Come un tuffo nell’inverno – a proposito di Irene Nemirovsky

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Se, in una di queste calde giornate estive, avete voglia di essere trasportati nel freddo inverno russo, Come le mosche d’autunno di Irene Nemirovsky (1931) è la lettura che fa per voi.

Così come d’autunno le mosche sembrano strane, dissonanti, anomale, poichè siamo più abituati a vederle gironzolare d’estate, allo stesso modo la famiglia Karin, che si trasferisce dalla Russia, dove regnano il freddo e il silenzio, a Parigi, dove invece c’è un’atmosfera vitale e leggera, sembra un’ intrusa in un ambiente che non le appartiene, in cui sembra non riconoscersi.

Protagonista della vicenda è la vecchia Tatjana Ivanovna, la balia della famiglia, che ne ha allevato tutti i figli, vedendo partire Kirill e Jurii per la guerra.

Tatjana è ormai anziana, è nata in una campagna lontana dai Karin, nel Nord della Russia, è cresciuta in un ambiente contadino, la neve ed il gelo le sono familiari (dalle sue parti si usa, in primavera, rompere le lastre di ghiaccio a piedi scalzi), è molto religiosa  (in ogni sua frase c’è la parola Dio, e l’anziana crede che tutte le vicende umane siano nelle sue mani), crede anche nella superstizione, convinta che la presenza degli scarafaggi in una casa sia segno di prosperità.

Dall’inizio del racconto alla fine, la condizione esistenziale di Tatjana è la solitudine, che l’anziana donna prova anche quando si trova in mezzo agli altri. Quando Kirill e Jurii partono, Tatjana rimane sola con il vecchio cuoco Antip, sempre ubriaco e triste, poi cammina per tre mesi per riconsegnare ai padroni i diamanti che ha cucito nell’orlo della gonna.

Col trasferimento della famiglia a Parigi, la solitudine di Tatjana non fa che aumentare: quando l’anziana sorprende Lulù, ormai cresciuta, ubriaca a baciarsi con un ragazzo, si stupisce del suo comportamento che, a causa del suo convinto “pudore selvaggio”, ritiene disdicevole. Lulù però la accusa di essere una vecchia che non può comprendere i piaceri giovanili, e Tatjana, da tutti i figli della famiglia, viene trattata proprio così, come una vecchia ormai troppo stanca, sempre più goffa e incapace nelle faccende domestiche, considerata dunque inutile.

Mentre i membri della famiglia Karin, a Parigi, dopo un iniziale periodo di difficoltà economiche, sembrano, almeno in apparenza, adattarsi, Tatjana rievoca, anche nei sogni, la vita in Russia e il paesaggio innevato, che le manca profondamente. Tatjana vuole tornare tra la neve dov’è cresciuta, e tenta di farlo in un modo decisamente insolito.

Questo racconto ci mostra come la dedizione di chi, come nel caso di Tatjana, spende la sua vita per gli altri, non sempre viene riconosciuta ed apprezzata, ed esprime il profondo senso di solitudine di chi è costretto ad essere trapiantato dal suo luogo di origine ad un altro, che gli rimarrà sempre ostile e poco familiare.

Del resto, i Karin sembrano adattarsi, ma in realtà si adeguano abbastanza passivamente alle circostanze della vita, mentre Tatjana, fino in fondo, rimane fedele a se stessa e alla sua origine, pur con le conseguenze che questa fedeltà comporta.

Tra amore e disamore, con la guerra che fa da sfondo ma la cui eco si sente nitidamente, in un contrasto irrisolvibile tra campagna e città, si susseguono queste rapide ma folgoranti pagine della grande autrice di Suite francese.

A fine lettura, potrete tornare all’estate, forse arricchiti da una più perspicace capacità di osservare e riconoscere l’apparentemente invisibile solitudine altrui.

Marianna D’Onofrio

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