Queer as a clockwork orange: il calabrone che non può volare ma vola

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Disertori, rubrica di arte a cura di Carlotta Giauna

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“Ho applicato agli insetti la legge della resistenza dell’aria e sono arrivato con il signor Sante-Lague alla conclusione che il loro volo è impossibile.”

Antoine Magnan, entomologo, 1934

Il principio secondo cui il Bombo, erroneamente calabrone, invertirebbe le leggi dell’aerodinamica della struttura alare degli insetti è stata recentemente smentita. Rimane invece universale quanto il desiderio di creature terrestri mammifere, alate e non, ricerchino e bramino un più elevato stato fisico rispetto al proprio.

La creatura in questione, l’uomo, si barcamena e lotta con i flussi viscosi instabili e a differenza dell’insetto alato, sbatte nell’aria delle ali fantasma, frutto della smania fantastica di dominare, controllare e possedere i fondamenti nelle configurazioni fisiche e biologiche del mondo terracqueo.

L’insetto genera portanza sfruttando il rapido battere delle proprie ali, l’uomo, sfruttando il rapido battere del tempo, ricostruendone la durata, muovendolo a proprio piacimento, relativizzandolo e sovvertendolo.

La storia mette in luce un equivoco ricorrente: un fenomeno e il suo modello sono due cose distinte.

Il fenomeno: ossia la natura generatrice dell’uomo e la stessa creatura umana, e due principali modelli creatori: il primo generatore di un uomo resosi innaturale e un secondo generatore, la riproduzione della natura generata da esso stesso: la tecnologia.

Da quest’uomo “bionicologico”, illuso possessore delle più alte forme di strumentazione da quando l’inganno di Prometeo si è tradotto in civiltà, ne deriva una beffarda incomprensione con Mater Matuta stessa: è sempre stata lei la tecnologia.

L’ambivalenza che ha la natura nel sapersi trasformare ed ingannare l’uomo facendogli credere che la propria capacità tecnologica derivi dal suo volere, lo ha indotto all’onnipotenza e persuaso a sfidare l’enigma del creato. Adottando e padroneggiando l’ignoto, abilitando le proprie cervellotiche capacità per ridurre a pulsanti e meccanismi le voglie più nascoste, la volontà di possesso e trasformando l’ignavia in coraggio. Impegnare, in sostanza, il proprio cervello e le proprie doti ingegneristiche per racchiudere in una macchina tutto ciò che si consideri utile o si necessiti di una “lei”, di una mater matuta. Tuttavia l’anima non si può rubare, si cerca di renderla docile ad ogni proprio comando. La meccanizzazione di un desiderio impossibile, di una volontà folle che aleggia dentro ogni “maschio”, albeggia ai primordi della vita razionale e va abbuiandosi quando i ricordi sfocano e la vita discende verso il suo naturale e poco amato termine.

“La natura è l’infinita combinazione e ripetizione di molte poche leggi”, diceva Ralph Waldo Emerson, ed è l’uomo che in questo immenso sistema di segnali e codici li converte facendone cultura e culto.

Il culto della guerra, il culto religioso, il culto degli status, il culto dell’uomo stesso.

Lo stesso Anthony Burgess da cui abbiamo simpaticamente tratto il titolo del nostro articolo afferma che “la guerra è il sistema più spiccio per trasmettere cultura”. Tentando di sviluppare i paesi “arretrati” ed inculcando i nostri stessi errori, disconosciamo che un popolo è infinitamente più sviluppato quando rispetta le proprie usanze tribali.

Quand è che l’evoluzione diventa aculturale? Quand è che ci primitivizza, che ci allontana dal concetto di progresso e crescita?

Mai come negli ulitmi vent’anni la rappresentazione ostentata del miglioramento di vita, ci ha probabilmente ricondotto ad un oscuro medioevo in cui il tangibile della forma “amanuense” esiste solo digitalmente. Una nuova età di mezzo in cui tutti gli apparati che occupano aggressivamente la nostra quotidianità, spariranno tornando allo stato sulfureo.

La natura costruita dall’uomo è unicamente frattale: negata e ricostruita. Partendo da un segmento, caso semplice e concreto, l’uomo vi ci costruisce ulteriori segmenti, demolendo la sezione retta di base che è la natura e da cui tutto parte e polarizzando il senso di tutto su componenti secondari e accessori. Dare più risalto alla materia complementare perchè non si è più in grado di gestire i fattori primari che abitano da sempre il cosmo.

