Profondo Nero di Dario Argento: una storia di Dylan Dog

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Finalmente, è uscito il volume tanto atteso dai fan di Dylan Dog: Profondo Nero, scritto dal noto regista di film horror Dario Argento e disegnato da Corrado Roi. Il connubio non poteva che essere felice: uno dei fumetti dalle atmosfere cupe più popolare in Italia incontra l’autore italiano di film horror che è riuscito a imporsi sul mercato mondiale.

Copertina di Profondo Nero, albo n. 383 di Dylan Dog. Per l’occasione, la copertina disegnata da Gigi Cavenago è argentata.

Tale recensione, però, non vuole rivolgersi ai fan di Dylan Dog o di Argento, bensì a tutti coloro che cercano qualcosa di interessante da leggere per quest’estate. Il tutto, cercando di evitare spoiler.

Profondo nero è un testo che fa affidamento su uno dei grandi temi della narrativa “perturbante” (per citare un’espressione freudiana): il doppio. A differenza della tradizione, che ha fatto del doppio un meccanismo di equivoci che, a seconda delle penne, provoca effetti di riso o di inquietudine, Argento abbandona questa tecnica di intreccio in favore di qualcosa di più “profondo”. Infatti, più che ritrovarci di fronte a un doppio in quanto duplicato dell’individuo, ci troviamo di fronte a una scissione di due funzioni giuridiche che dovrebbero, normalmente, coincidere: il colpevole e il punito. In questo testo, colui che commette il delitto non è colui che riceve la punizione: da ciò nascono tutti gli effetti di frustrazione alla base di questo racconto “nero”.

Tale scissione, però, assume anche dei connotati sociali (rappresentati, bisogna ammetterlo, in maniera un po’ troppo canonica e semplicistica): da una parte c’è chi può accedere a un godimento pressoché illimitato e dall’altra c’è chi, al contrario, può solo godere se decide di accettare la sua condizione sottomessa. Il colpevole senza punizione può compiere tutte le scelte che vuole; il punito senza colpa, invece, vive l’obbligo di seguire la via che gli è stata assegnata.

Dario Argento

Un’altra caratteristica di questo albo è che la trama non dipende dalle scelte di Dylan Dog: egli subisce l’intera storia, poiché di fatto ne è soltanto un “testimone” (come si può leggere a p. 97). Infatti, per quanto l’intera storia segua un intreccio realistico, nel testo c’è comunque un unico – ma determinante – elemento soprannaturale: una volontà che spinge Dylan Dog a osservare questa storia, indipendentemente dalle sue possibilità di intervenire sul corso degli eventi.

Il testo, dai toni pessimistici (d’altronde ci troviamo nel mondo dell’orrore), cela, però, al suo interno, un fragile elemento di positività: di fronte al meccanismo padrone/servo, l’individuo può, nonostante tutto, “cercare di capire” (p. 97) quanto accade e testimoniarlo. E poiché le vittime, coloro che sono puniti nonostante siano senza colpa, hanno già pagato con il loro dolore in maniera irreversibile, l’unico modo per ripristinare un po’ di giustizia è punire anche i veri colpevoli. Tutti vengono coinvolti dalla stessa violenza: vittime e carnefici, in una livella di sangue che, però, lascia il lettore nella frustrazione.

Gerardo Iandoli

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