Una rosa è una rosa è una rosa – perché il collezionista non legge la critica d’arte?

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Artopedia Traumatologica di Stefania Minutaglio (Galleria d’arte 11 HellHeaven, via dei Coronari 111)

Perché il collezionista oggi non legge più la critica d’arte?  Forse è un po’ colpa di Cenerentola. E di Instagram.

Da più parti sento levarsi un coro di lamenti per il fatto che il ruolo del critico, inteso come colui che avalla la credibilità e reputazione di un artista coi suoi autorevoli pareri, è superato. Relegato ormai – quando va bene – a un ruolo meramente filologico, ermeneutico, museale-conservatoristico. Archiviato, insomma, e senza tante storie.

Le statistiche dimostrano come i collezionisti non facciano più affidamento come un tempo sulle recensioni critiche per le loro scelte di acquisto.

E sfido.

Chi potrebbe mai decidere di appendere un determinato quadro nel suo salotto (eh si, i quadri servono perfino a questo!) perché ha letto da qualche parte che il tale artista “porta lo spettatore a una estrema consapevolezza del proprio coinvolgimento performativo e fenomenologico nell’oggetto estetico”? O forse il collezionista o il curatore di un museo dovrebbe sentirsi condizionato nella propria scelta dalla profonda consapevolezza che l’opera su cui ha posato gli occhi “soppianta un paradigma fenomenologico basato sull’esperienza visiva che enfatizza i rapporti interscambiabili tra esperienza corporea, percettiva e temporale in favore di un paradigma strutturalista di esperienza visiva e significazione”?

E non sia mai a chiamarlo quadro. Soltanto un bifolco potrebbe scambiare per tale un sofisticato dispositivo sintagmatico “che traduce una sineddoche corporea, in quanto porta lo spettatore, quasi letteralmente, nel campo della rappresentazione visiva”.

E nessuno vuole passare per bifolco. Ecco perché i collezionisti (e i curatori) hanno smesso, e da parecchio, di leggere i critici.

Ammettiamolo. I tempi sono cambiati. In meglio o in peggio, non entro nel merito; io mi limito a constatare un – opinabile – dato di fatto. E cioè, che il collezionista o il curatore (o chi accidenti dovrebbe scegliere un’opera d’arte) oggi è smaliziato, competente, informato quanto e più del critico che cerca di dargliela a bere. Le parole non lo incantano più. Non come negli anni settanta, almeno. Alle sue orecchie il fenomenologico non suona più così fenomenale, lo strutturalismo fa rima con snobismo (o forse sadismo?), la metacritica è metà criptica e metà aria fritta. Non me ne voglia Adorno, però, insomma, basta.

Basta. Una rosa è una rosa una rosa.  Non cambia il suo profumo a seconda dell’esegesi psicologico-ermeneutica. Il suo colore non dipende dall’acutezza della riflessione epistemologica. L’analisi strutturale non aggiunge o toglie nulla all’intimo piacere di godere della sua bellezza. E, senz’altro, una rosa non è ideologicamente politicizzata. Perché ci riesce allora tanto difficile accettarla semplicemente così, in quanto rosa?

E non mi si venga a dire che un’installazione di arte contemporanea neo-concettuale non è certo paragonabile a una rosa. Che non sia una rosa, lo vedo anche io, non sono cieca. Lo vedono tutti, in verità. E’ proprio questo il punto. Posso vederla, e apprezzarla, senza attribuirle per forza un qualche recondito significato. Posso comunque intrattenere con essa un rapporto intimo e gratificante. Non sento necessariamente il bisogno di farmela spiegare da qualcuno – a meno che quel qualcuno non sia l’artista stesso. Che il più delle volte è perfettamente in grado di comunicare in beata autonomia, in un linguaggio perfettamente comprensibile (e chi lo avrebbe mai immaginato!), la ragione delle sue opere.

Soprattutto, non sento la necessità di una critica militante che difenda ai miei occhi il povero artista squattrinato – e politicizzato – contro i poteri forti del Sistema dell’Arte. Ma quale artista squattrinato, ma quali poteri forti, ma quale politica. L’artista, oggi, è per lo più un abile imprenditore di se stesso che si sa difendere benissimo da sé. E non aspetta certo di essere scoperto dal critico di turno: piuttosto, strizza l’occhio alla nuova ondata di collezionisti ‘millennial’ che preferiscono di gran lunga vedere cosa c’è di nuovo in giro con i loro occhi, che farselo raccontare dagli esperti. Sempre meno si affidano a intermediari e gallerie d’arte, andando ad acquistare direttamente dall’artista. E’ un bene? E’ un male? Non giudico. Mi limito a constatare che Cenerentola non ha più bisogno del Principe Azzurro, e posta sorniona la scarpetta su Instagram.

Stefania Minutaglio
sminutaglio@11hellheaven.it

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