Il giallo mediterraneo come forma paradossale: l’unità diversificata del Mare Nostro. (Il Giallo Mediterraneo parte VI)

Piatto di cous-cous siciliano
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Il giallo mediterraneo, per esempio, non ha unità linguistica. Non è identificabile attraverso un’area culturale univoca, come quello anglosassone, ma in un’area culturale estremamente vasta e vaga, come la cultura mediterranea, che comprende paesi non poco diversi tra loro. In Francia, nel 1995 viene pubblicata la trilogia di quello che è considerato il fondatore del Giallo Mediterraneo, Jean-Claude Izzo di Marsiglia. Nei suoi libri si legge di una Marsiglia popolare molto realistica, a partire dalla lingua parlata dai personaggi. Così, le relazioni tra le diverse culture mediterranee (nordafricani, italiani, spagnoli, greci …) che si incontrano a Marsiglia e le tensioni tra i gruppi che ne derivano diventano l’anima della sua scrittura.

In Spagna, quando Franco muore (nel ’75), il genere giallo, fino a quel momento poco considerato e praticato nel paese, ha una grande rinascita e rinnovamento. Nel 1972, viene pubblicato con buon successo il primo romanzo della serie dei Pepe Carvalho, Yo maté a Kenedy (Ho ammazzato J.F. Kennedy), di Vázquez Montalbán.

Allo stesso tempo, il genere vede una nuova ventata d’aria fresca anche in Italia, con Gadda (Quer pasticciaccio brutto), e in particolare con Il giorno della civetta, di Sciascia.

In tutti questi casi, pur rappresentando realtà sociali relativamente diverse, le implicazioni sembrano essere le stesse. Ovvero: rompere con il realismo sociale (socialista) e allo stesso tempo con una tradizione d’avanguardia elitista. Come si diceva nelle parti precedenti, quindi, si presenta come un genere letterario post-ideologico, né a destra né a sinistra. Ed è probabilmente questo uno degli aspetti che ne sancisce il grande successo di pubblico: non essendo identificabile con nessuna parte, di fatto, è adatto a qualunque tipo di pubblico.

Il requisito estetico è allora esclusivamente quello di narrare altrimenti la realtà, complessa come è, nelle sue relazioni inestricabili. La transizione dalla dittatura alla democrazia in Spagna, con tutte le ipocrisie del potere; la città di Marsiglia e le tensioni di una popolazione estremamente variegata; la realtà sociale e culturale della mafia in Sicilia. Quel che salta all’occhio è che ci si confronta con queste tematiche sociali complesse senza alcuna ideologia né nostalgia. Solo per raccontare un mondo, lasciando da parte, da buon giornalista, le opinioni.

A questo punto, quindi, possiamo uscire dall’Europa meridionale. Allo stesso modo di Izzo, Montalbàn e Camilleri (o Sciascia), Driss Chraïbi, scrittore marocchino in lingua francese, scrive L’ispettore Ali, e coglie l’occasione per affrontare il tema del conflitto culturale, e di una possibile riconciliazione, tra Oriente e Occidente (o Nord e Sud), con umorismo e realismo.

Da un lato, quindi, il giallo mediterraneo, nella sua narrazione letteraria intarsia elementi politici e sociali, e quindi rimanda alla realtà geografica e culturale della città o del paese dell’autore. Giocano un ruolo molto importante quindi, oltre al piglio giornalistico, il “sentire” di appartenere a una certa area culturale da parte dell’autore (in quanto uomo reale, non funzione narratologica). Questo può essere indicato come il vero e proprio tratto comune, ad esempio, tra Sciascia , Camilleri e Saviano (quest’ultimo con una dose in più di giornalismo e una in meno di fiction).

Da un altro lato, la società descritta dagli scrittori di gialli mediterranei è composta da individui e gruppi molto eterogenei che, alla fine, anche se nel sospetto reciproco, condividono determinati valori: l’attaccamento alla propria famiglia, al proprio dio, alla terra e al cibo, ecc. Valori che, in linea generale e senza pretendere esattezza sociologica, possiamo indicare come “mediterranei”. Si ricordi allora lo spunto da cui questa serie prende l’avvio: l’olio extravergine algerino contro quello italiano. Persone (o personaggi) che condividono gli stessi luoghi, si scontrano e si mescolano. Esempi evidenti di questo miscuglio conflittuale si trovano in qualsiasi pagina di Izzo, del marocchino Chraïbi o dell’algerino italofono Lakhous.

E ancora, oltre all’Italia, Francia, Spagna Algeria e Marocco, troviamo le stesse caratteristiche nei romanzi di Petros Mârkaris in Grecia da Batya Gur in Israele e in altri lungo tutta la costa circolare del Mare Nostro.

Insomma, si tratta innegabilmente di una forma letteraria, o di consumo/intrattenimento se vogliamo essere più snob, comune a tutto il Mediterraneo. E questo crea un problema critico che va al di là della letteratura o della produzione culturale, specie in tempi in cui la differenza e diffidenza verso coloro che abitano sull’altra riva sono considerati nemici – “rivali” appunto.

L’interesse dell’esistenza di una forma comune, che ci unisce a una certa complicatissima area culturale, e ci distingue dagli europei del nord, dagli angli e dai sassoni, è duplice e paradossale.

Da un lato sarebbe una prova pratica dell’esistenza di quest’area culturale, cioè di un “gusto” condiviso, e dall’altro apre le porte a una serie di considerazioni sul posto che ha l’Italia sulla mappa, in quanto non solo centro geografico e geometrico di questo spazio culturale, ma anche, di conseguenza, centro propulsore del giallo mediterraneo.

Può sembrare un paradosso, ma solo a un primo sguardo: siamo di fronte a una forma di espressione letteraria che è allo stesso tempo l’indice di un’unità culturale, più o meno sotterranea, che renderebbe il Mediterraneo uno spazio culturalmente circoscritto – e in quanto tale potenziale “forza politica” opposta, ad esempio, al mondo del Nord – e tuttavia la testimonianza di uno spazio interiore ma multiculturale, con un non-luogo al centro, il mare, che unisce e tuttavia divide, percorso sin dall’alba della civiltà da carovane di mercanti e migranti. Il mare mediterraneo come punto di contatto, vuoto di confine e ponte.

Questo è quanto vogliamo suggerire: proviamo a guardare (in tv) o leggere (sui libri) la forma del giallo mediterraneo in quanto descrizione e suggestione di un’unica, incredibilmente variegata, conflittuale e sospettosa, comunità. Un insieme di modi di essere che, in maniera sotterranea ma percepibile, sorpassa persino le profondissime differenze religiose.

Questo farsi “documento” e testimonianza è l’elemento che determina il successo commerciale del genere; ma questo è anche l’interesse principale del giallo mediterraneo per una critica culturale.

Per concludere, se abbiamo cominciato dall’olio d’oliva – orgoglio italiano (e non solo) – possiamo concludere con un’altra suggestione culinaria. Perché crediamo che questo sia un elemento distintivo del modo di essere mediterraneo.

Sarà un caso se uno dei piatti tipici della Sicilia occidentale è il cous-cous? Sarebbe interessante in effetti, e forse ancora più convincente, fare lo stesso ragionamento che qui abbiamo tentato di esporre, partendo però dalle influenze e somiglianze reciproche nella cucina, invece che da un “gusto” letterario.

 

 

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