Il glifosato (non) causa il cancro? Cosa ha veramente detto la sentenza Monsanto, tra scienza, politica e informazione.

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Ha avuto grande risonanza la condanna inflitta alla Monsanto lo scorso 10 Agosto da un tribunale di San Francisco, che obbliga la multinazionale a risarcire il sig. Dewayne Johnson (in foto, durante il processo) per 289 milioni di dollari. Secondo il giudizio, il sig. Johnson, che lavorava come giardiniere in un giardino scolastico e faceva regolarmente uso dell’erbicida Round-up prodotto dalla Monsanto, ha contratto un tumore (un linfoma non-Hodgkin) proprio a causa dell’esposizione al prodotto. La corte ha inoltre accolto le prove dell’accusa, basate su scambi di mail private tra i dirigenti dell’azienda, che dimostrerebbero come i vertici della Monsanto fossero a conoscenza dei rischi del prodotto e li abbiano ignorati in malafede, cercando di influenzare anche il lavoro di scienziati professionisti in proprio favore. L’azienda avrebbe dunque omesso volontariamente di segnalare i rischi, circostanza che ha determinato la condanna.

La sentenza è di primo grado, quindi non si può parlare di un verdetto definitivo. La Monsanto ha già annunciato che ricorrerà in appello. Ciò nonostante, “Il glifosato causa il cancro” è il messaggio che è passato inequivocabilmente, e anche le reazioni politiche che hanno accompagnato la notizia si sono allineate a questo sentimento. La realtà è più complessa di questa semplificazione, ed è necessario fare un po’ di chiarezza.

Che cos’è il glifosato?
Il glifosato è un composto chimico brevettato nel 1974 dalla Monsanto, e commercializzato all’interno del preparato erbicida Round-up. Il brevetto è scaduto nel 2001 e da allora il glifosato è immesso in commercio anche da numerose altre aziende. Il glifosato, o per meglio dire i preparati a base di glifosato, sono gli erbicidi più utilizzati al mondo, una diffusione dovuta essenzialmente a due fattori: l’economicità e l’estrema efficacia. Inoltre la tossicità del glifosato non è superiore, e in diversi casi è inferiore, a quella di altri erbicidi concorrenti in commercio.

La diffusione è stata largamente favorita anche dallo sviluppo, da parte della stessa Monsanto, di una varietà di mais geneticamente modificato per resistere agli effetti del glifosato: ciò ha reso possibile agli agricoltori coltivare il mais con un’alta resa. (Quest’ultima motivazione non si applica in Italia, dove la coltivazione di varietà geneticamente modificate è vietata per legge, a differenza dell’importazione.)

Nonostante questi effetti benefici al mercato agricolo, da anni sussistono dubbi, sia in seno ai consumatori che alla comunità scientifica, che il glifosato sia cancerogeno per l’uomo. Nel 2017 i Paesi europei hanno rinnovato per 5 anni l’autorizzazione all’utilizzo del glifosato, con 18 voti a favore e 9 contrari (tra cui l’Italia). Ciò nonostante, in alcuni paesi sono in vigore restrizioni specifiche. Ad esempio, in Italia un decreto ministeriale del 2016 ne vieta la vendita se combinato con un’altra sostanza, l’ammina di sego polietossilata, una combinazione sospettata di essere responsabile di effetti tossici sull’uomo. Inoltre il decreto vieta l’uso di erbicidi al glifosato in “parchi, giardini, campi sportivi, aree gioco per bambini, cortili ed aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie”.

Ma quali sono le evidenze scientifiche sulla cancerogenicità del glifosato? E come si inquadra la sentenza nel contesto di queste evidenze?

Le evidenze scientifiche
Lo IARC (Agenzia Internazionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Cancro) ha classificato il glifosato nella categoria 2A, cioè come “probabilmente cancerogeno per l’uomo”. La categoria 2A comprende anche altre sostanze di uso più comune come le carni rosse, le bevande molto calde e i fumi delle fritture ad alta temperatura, ed è appena sotto la categoria di massima pericolosità, quella che comprende le carni lavorate ed il fumo. La monografia dello IARC associa il pericolo del glifosato proprio al linfoma non-Hodgkin, ed ha influenzato decisivamente il parere della giuria nel processo.

