di “coloro che coltivano le lettere”. (lettera ventesima).

Qui Voltaire fa un’osservazione che oggi risulta particolarmente interessante e del tutto stridente con la realtà che viviamo oggi. Sulle religioni aveva osservato che se ci fossero state due religioni dominanti nel paese, si sarebbero fatte la guerra senza pietà. Ma essendocene trenta, non potevano far altro che convivere. La tolleranza sarebbe quindi in un certo senso, in cert misura, una conseguenza necessaria della quantità di diversità.

Qualcosa di simile, scrive, a proposito della cultura:

A Londra ci sono all’incirca 800 persone che hanno il diritto di parlare in pubblico e di sostenere gli interessi della nazione; circa cinque o seimila  a loro volta pretendono lo stesso onore; tutti gli altri si ergono a giudici di costoro, e ognuno può far stampare quel che pensa degli affari pubblici. Così, tutta la nazione si trova nella necessità di istruirsi.

Aveva torto? A prima vista si, se guardiamo quanto succede oggi, in cui la libertà di esprimere quel che si pensa è alla portata di chiunque come mai era successo nella storia dell’umanità. E ciononostante, la cultura non ne sta certo traendo vantaggio! Al contrario, l’umanità occidentale, l’homo social, sembra che stia regredendo a una sorta di medioevo in cui rifiuta le conquiste della scienza e della tecnica che ormai erano date per scontate. Dai vaccini alla terra piatta.

Eppure, a veder bene, Voltaire non ha torto, anzi. In effetti basta riflettere sul fatto che, a quanto dice l’elettore medio del M5S, novax e terrapiattista, oggi basta informarsi su internet. Ovvero: l’accesso all’informazione di fatto ha creato una “necessità” di istruirsi, e una vera e propria frenesia verso le verità alternative, che come non mai sono a disposizione di chiunque – che abbia il giudizio necessario per capirne la fallacia o meno.

Ma questo è il punto: chi crede davvero oggi che la terra sia piatta, di fatto non è ignorante, ma troppo (e male) informato. Suo padre, magari, avrebbe potuto credere la stessa cosa: ma a scuola lo hanno formato a pensare la terra come rotonda, e non aveva né l’accesso a informazioni alternative, né la necessità di cercarle.

Non so se riesco a spiegare questo paradosso a chi mi legge, ma mi pare uno spunto importante. Quel che Voltaire non vedeva all’epoca – e come avrebbe potuto? – è che non sempre l’informazione è buona, non sempre tutto quel che si stampa è di qualità. E non sempre la democrazia elegge le idee o gli uomini migliori. Anzi…

Così, se tutta la nazione, se tutto il continente e tutto il mondo ha diritto di parlare e stampare le proprie idee, questo non è affatto garanzia della vittoria delle idee migliori, delle idee più prossime alla verità (scientifica). E qui mi fermo, arrivando, a mio modo di vedere, al limite del pensiero liberale, libertario e persino libertino; e forse addirittura ai limiti dell’essere umano in quanto tale.

In quella stessa lettera a proposito di coloro che coltivano le lettere, Voltaire riporta (in traduzione francese di suo pugno) un breve componimento di un Lord suo amico di ritorno dall’Italia. Facendo, molto in piccolo, qualcosa che ci sembra simile allo stesso Voltaire che conclude con Pascal, propongo una traduzione in italiano di questo stesso componimento.

Leggo le lettere filosofiche in francese, edizione GF Flammarion, e non è dato sapere nè l’autore originale del testo, né è possibile leggere il testo in lingua originale. Se qualche lettore più esperto dovesse sapere chi scrisse e se fosse in grado di risalire al testo originale, gliene sarei personalmente grato.

(tratto da: Voltaire, Lettres philosophiques, Flammarion, 1964, p. 133. Traduzione di A.M.)

 

Dunque che vidi in Italia?

Orgoglio, furbizia e povertà,

complimentoni, poca bontà

e tanta cerimonia;

la stravagante commediola

che spesso l’Inquisizione

vuol che si dica religione

ma che qui da noi è follia.

La natura, generosa inutilmente,

vuole arricchire questi luoghi splendenti;

dei preti la mano desolante

soffoca i suoi più bei presenti.

I Monsignori, sedicenti grandi,

soli nei loro palazzi magnificenti.

Ci sono degli illustri fannulloni,

senza soldi e senza domestici.

Per i piccoli, senza libertà,

martiri di giogo che li domina,

hanno fatto voto di povertà,

pregando Dio per inerzia,

e sempre a digiuno in carestia.

Questi bei luoghi, benedetti dal Papa,

sembrano abitati dai diavoli,

e gli abitanti miserabili

sono dannati nel paradiso

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