“The Lawnmower Man” 1992

I culti antropici hanno forma piramidale, proiettati verso traiettorie sconfinate, difficili da scorgere, sempre più lontane.

Il culto che la natura applica su se stessa è concentrico, aureo, crudele ma finito.

Le sue leggi, silenziose, talvolta leggere e lente, talvolta fulminee e funeste, rendono impotente la nostra sapienza a confronto della sua semplicità, appunto quasi concentrica.

Ci siamo appropriati più di altre creature degli elementi della natura per poi ricrearne di superficialmente nuovi, compiutissimi, sofisticati ma non accorgendoci di quanto essi siano completamente ereditari.

La natura fisica si è avvicendata alla natura biologica, sotto una dilatatissima forma filosofica nei trascorsi secoli e sotto una rapidissima forma non solo filosofica ma anche reale, in quest’ultimo.

La natura manipolata diventa empirismo tecnocratico alla portata di tutti, ma l’empirismo tecnocratico che viviamo, che crediamo ci stia distruggendo e che razionalmente lo sta facendo: è di per sè natura. Doniamo al termine “natura” un significato totalmente decontestualizzato.

È quel frammento di tempo passato, della storia che ci appartiene, che abbiamo vissuto, che ci porta a non identificare una “nuova tecnologia” con una “nuova natura”.

La tecnologia di oggi, è già natura per i nostri figli e lo è anche per noi che abbiamo vissuto quel passaggio epocale fra segnale analogico, discreto e continuo, e anarco-digitalizzazione.

Tutti gli animali vivono con la propria tecnologia, ma mentre l’animale la domina o ne subisce l’ineluttabilità, l’uomo ne è fagocitato.

Ora che le abilità ci hanno reso dominanti, ci hanno reso circondati di apparati per l’ottimizzazione delle procedure, capaci di produrre strategie operative per raggiungere un determinato obiettivo, ora che i processi industriali di trasformazione ci hanno reso dei “Cyber God”, cosa ce ne facciamo del nostro dominio e della nostra tecnologia?

Può inoltre un organismo prototipale come il nostro, avvalersi di una tecnologia prototipale come quella elaborata fin’ora, genesi di un rapporto acerbo con la natura?

Spesso il termine cultura viene identificato nella nozione, nella dottrina e nella conoscenza.

Abbiamo nozioni e competenze ma non abbiamo la cultura, non l’abbiamo più. La cultura è ciò che rimane quando si sono dimenticati i rudimenti, quando puoi togliere le rotelle che ti sostenevano. Siamo tornati a dei rudimenti distensivi, ritratti nella rappresentazione dello svago: ricreazioni,  ma antiteticamente assurte a nutrimento della mente.

“C’è qualcosa dentro la macchina Numero 1, in quella zona militare 36 dove sono stati raccolti diversi studiosi in una equipe scientifica di massima levatura, previo loro consenso. Il professore Ermanno Ismani, matematico apprezzato, lo ha intuito. Sua moglie ne teme le conseguenze e la prorompente assistente Olga lo presagisce con i sensi, senza comprenderne i dettagli. D’altronde non poteva essere un caso che si ritrovassero in quel posto isolato dal mondo personalità di spicco della comunità scientifica per collaborare ad un progetto segreto. Facile pensare ad una nuova arma, ad una incredibile scoperta in campo bellico, ma in realtà l’enorme macchinario costruito all’interno di una montagna è il tentativo di riprodurre addirittura la coscienza umana, come ha rivelato Endriade, il deus ex machina. Lo scienziato è infatti capo della missione e appare sempre più consumato dal progetto, ma non recede ed anzi quasi secondo un piano già confezionato svela a poco a poco i dettagli dell’ambiziosa creazione. Ma l’aria è pervasa da malinconia, sensualità, ribellione. Come se ci fosse da qualche parte una donna, con tutta la sua femminilità. Anche la montagna pare tutta tesa a svelare il segreto. Una tensione latente. Gorgoglii, rumori improvvisi, quasi gemiti, una disperazione inconsolabile che pervade ogni centimetro di bosco e le formule matematiche emesse dal macchinario sembrano essere sul punto di svelare l’arcano ad Ismani…” (“Il grande ritratto” 1960)

Pur sapendo di riproporvi sempre in modo maniacale la penna di Dino Buzzati, non posso non includere una sorta di proemio de ” Il grande ritratto”, primo romanzo di genere fantascientifico italiano ma che ebbe ovviamente poca fortuna nel momento in cui uscì sul mercato editoriale.

