Il Rolex non impedisce di vedere le ingiustizie sociali: non c’è niente di male a portarlo

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(Riflessione libera)

Se uno fa un appello alla solidarietà con un Rolex al polso, non c’è niente di male. Spiace dirlo ai leoni da tastiera, di destra e di sinistra, ma non c’è niente di male.

Fa ridere l’idea che se una persona appartiene, per nascita o per duro lavoro, alla classe ricca del paese, non abbia il diritto di avere una coscienza politica, anzi persino umana. Il Rolex dice l’ora, non impedisce di vedere le ingiustizie sociali. Ingiustizie che in Italia non mancano affatto.

Farebbe ridere, se non facesse piangere. Ma fa piangere dover spiegare che il Rolex non è un problema. Non solo: la stessa idea che essere ricchi annulli agni diritto di espressione sociale e politica, è vecchia quanto il fascismo e il razzismo – cioè, in verità, piuttosto giovane. Lo spiega con parole esatte Adriano Sofri ricordando un vecchio amico di destra che usava la stessa logica:

Essere di sinistra, gli spiegavamo, significava volere di più per tutti, non di meno. L’idea che la sinistra fosse quella dei “comunisti” e degli espropriatori della proprietà privata suonava vecchia e rifiutata già allora. Nessuno di noi di sinistra pensava a togliere ricchezza ai ricchi, ma a darne agli altri (è interessante invece come quell’approccio allora veterocomunista e pauperista sia tornato per via grillina e leghista: le accuse attuali contro chi ha presunte o reali sicurezze economiche sono il vero postcomunismo). C’è quella scena del dottor Zivago, in cui la casa di famiglia è occupata e depredata dai comunisti. (Leggi l’articolo di Sofri, Comunisti così)

Davvero dobbiamo spiegare che il Rolex non impedisce di sperare in un modo più giusto? Cerchiamo di andare più a fondo. Soprattutto stupisce e mette tristezza constatare come gli attacchi di oggi ai “buonisti” ripropongono, con minimi aggiornamenti, gli attacchi ai “pietisti” negli anni ’30. Proprio oggi il blog “Il paese che non ama“, pubblicato sul sito del gruppo L’Espresso a cura di Mauro Muafò, riporta alla luce un articolo apparso nel 1938 – anno delle leggi razziali in Italia – che parla della questione ebraica. Non citiamo l’articolo del 1938, disponibile in questa immagine e sul blog di Munafò. Ci limitiamo a riportare la sua lettura/reazione a questo pezzo di giornalismo fascio-razzista.

Articolo contro il “pietismo” nei confronti degli ebrei apparso su La Stampa nel 1938

In verità non servirebbe – se non fossimo un paese analfabeta funzionale – decostruire questo breve trafiletto per rivelarne l’ideologia. Eppure tocca farlo, soprattutto per sottolineare quanto sia tristemente interessante vedere come tutto, ma proprio ogni singolo elemento, sia ripreso dalla propaganda fascio-razzista oggi (e che di questo si tratti, lo dimostra un illustre studio). Riprendiamo la lista di Munafò:

1) Chi solleva una critica viene subito messo alla berlina per il suo status economico (Nel 1938: è un magistrato, quindi è ricco. Oggi: “È un comunista col Rolex”);

2) Anche quando la richiesta è puramente simbolica la replica è feroce (1938: “Usare un linguaggio non esagerato”, Oggi: indossare una maglietta colorata);

3) Mettere in contrapposizione cose che non c’entrano nulla per alimentare l’odio di classe: (1938: la persecuzione degli ebrei vs lo sfruttamento delle operaie italiane. Oggi: giovani italiani che emigrano vs immigrati che ci rubano il lavoro);

4) La replica : “Non è razzismo, ma esiste un vero problema” (1938 uguale a oggi);

5) Ci stanno invadendo (1938 :”invadenza ulteriore nel Ticino”. Oggi si parla di invasione dall’Africa);

6) Riferimenti generici al cattivo capitalismo. Di cui poi, la storia insegna, il fascismo si rivelò il miglior cane da guardia.

Ritorniamo a noi, all’orologio e la maglietta rossa. Non si può accettare che qualcuno non sia legittimato ad esprimere dei valori in cui crede perché “è ricco”. Non si può accettare che la ricchezza sia messa alla berlina come colpa da espiare con il silenzio, come lo stigma di una condotta di vita non etica.

La ricchezza va redistribuita molto meglio in Italia, ma non la deve redistribuire Gad Lerner evitando di indossare un Rolex. La devono redistribuire il Parlamento e il Governo con migliori piani di tassazione.

Gad Lerner – fino a prova contraria – si è arricchito onestamente e paga le tasse secondo la legge, quindi non si deve vergognare di apparire ricco. E probabilmente non ha votato per quel partito che fuori lo attacca per il Rolex, ma che in Parlamento vuole abbassare ulteriormente le tasse ai ricchi. Nonostante abbia la gravissima colpa – per molti sedicenti italiani – di essere ebreo. 

Basta scrivere su google “Gad Lerner patrimoniale”.

Antonio Marvasi e Costantino Pacilio

 

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