Tuttavia, per andare oltre il caso specifico della sentenza ed esprimere un giudizio generale sul glifosato, come sembra si sia fatto con molta scioltezza, bisogna considerare un fatto importante: la valutazione dello IARC riguarda il pericolo ma non il rischio, due termini che sembrano sinonimi ma che vanno ben distinti. Il pericolo è una misura assoluta della cancerogenicità, il rischio invece tiene conto della probabilità di contrarre il cancro a seconda del tempo e delle modalità di esposizione. Perciò la classificazione dello IARC non ci dice che, se mangiamo dei cibi che contengono tracce di glifosato, ci ammaleremo sicuramente di tumore. Potrebbe benissimo darsi che le tracce siano in quantità insufficiente a trasformare il pericolo in rischio.

Quest’ultimo è il giudizio della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura). La FAO non ha riscontrato un rischio di cancerogenicità del glifosato, associato all’assunzione tramite la dieta ordinaria. Altre categorie di rischio, come l’esposizione diretta o da uso agricolo, non erano invece oggetto di valutazione. Conclusioni simili a quelle della FAO sono state raggiunte anche dall’EFSA (Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare). Inizialmente l’EFSA era stata accusata di aver copiato parte della propria valutazione da quelle presentate dagli stessi produttori di glifosato, quindi di non imparzialità. L’EFSA ha successivamente chiarito la propria posizione in una nota ufficiale, spiegando che le accuse derivavano da un equivoco dei giornalisti circa i processi di revisione paritaria degli studi.

Infine l’ECHA (Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche) ha svolto una valutazione sul pericolo, quindi sulla stessa linea dello IARC, ma giungendo a una conclusione diversa. Secondo l’ECHA non ci sono prove scientifiche sufficienti a classificare il glifosato come cancerogeno per l’uomo. Ciò ovviamente non equivale a sostenere che esistono prove scientifiche della non cancerogenicità: infatti l’ECHA considera la questione non chiusa e invita la comunità a studi più approfonditi, come del resto fanno anche gli altri enti citati in precedenza.

Un’opinione più equilibrata
“Il glifosato causa il cancro“ è sicuramente un messaggio incorretto da portare a casa. Non perché se ne sia dimostrata la falsità, ma perché non sussistono elementi sufficienti per affermarne la verità. La sentenza non ha certamente inteso sostituirsi alla ricerca scientifica e affermare, in tutta generalità, che il glifosato causa il cancro. Al contrario, si è pronunciata su un caso singolo con le sue specificità, che per di più riguardava circostanze eccezionali.

Come scrive infatti il Corriere della Sera, “Johnson aveva chiamato due volte il numero verde della Monsanto per informarsi di eventuali rischi dopo essersi inzuppato di erbicida per un malfunzionamento dell’innaffiatore, ed entrambe le volte si era sentito promettere, invano, che l’avrebbero richiamato.” Il sig. Johnson aveva cioè sperimentato, in seguito ad un incidente, un’esposizione eccezionale all’erbicida, che non riguarda le circostanze abituali di rischio.

Alla luce di queste considerazioni, appaiono perciò quantomeno precipitose le parole tanto del Presidente della Regione Toscana Rossi (“Il glifosato, l’erbicida più usato al mondo, è sotto accusa come cancerogeno. […] Noi, come Regione Toscana, faremo subito un provvedimento per escludere dai premi del Piano di sviluppo Rurale le aziende che ne facciano uso.”) quanto del Ministro Di Maio (“Dobbiamo combattere l’invasione sul nostro mercato di questa sostanza, una minaccia che si concretizza con mostruosi accordi commerciali sottoscritti solo in nome del profitto. […] Basta ad accordi commerciali che mettono a repentaglio la salute dei cittadini.”).

A Rossi ha risposto Confagricoltura Toscana, sottolineando come, sulla base della classificazione dello IARC, bisognerebbe dunque vietare anche le carni rosse e il caffè, invitando invece ad una interpretazione più circostanziata della sentenza. Anche in virtù del danno economico che conseguirebbe per gli agricoltori, se il divieto fosse realmente posto in atto.

Indubbiamente, la politica deve svolgere valutazioni che vanno al di là del mero dato scientifico, prima fra tutte la discrezionalità nell’applicazione del principio di precauzione. È tuttavia importante che i cittadini vengano informati correttamente, e messi in condizione di distinguere i due piani, quello scientifico e quello politico. Sembra invece che, come altre volte è accaduto, si sia trovato più comodo additare un fantoccio che restituire una realtà più complessa dei titoli di giornale. Si è così scaricato su una provvisoria evidenza scientifica, spacciata per certa, e su una distorsione del senso di una sentenza, la responsabilità delle proprie posizioni politiche.

Costantino Pacilio

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