Scontro di civiltà di Amara Lakhous, un’operazione culturale e commerciale riuscita – Il Giallo Mediterraneo parte II

Immagine dal documentario "Piazza Vittorio" del regista newyorkese Abel Ferrara
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Cominciamo il nostro discorso sul giallo mediterraneo andando a scegliere, tra gli illustrissimi esempi possibili, un libro che in effetti non è il primo titolo che viene in mente quando si parla di questo genere letterario: Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, di Amara Lakhous

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L’omicidio di un losco personaggio conosciuto come “il Gladiatore”, è l’occasione per seguire un’indagine che ci consente di penetrare nell’universo del più multietnico dei quartieri di Roma: piazza Vittorio. Quartiere quindi niente affatto scelto a caso: scena ideale per rappresentare uno “scontro di civiltà”, appunto, ma anche luogo ideale per andare a toccare senza tanti complimenti tematiche calde, a puntino per essere servite con ironia. Personaggi diversissimi diventano, man mano, i protagonisti e i narratori del capitolo, e cambiano ogni volta i riferimenti culturali e religiosi, la vita vissuta, le convinzioni, le simpatie e le antipatie. Vi è anche una certa freschezza di scrittura, e anche se la ricetta si ripropone sostanzialmente identica per ogni personaggio, c’è un certo piacere nel continuo cambiamento di prospettiva. Si potrebbe arrivare a parlarne come una sorta di esperimento narratologico alla Oulipo, alla Calvino, in cui gli stessi luoghi ed eventi sono rivisti secondo modi e linguaggi diversi di volta in volta. Esiste questo elemento, ma esagerarlo sarebbe riconoscere all’autore un grado di virtuosismo che egli non intende avere. Non vuole strafare: quanto basta per rendere scorrevole la lettura e la storia.

Il libro è quindi piuttosto piacevole da leggere, una commediola che sarebbe facile trasportare a teatro, o in televisione, e che non manca di far sorridere. Alcune cadute vi sono, data l’intenzione di fare una innocua satira di costume, verso lo stereotipo e la semplificazione. Ad esempio, la portinaia napoletana, dal forte accento, devota di San Gennaro, risulta un po’ troppo caricaturata quando insiste su Totò. Ma l’intenzione realista, in Lakhous, cede talvolta il passo alla volontà di strappare un sorriso. Volontà apprezzabilissima, certamente. Nel contesto, infatti, ne viene fuori una divertente sceneggiata che tra differenze dialettali, culturali, calcistiche e religiose, deride bonariamente un mondo fatto di persone molto differenti, eppure unite da un elemento sotterraneo, un po’ ridicolo, che potremmo definire in termini molto generici come una fortissima “umanità”. Ma preferiamo, almeno in questa sede, definirlo un essere mediterranei, anzi, del Sud – intendendo per Sud qualcosa che è allo stesso tempo una dimensione geografica e storico-psicologica-esistenziale. Esiliati della globalizzazione.

Insomma, personalmente non posso dare un brutto voto al libro, anzi ne consiglio la lettura. Essendo l’intento quello di presentare il cosiddetto “romanzo giallo mediterraneo”, avrei potuto scegliere esempi molto più classici e diciamo pure più solidi. Tuttavia, Amara Lakhous fa un’operazione culturale, che è anche commerciale, che presenta diversi spunti interessanti per impostare il nostro discorso. Partiamo proprio da questo: il giallo rappresenta oggi un genere che deve attirare la nostra attenzione per la sua capacità di coniugare spunti di interesse letterario e culturale (dalla lingua alla satira di costume) e un certo successo di pubblico, la sua essenza popolare. Il giallo “mediterraneo” soprattutto.

Amara Lakhous è nato ad Algeri nel 1970. Arrivato in Italia nel 1995, dopo pochi anni adotta l’italiano come lingua di scrittura, attirando presto lìattenzione del pubblico e della critica nel panorama letterario italiano. Con le Edizioni E/O ha pubblicato Scontro di civiltà per un ascensore a piazza VittorioDivorzio all’islamica a viale MarconiUn pirata piccolo piccoloContesa per un maialino italianissimo a San Salvario e La zingarata della verginella di Via Ormea.

Algerino, non ha scelto la Francia per andare a vivere, ma l’Italia, e la lingua italiana. Perché in Italia, dichiara, può sentirsi più a casa: è ancora nel bel mezzo del mediterraneo, di una certa cultura. Si rivolge quindi a un pubblico italiano, e riprende tutta una serie di “stili” di tradizione tipicamente italiana. Basti vedere i titoli dei suoi romanzi: non manca mai un riferimento esplicito alla commedia all’italiana, da Un Borghese piccolo piccolo alla zingarata di Amici miei. Anche il titolo eccessivamente lungo è un tratto tipico – basti ricordare Quer pasticciaccio di Gadda – a sua volta considerato un precursore del genere mediterraneo – oppure travolti da un insolito destino eccetera eccetera eccetera.

Non solo: per dichiarazione dello stesso Lakhous, lui intende inserirsi in un filone letterario che vede in Italia (in Sicilia soprattutto), probabilmente, il suo centro di irradiazione più prestigioso, pur avendo epigoni brillanti su tutte le coste del mediterraneo. Si tratta appunto del romanzo Giallo “nostrum”.

Amara Lakhous

Gadda, Sciascia, Camilleri, Izzo a Marsiglia, Montalbán in Spagna, Driss Chraïbi in Marocco, Petros Mârkaris in Grecia, Batya Gur in Israele…

Il giallo mediterraneo si distingue dal modello anglosassone per la sua volontà di realismo, a dispetto del positivismo logico del modello anglosassone, e quindi nella volontà di raccontare una comunitàumana, con i suoi problemi più o meno meschini, con le sue fissazioni più o meno irrazionali. Gusti e profumi. Lingua. Una comunità che tra generosità appassionata e sospettosità atavica vive un conflitto pacifico e permanente; insomma una società che secondo molti si potrebbe riconoscere come “mediterranea”. Questo è l’intento centrale del romanzo di Lakhous, al punto che la scena del delitto è ridotta al minimo indispensabile, alla faccia della scientifica: un ascensore.

Il caso del giallo mediterraneo quindi è particolarmente interessante proprio in quanto manifestazione culturale. Cioè non gioca sulla curiosità del caso, sull’acume del detective. Gioca invece su un elemento di “massa”, non solo rappresentando uno spazio geografico-culturale all’interno dei suoi libri, ma definendone anche i confini, in un certo senso, attraverso il suo successo di pubblico (e di produzione) sparso su tutta l’area interessata. Inoltre, essendo il mediterraneo un crocevia di merci e uomini, da sempre, e per definizione, ma non essendo un’entità né linguistica, né politica e tantomeno religiosa, questo genere, letto e scritto a Roma come ad Algeri e in Israele, in un certo senso testimonia l’esistenza di una possibilità di convivenza, rimarca gli elementi utili a un reciproco riconoscersi. L’utilità politica di una simile narrazione, oggi, nel mediterraneo, è evidente.

E il caso di Amara Lakhous, pur non essendo il più interessante da un punto di vista letterario, è senza dubbio il caso più interessante nel metodo. Si tratta di un mediterraneo che sa parlare di quello che siamo, con il nostro stesso linguaggio. E al contrario: Lakhous sceglie in nostro linguaggio (oltre che la nostra lingua) perché questa ha saputo dargli, e dirgli, qualcosa di sé stesso, uno spazio di espressione in cui riconoscersi.

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