Vi è questo organismo “femmineo” come la natura, un “automat” disteso procacemente ma nascosto sotto una montagna. E’ un essere vivente tradotto in mastodontico androide, un amore perduto che lo scienziato ha mutato in macchina, un alter ego elettronico che conserva la passionalità e lo splendido brio della natura stessa.

La natura è spesso nascosta, qualche volta sopraffatta, molto raramente estinta. Distesa, dormiente, vive accarezzata nelle crepe del cemento, dagli aliti di vento e dal ristoro dell’acqua nelle sue cavità.

L’antropizzazione nell’Homo sapiens:

Bipartizione umana fra Eros e Thanatos

I regni misteriosi dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, tradotti dalla società in democrazie sintetiche, in plastici paradigmi egualitari, vogliono l’uomo dotato di libertà, il mondo come possibilità, il dubbio come antidoto alle verità assolute. Il determinismo e le cause che definiscono “la teoria del tutto” sono primitive e quasi inopportune. L’uomo del 2010 ha perso la certezza della conoscenza, ma ha trovato l’infinita potenza del reale come libertà e possibilità. Si vuole sempre però un po’ del male, nella legittima unione fra pulsione di vita e pulsione di morte,  crea habitat e componenti instabili, frequentati a loro volta da sostanze fantasmagoriche: piogge corrosive e tossiche, collant di ozono che dovrebbero contenere smagliature atmosferiche. I gas sporati dall’uomo “bionicologico” del nuovo millennio, tutto dedito alla ricostruzione di orti urbani e ricoveri naturali, espandono il già compromesso stato capillare e venoso ultravioletto.

Immaginare una riunione di condominio in cui il signor Nafta, l’amministratore, sbeffeggia la signorina Yogurt bio-brobiotico che polemizza con la signora Protesi di grasso cutaneo che litiga con il signor Melanzana a km 0. Tema dell’incontro: come eliminare l’asfissia nera che invade lo stabile. Tutto si risolverà in nove ore di riunione, indignazioni varie, qualche picco pressorio e un paio di bustarelle per il signor Nafta. I condomini cercano di correre ai ripari per frenare a vicenda l’ira che li accomuna, nonostante anche chi è della stessa parrocchia litighi. La coppia di Idrocarburi che abita al terzo piano discute con la famiglia di Fosfati sugli orari più adatti per innaffiare le piante, la famiglia dei batteri decompositori che abita al pian terreno fa comunella con la giovane coppia radical omoerotica dei fitofarmaci. Il vecchio e burbero signor Cromo, si lamenta dei nuovi arredi dell’atrio del palazzo mentre i petulanti figli di Nafta: Mercurio, Cadmio e Piombo gli danno il tormento, tirandogli astronavi di carta “Gunstar”.

“Natura, Natura! Niente e’ cosi’. Natura come gli uomini di Shakespeare”, diceva Goethe, perchè è vero, l’uomo in tutta la sua complessa interezza, in tutte le sue sfumature, si è trasformato in un prototipo “biodiversamente” abile, più vicino a una melanzana coltivata con la proprie feci fresche piuttosto che un coltivatore del proprio spirito. Vive una natura riprodotta con i suoi orti sui lastrici solari dei grattacieli, con le sue piantaggioni di caffè direttamente nei retro bottega dei suoi locali alla moda, sempre più vicino ad una terra plastica rispetto alle stelle di cui tanto parla e di cui sogna.

