Una macedonia di poesie. “Melamangiai” di Daniela Matronola

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Nasce da una cantilena, il titolo di questa raccolta di poesie (Melamangiai di Daniela Matronola, RP Libri, 2018), che il padre dell’autrice (nata nel 1961 a Cassino, vive ed opera a Roma. Lavora nel campo letterario militante sia inglese che italiano, collabora a varie testate nazionali e a blog del settore. Nel 2003, con Il luogo dell’appuntamento, Manni 2002, ha vinto il Premio Alghero Donna per la poesia edita), le ripeteva sempre. La cantilena proseguiva con “peccai o non peccai?”, ed è infatti il punto interrogativo l’essenza di queste poesie, che ci parlano di un percorso continuo, di una ricerca ininterrotta della parte più profonda del sé.

Melamangiai, di Daniela Matronola

La mela non ispira l’autrice solo per la cantilena paterna, ma si trova persino nella stessa carta su cui la poetessa annota il suo sentire: nella Presentazione dell’autrice, la Matronola precisa di aver scritto le poesie a mano, su un quaderno della ApPeel, la cui copertina è stata realizzata lavorando le bucce di mela.

Nella finale Nota dell’Autore, la poetessa ci informa che è sua abitudine andare sempre alla ricerca di quaderni, abitudine in cui, lo ammetto, mi ritrovo: vado spesso anch’io alla ricerca di quaderni colorati, fantasiosi, ecologici.

La raccolta, composta da varie sezioni, si apre con una poesia dedicata alla poesia stessa, che ricorda la leggerezza, la tenerezza e la purezza che contraddistinguono la parola dei poeti, a cui poi farà eco quella che inizia con Detesto chi declama i poeti a memoria.

Prosegue poi evocando sensazioni di caduta, frammenti che sembrano fotografie della realtà, immagini che quasi si materializzano nella nostra fantasia, prendendo forme vicine alla percezione di ognuno, e continua dando voce al senso di smarrimento esistenziale, con poesie come Dove mi trovo, con cui poi sembra risuonare quella che inizia con La pioggia mi mette allegria, altro aspetto con cui mi identifico pienamente: anche a me la pioggia mette allegria.

Non mancano vere e proprie prese di posizione, come la critica al genere letterario dell’autofiction, accusato di dire “io”, ma di non riuscire a conoscerlo davvero.

L’immagine della mercante africana al mare, con in testa la cesta piena di panni, sulle spalle la sacca con dentro la bambina, e accanto il figlio col cappello, che vende lacci, si rivela molto efficace: la donna sogna solo di stendersi e di riposarsi, si sente sorella delle mamme italiane che vede passare sulla battigia insieme ai figli, ma non nutre invidia nei loro confronti, perché “con le clienti, se lo ripete, non si scambierebbe” .

Questa immagine ci spinge a guardare con occhi nuovi chi viene da Paesi più sfortunati del nostro, e a riflettere sul fatto che spesso l’altro, lo straniero, chi apparentemente ci sembra così diverso da noi, in realtà non si sente affatto così, ma siamo noi che dobbiamo faticare tanto per superare i nostri pregiudizi.

Una poesia, dunque, che unisce le sensazioni più profonde della vita interiore all’osservazione più lucida della realtà sociale, non trascurando nemmeno riferimenti a personaggi storici: in ognuno di noi, secondo la poetessa, c’è un Eichmann (1906-1962, militare e funzionario tedesco, considerato uno dei maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei), dunque un lato cattivo.

Particolarmente nostalgica la sezione intitolata In ordine di sparizione, dedicata a tutte quelle persone, o animali, o luoghi (il mezzadro, i muggiti, il pollaio) appartenenti al mondo contadino, visto come accogliente e materno, un nido sicuro, un mondo protettivo, e che ora sono tutti scomparsi. A quel mondo apparteneva “la donna scesa dalle montagne/ col cesto in testa e i coppini candidi fumanti”: una donna con il cesto in testa, non diversa dalla mercante africana in riva al mare.

Le sorprese di questa raccolta risiedono anche nella lingua, che non è solo l’italiano ma anche l’inglese: in Come vivo, la poetessa fa riferimento a Il giovane Holden di Salinger, in particolare al personaggio di Allie Caulfield, fratello del protagonista, un piccolo campione di baseball, che negli intervalli delle partite legge delle storie ed è intento a salvare la memoria dei personaggi, ma non riesce a salvare la sua, perché muore a 11 anni di leucemia.

Inoltre, una poesia inizia in inglese, rievocando le scene di massa dei film degli anni Quaranta, dove si vedevano solo cappelli, e un’altra, interamente in lingua inglese, affronta il tema della scelta, centrale nella raccolta come nelle nostre vite.

L’attenzione per gli ultimi, per gli emarginati, continua con l’immagine dei poveri che dormono sotto le colonne di San Pietro, così come prosegue la nostalgia per un mondo perduto, quello dei monaci dediti alla copiatura dei testi e ai lavori agricoli.

Il contrasto tra la città, caratterizzata da una “giungla/ di palazzi” e da “qualche eroe che legge nel frastuono dei clacson”, e un agognato ambiente campestre di valle e boschi, e di tranquillità, continua anche in seguito.

Toccante e profonda Poi, dedicata a Margherita Rimi, nata nel 1957 in provincia di Palermo, poetessa, medico e neuropsichiatra infantile, della quale l’autrice mostra l’amorevole e paziente lavoro con i bambini in difficoltà.

Il corpo è per la Matronola un involucro ingombrante e fastidioso, qualcosa da cui si desidera liberarsi, infatti la poetessa manifesta il desiderio di scomparire, di essere invisibile.

Molto suggestiva, per chi ama i gatti e non solo, la sezione Regina dea, dedicata alla gatta Nerina, la vera padrona dell’intero territorio, della casa e del giardino, e significativa la distinzione tra il tempo della gatta, che sembra essere eterno, e quello degli essere umani, che si affannano a scandirlo per istanti.

Inoltre, dopo quella di Allie, un’altra presenza di morte: Rosalba – molte voci femminili si intrecciano nella raccolta, dando vita a degli echi corali, polifonici- che chiedeva agli altri quale fosse il loro rapporto con il tempo, ma che nel giro di poco tempo muore.

Ancora un riferimento alla storia, passando stavolta dai carnefici alle vittime: si tratta delle gemelle Eva e Miriam Mozes Kor, deportate ad Auschwitz e vittime di atroci esperimenti da parte del medico Josef Mengele. Eva poi perdonò il suo carnefice, adottandone il nipote.

Oltre al sorprendente uso della lingua straniera, la poetessa riesce a sorprenderci già in quella italiana: basti notare la sonorità di alcune parti del verso, come “Ti lancia lacci laschi”, o la libertà dell’assenza della punteggiatura del discorso diretto, ovvero i due punti e le virgolette, quando vengono riportate le voci delle figure femminili.

La raccolta si chiude con un’esortazione a non prendere la vita troppo sul serio: “e ridete!”, invita la poetessa, sembrando che strizzi l’occhio al lettore.

Come emerge da questa raccolta, dunque, nella realtà contemporanea c’è sempre più bisogno della parola dei poeti, una parola leggera e autentica, capace di dar voce, come nel caso di Daniela Matronola, alle molteplici sfaccettature della vita, con attenzione e cura per i vissuti interiori, ma anche per quelli storici e sociali. In lingua italiana e inglese. Con la compresenza di poesie molto brevi e poesie molto lunghe.

Non solo una mela, dunque, ma una vera e propria macedonia di poesie: ce ne è per tutti i gusti!

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Marianna D’Onofrio

 

 

 

 

 

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