Vuoi guardarmi? – Lo sguardo di Josephine e la fotografia selondo Roland Barthes

Condividici

Roland Barthes, nel suo testo sulla fotografia La camera chiara, ha affermato che uno sguardo intelligente, in un ritratto, può essere immortalato solo se il modello pensa a cose intelligenti. In sostanza, lo sguardo è un segno che indica qualcosa che si trova al di là, un punto di contatto tra questo mondo materiale e quello dei ricordi, delle esperienze, delle immagini, delle fantasticherie, dei miti. Nello sguardo di un essere umano c’è la possibilità di decifrare un vissuto, intreccio di corpo e mente, di sensazione e interpretazione.

LEGGI ANCHE: LA CONDIZIONE DELL’ESULE, DI ALEXIS NUSELOVICI

Ci sono sguardi che si colgono al volo, perché segni di esperienze condivise: il sorriso prima di spegnere le candeline della torta di compleanno, gli occhi lucidi delle veglie funebri, l’occhio calante di chi ha lavorato troppo, il labbro smosso tra il confuso e il sereno di chi ha esagerato col bere.

Altri sguardi, invece, ci interrogano, perché difficili da decifrare:

Questa foto, ripresa da Corriere.it, ha fatto il giro del web, ponendoci di fronte all’enigma: “che cosa ha prodotto quello sguardo?”

Di fronte a immagini del genere la nostra capacità di cogliere il volto dell’altro subisce un rallentamento: bisogna indugiare, perché la nostra esperienza è troppo piccola per poter cogliere la causa di quello sguardo. La donna non osserva i suoi soccorritori, nonostante questi gli siano addosso. La donna non guarda l’obiettivo, ma un imprecisato punto che tende verso il basso, verso il mare nel quale è stata imprigionata per circa due giorni. Dai giornali sappiamo che stava fuggendo, come tanti, alle miserie della sua vita africana, che è stata lasciata alla deriva nel mare per 48 ore, che ha dovuto condividere questa esperienza drammatica con due persone che non ce l’hanno fatta. Eppure: possiamo dire di comprendere quello sguardo? Possiamo cogliere quell’esperienza, possiamo decifrarla, possiamo sentirne l’energia paragonandola a quanto abbiamo vissuto fino ad adesso? Credo di no.

Ciononostante, in questa nostra incapacità di comprendere tale sguardo, se non avvicinandolo a nostre altre esperienze ben più marginali rispetto al totale abbandono in balia degli eventi e delle onde, risiede tutta la nostra responsabilità: bisogna interrogarsi, domandarsi: “di cosa è segno quello sguardo? Cosa sta indicando? Cosa sta osservando oltre il contingente?

Il volto dell’altro ci interroga e ci chiama alla responsabilità, questo sosteneva Emmanuel Lévinas: l’altro ci comanda di prendere una posizione, di fare una scelta, di decidere in che modo rapportarci a lui, colui che ci osserva e che ci è di fronte. Al contrario, c’è chi, oggi, scappa di fronte a questa responsabilità: figura dell’individualismo estremo, tale personaggio calpesta il mondo rivendicando l’indifferenza come un diritto, considerando l’altro come un limite alla propria esperienza. Vitalismo d’accatto, questo agire ci riporta alla tragedia di Macbeth, il quale non vuole pagare le conseguenze delle proprie azioni delittuose, compiute al solo scopo di affermare se stesso a scapito degli altri.

L’indifferente non chiude gli occhi, anzi: li apre e va incontro allo sguardo di questa donna, ma lo fa con tutta l’arroganza di questo mondo. Oppone il suo sguardo a quello altrui per dire: “solo il mio è un vero sguardo, il tuo è un nulla: non vedi niente, non punti niente, non sei niente, non esisti”.

Ella, facendone volentieri a meno, ci ha offerto il suo sguardo. Noi, allora, con quali occhi ci affacceremo sul suo volto? Di cosa è segno il nostro sguardo? Di cosa vogliamo che sia segno il nostro sguardo?

 

Gerardo Iandoli

Be the first to comment

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*