Bio-Architettura

L’Architettura nei Microcosmos dei maestri del mimetismo

Fuori dal “palazzo del creato” mentre i nostri inquilini mostro-vegetali questionano, un mondo di insetti più simili ad alieni in miniatura, che da millenni svolgono il loro lavoro tutta funzionalità e inconsapevolemente, carico di un estetica strabordante. I veri insetti, costruiscono fortezze e giacimenti che noi stessi riproduciamo, i modelli architettonici umani sono pura tecnologia naturale. I più antichi colonizzatori delle terre emerse, gli insetti, sono appellati fra i sinonimi come: “parassita” e “persona spregevole”. Fa riflettere quanto sia antropocentrizzato il concetto di universo, quanto la cultura umana caratterizzi i contenuti. Gli insetti non sono soprattutto i più antichi colonizzatori dei continenti, a cui si deve il senso della struttura e  fisiologicamente il modello di collettività, ma i padri dell’organizzazione degli spazi. All’entrata di queste “case-fortezza” da loro costruite, vi sono guardie disposte a sacrificare la loro vita. Tra di loro le “guardie giurate” comunicano non con volgari cellulari divoratori di generatori e di energia, ma con dei messaggi olfattivi che mettono in allarme non solo i loro compagni ma anche i “villaggi” vicini. La fuga degli intrusi è consigliabile, pena la morte. Nei paesi tropicali esistono molte specie di api che non dispongono di pungiglione e che hanno trovato soluzioni architettoniche per i loro ingegnosi nidi. Labirinti ben progettati che non permettono facilmente l’accesso agli oppositori. Seguono strettoie e lunghi corridoi dove i padroni di casa possono facilmente intercettare il nemico. La disposizione delle varie celle è poi studiata dalla “sezione studi” della colonia. Le riserve di viveri sono messe prima dell’”asilo nido”. Il predatore dopo aver soddisfatto la sua fame forse risparmierà le giovani api che rappresentano il futuro della colonia. Le vespe che noi tacciamo come cattive e aggressive, meriterebbero invece numerosi premi Pritzker per le soluzioni architettoniche dei loro nidi. Utilizzano come materiale isolante, della cellulosa cementata con la loro saliva, avvolgendo il loro nido con dei “muri” di carta sufficienti a proteggerle dai fattori climatici avversi e dalle difformi minacce esterne. Le vespe mandarinie e i letali calabroni asiatici sono capaci addirittura di fabbricare delle pareti trasparenti per le loro case simili a lastre vetrate da hall californiana. Altri imenotteri utilizzano per loro abitazioni del vero cemento costituito da terra e saliva che seccandosi, rende incredibilmente solidi, resistenti e longevi i fabbricati. I discreti termitai, simili alla carta pesta, reticolano un sistema stradale lungo centinaia di metri ed i cui “Skyscrapper” raggiungono i sei metri d’altezza. Nei tropici la parte esterna del nido delle vespe è simile a gerarchiche cattedrali o piramidi. All’interno in celle custodite da soldati armati di terribili sostanze chimiche vi sono le celle di una o più regine a seconda della struttura sociale peculiare ad ogni specie. Le formiche, con la loro proverbiale pazienza, costruiscono immensi formicai profondi sino a più di tre metri. Nell’Amazzonia si è visto un nido di formiche tagliatrici di foglie che occupava una superficie di 350mq: un vero condominio! Altri insetti, come le mantidi e gli scarafaggi, che non vivono in comunità non sono meno ingegnosi: per proteggere le loro uova costruiscono intelligenti imballaggi che proteggono allo stesso tempo dagli intrusi e dal clima le loro preziose uova. Non mancano in questi involucri delle vie di uscita già pronte per permettere ai futuri piccoli l’uscita all’esterno. Alcune larve di insetti chiamati tricotteri, che i pescatori conoscono bene perché utilizzate nella pesca, si rinchiudono in astucci tessuti con fili di seta. La parte esterna è poi coperta da materiali che si mimetizzano perfettamente con l’ambiente circostante: rametti , pezzi di foglie e addirittura di piccole conchiglie. E’ probabile che se adottassimo le soluzioni tecniche degli insetti per edificare, non tremeremmo di fronte al crollo delle borse e al pauroso aumento del costo del petrolio e dell’energia.

Il biomimetismo e il biomorfismo dell’uomo nei confronti della natura entomologica e della forma viva, origina, nell’attuale tempo, un nuovo pensiero in equilibrio tra ambiente costruito e ambiente primordiale, in cui tutto diviene parte di un unico, interconnesso organismo, spazio architettonico. “Architettura organica” corrisponde molto da vicino a “società organica”, ed è così che si può sintetizzare  ciò che affermava il maestro fondatore e il principale esponente del nuovo modus di concepire l’atto della costruzione sistematica, Frank Lloyd Wright.

Vespaio Velutino ligure

 

Larva di Tricottero

 

Oecophylla, formiche verdi

Dopo essersi soffermato sui simboli che rappresentano i paesaggi, l’uomo passa a indagare il rapporto fra architettura e contesto […]

LEGGI L?ARTICOLO COMPLETO SU L’OPINABILE n.2 – Il Poema della Terra – Estate 2018

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