Diego Armando Maradona, le nazionali degli immigrati e il tweet di Bargiggia

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Siamo all’atto finale: il Mondiale senza Italia volge al termine (per fortuna, fra un attimo torna la Serie A, con Cristina Ronaldo annnesso) e domenica sera sapremo chi avrà conquistato il titolo iridato.

Da un lato la Francia, dalla vigilia della competizione tra le favorite; dall’altro la Croazia, sorpresa ma nemmeno troppo.

La Francia arriva coi favori del pronostico, la Croazia arriva con le simpatie del mondo intero (ad eccezione dei francesi, chiaramente): sarà anche una rivincita della semifinale del Mondiale 1998, poi vinto dai transalpini; in semifinale Francia e Croazia si incontrarono e vinsero i padroni di casa (i francesi, per l’appunto) grazie ad una doppietta di Thuram (che in 18 anni di carriera ha segnato complessivamente 15 reti, tra club e nazionale).

Sarà frattanto una sfida tra una nazionale autoctona e tra una nazionale “migrante”, a detta di molti.

Lo ha sottolineato durante lo spazio concessogli da ‘Telesur’ (tv che ha il proprio quartiere generale in Venezuela ma viene trasmessa anche a Cuba, Nicaragua, Uruguay e Bolivia) Diego Armando Maradona, all’indomani della sconfitta del Brasile contro il Belgio.


(Intorno al minuto 7.50)

Caduta l’ultima squadra extra europea, il conduttore de ‘De la mano del Diez’ (questo il nome del programma) Victor Hugo Morales ha così dialogato con l’ex fuoriclasse:

“Adesso dicono che siamo dinnanzi ad una Eurocopa (il campionato europeo per nazionali, ndr)”.
“Sì, totalmente, è una coppa europea”.
“Non tanto, se si pensa al numero di immigrati che ci sono”.
“E’ vero, si tratta di un dato molto interessante”.

E, tra una risatina e l’altra (devono aver trovato molto divertente il siparietto), la regia ha mostrato la seguente grafica

Una grafica anche probabilmente corretta, ma che cozza con l’analisi sviluppata dal rossobruno Maradona e dal giornalista – spalla che hanno parlato di giocatori importati dai propri paesi e piegati al professionismo, con l’ex fuoriclasse del Napoli che in tal senso ha ricordato un dialogo col tecnico portoghese Mourinho: “Mi diceva che loro sanno bene che entrano in un altro mondo, un altro mondo di professionismo, fatto di cose che lì non hanno nella quotidianità e, indubbiamente, oggi abbiamo la percentuale più alta di immigrati in un Mondiale”.

Un’analisi fallace, se prendiamo in considerazione la rosa francese:

da Kylian Mbappè (il fuoriclasse di questa selezione, nato nella regione dell’Île-de-France nell’anno in cui i galletti hanno vinto il loro unico Mondiale) a Ousmane Dembélé (pagato 105 milioni dal Barcellona, nato in Normandia) e Paul Pogba (venduto dalla Juventus per 105 milioni, nato anch’egli nella regione dell’Île-de-France), la stragrande maggioranza dei giocatori di origine extra translpina è nata in Francia e quindi s’è trovata immersa in un contesto calcistico “occidentale” sin dagli albori della carriera.

Solo due elementi dei Bleus sono nati fuori: il secondo portiere Steve Mandanda (nato a Kinshasa, capitale del Congo, seconda città di lingua francese al mondo dopo Parigi ed ex colonia belga) e il difensore Samuel Umtiti (nato nella capitale del Camerun, ex colonia tedesca).

La Francia è quindi di fatto composta da francesi di crescita calcistica e di natali: possiamo poi ragionare sulla giustezza o meno dello ius soli (che in Francia è vigente) e sulla giustezza o meno del colonialismo, ma non possiamo dire che la nazionale francese – per non analizzare le altre, ormai fatte fuori dalla competizione – sia composta da immigrati.

Lasciamo fare questi ragionamenti ad altre illuminate menti:

Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno).
Dal 2017 vicedirigo ‘L’Opinabile’ e per L’O provo a vedere che succede nel mondo.
Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo.
Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno). Dal 2017 vicedirigo 'L'Opinabile' e per L'O provo a vedere che succede nel mondo. Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo. Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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