Il mistero della scrittura. “L’amica geniale” di Elena Ferrante, volume primo

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Che la vera identità dell’autrice si conosca oppure no, lasciando nel lettore, nonostante le varie ipotesi (Anita Raja, moglie di Domenico Starnone, oppure Starnone stesso, Goffredo Fofi, Marcella Marmo, gli editori Sandro Ferri e Sandra Ozzola) il mistero su chi sia la mano – o le mani- che si celano dietro la scrittura, è innegabile che il primo volume de “L’amica geniale” di Elena Ferrante (Edizioni e/o, 2011, unica opera italiana, insieme ad  “Acciaio” di Silvia Avallone, candidata al Nobel per la letteratura) sia, oltre che un intenso, denso racconto del legame di amicizia tra due bambine (Elena Greco e Raffaella Cerullo, chiamata solo da Elena Lila) che poi diventano due adolescenti, anche un romanzo il cui filo conduttore è proprio la scrittura.

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La storia, infatti, inizia quando Elena, ormai quasi anziana, riceve una telefonata da Rino, il figlio di Lila, preoccupato perché sua madre non si trova più. Elena è certa che Lila abbia messo in atto il proposito che da tempo dichiarava, ovvero quello di scomparire cancellando tutte le tracce e, in una sorta di sfida, accende il computer ed inizia a scrivere la storia della loro amicizia.

Inizia così il racconto dell’amicizia tra Elena, figlia di un usciere, e Lila, figlia di uno scarparo, in un rione di Napoli, negli anni Cinquanta del Novecento, che si apre con le due bambine che salgono terrorizzate le scale verso la porta di Don Achille Carracci, che ai loro occhi possiede le orribili e spaventose fattezze di un orco delle favole, colpevole di aver rubato loro le bambole.

Le due bambine sono diverse tra loro: Lila sembra avere una determinazione, una forza ed un carisma che Elena non possiede, e di cui sembra succube, ma in realtà anche Lila è fragile, tanto che a volte le sembra di non vedere più i confini della realtà, in un fenomeno che chiama “smarginatura” , e le due si trasmettono grinta a vicenda.

Nel rapporto tra le due non mancano, oltre ai buoni sentimenti di amicizia, anche i sentimenti cattivi, come la gelosia, la competizione, l’invidia, sentimenti negativi ma veri, insiti nella natura umana e forse indice di un rapporto sano, autentico. Elena sembra vivere all’ombra del carisma di Lila, ma in realtà ognuna delle due amiche rappresenta, per l’altra, un “doppio”, uno specchio in cui osservare le proprie qualità, assistere alla crescita delle proprie passioni, capire i propri limiti e le proprie debolezze, per andare avanti.

Le due bambine frequentano le scuole insieme, e insieme sognano di scrivere un giorno un libro di successo come Piccole donne, e di diventare ricche grazie alla scrittura. Lila, che da bambina scrive davvero un romanzo, dal titolo La fata blu, ma viene scoraggiata dalla maestra Oliviero, ha un grande dono per la scrittura, che Elena riconosce, ammira ed invidia, e di cui ha la conferma definitiva quando si trova ad Ischia e, dopo un prolungato silenzio, le giunge una lettera di Lila, scritta in un modo meraviglioso, come solo l’amica sa fare. Lila, che non continua le scuole e studia da autodidatta, ha dunque, come dicevamo, il dono della scrittura. L’abilità di Lila nella scrittura, però, non rimane fine a se stessa, perché Lila aiuta Elena a migliorare la sua scrittura, permettendo anche a lei di maturare uno stile del tutto personale, inimitabile, unico. Eppure è a Lila, e solo a lei, che Elena si rivolgerà per un “labor limae” dell’articolo che sta scrivendo per una rivista. Così come nella scrittura di Elena Ferrante c’è un mistero, così in quella di Lila c’è un dono che non ha spiegazione. Nel romanzo dell’autrice avvolta dal mistero, se ne racchiude un altro, quello della scrittura. Il mistero dentro il mistero: come a dire che la condizione perché si realizzi la grande letteratura è che qualcosa rimanga sconosciuto, inspiegabile.

L’altro “fil rouge” del romanzo è la scuola, che unisce, che motiva, che separa, e che è ancora considerata strumento per l’ascesa sociale. Le elementari e le medie sono i luoghi delle prime relazioni con gli altri, dei confronti anche con l’altro sesso, ma è con la fine delle medie che si crea la prima apparente divisione tra le due: Elena continua gli studi, intraprendendo il liceo classico, mentre Lila inizia a lavorare con il padre, e a progettare, oltre alla riparazione delle scarpe, anche la realizzazione di un paio di scarpe nuove, obiettivo al quale si dedica con tutta se stessa e l’energia di cui è capace, coinvolgendo anche il fratello Rino, punto di riferimento ma anche una delle cause della “smarginatura”, e il padre.

Nonostante l’interruzione degli studi, Lila si rivela però, ben presto, geniale: studia il latino e il greco da autodidatta, prende tantissimi libri in prestito alla biblioteca, ed è proprio grazie a lei che Elena si sente spinta, per fascino o per competizione, a continuare gli studi, che porterà avanti con grande fatica ma molte soddisfazioni e riconoscimenti, tanto che a volte la bravura di Elena negli studi diventerà il solo modo, attraverso le conferme da parte degli altri, per sentirsi più sicura.

Scrittura e studio, dunque, ma anche un rapporto di amore e odio col rione che sembra non cambiare mai, contrassegnato dall’attaccamento al “prima”, dalla violenza, dalla sopraffazione, e da figure maschili, come i figli di Solara, il proprietario dell’omonimo bar, che suscitano nelle due bambine, diventate ormai adolescenti, un sentimento ambivalente di seduzione e repulsione – emblematiche, in questo senso, le pagine che raccontano la vacanza estiva di Elena ad Ischia.

Le due amiche, seppur con periodi di distanza e assenza, vivono insieme ogni momento dell’infanzia e dell’adolescenza: anche quando sono separate, non possono fare a meno di pensarsi a vicenda, e quando si incontrano sono pronte ad aiutarsi l’una con l’altra nelle difficoltà della vita.

A partire dall’episodio infantile dell’orco ladro di bambole, passando per i tentativi di fuga dai confini del rione, per gli studi portati avanti anche se non ufficialmente insieme, per i cambiamenti del corpo nell’età puberale, arrivando fino all’adolescenza e al precoce matrimonio di una delle due, il romanzo procede con un fluire torrenziale di parole, in una prosa che spinge a continuare e a leggere tutto d’un fiato, come quella di Elsa Morante, a cui la scrittrice ha dichiarato di ispirarsi, come del resto ci rivela il suo pseudonimo, che echeggia il nome della grande autrice de La Storia. 

Come sembra suggerire l’immagine in copertina, abbiamo bisogno, soprattutto durante l’infanzia e l’adolescenza, di girarci verso l’amica o l’amico che ci è accanto, mentre procediamo verso la vita adulta, che per ognuno sarà diversa, fatta dalle scelte e dalle circostanze che realizzeranno un destino individuale, unico, ma che non sarebbe stato lo stesso senza la presenza e l’assenza dell’altra parte di noi.

Marianna D’Onofrio

 

 

 

 

 

 

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