Birra agricola, una scommessa ancora da vincere

Orzo distico
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L’ETILOMETRO – rubrica alcolica a cura di Gabriele Monteduro (GrainWash)

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I motivi che hanno portato questa rivoluzione partita otto anni fa ad essere “silenziosa”, al punto da essere considerata da molti una “non rivoluzione”

Che la birra artigianale sia… sulla bocca di tutti, non lo scopriamo certo oggi: negli ultimi anni il mercato della birra artigianale è cresciuto notevolmente, ha creato nel grande pubblico un interesse culturale rilevante e, di conseguenza, una nuova interpretazione del marketing e delle strategie di comunicazione da parte di chi non ha mai guardato alla qualità dei prodotti, ma solo al risvolto economico: le multinazionali. Allarmati dai segnali giunti da questa rivoluzione partita dal basso e che in poco tempo ha sconvolto l’immaginario sensoriale del consumatore medio (con le dovute ripercussioni sul mercato), i grandi gruppi stanno reagendo con tutta la loro forza. Abbiamo già delineato in precedenza questo scenario e le sue possibili evoluzioni (clicca qui, e possiamo facilmente notare come gli spot pubblicitari delle marche di birra più famose abbiano cambiato la loro dialettica, fatta ora di fantomatica qualità, rigorosa selezione di materie prime e mastri birrai che mettono passione nel loro lavoro. Insomma, manca solo la marmotta che confeziona la cioccolata. Di ben visibile c’è però anche un solco che è stato tracciato con decisione dai paladini di questa rivoluzione, i produttori di birra artigianale, che probabilmente all’inizio non avevano idea di cosa stessero realmente creando, ma ora non si fermeranno nonostante la potenza di fuoco dei due fronti non sia paragonabile. Sappiamo bene che, purtroppo, quando ci sono i soldi di mezzo – tanti soldi – alla fine vince chi ne ha di più. Eppure il fatto stesso che oggi si parli di competizione, costituisce già di per sé una grandissima vittoria di questo piccolo, giovane e maltrattato settore.

Nel 2016 la normativa italiana, da sempre deficitaria sul tema-birra, riconosce per la prima volta la “birra artigianale” elencandone i parametri che la differenziano da quella “industriale”. Un primo, maldestro passo verso la “civilizzazione” di questo settore. Ma oggi non tratteremo di questo, perché c’è un’altra rivoluzione di cui non parla quasi nessuno, ed è quella dei birrifici agricoli. Ad oggi costituiscono un “sottogruppo” dei birrifici artigianali come di fatto riconosciuti nel 2016, ma la loro storia giuridica nasce un po’ prima. In Italia, infatti, il Decreto Ministeriale 212/2010 riconosce la birra come prodotto agricolo a tutti gli effetti, basandosi su un concetto che accomuna i coltivatori d’orzo ai coltivatori d’uva, che sono autorizzati a produrre e commercializzare il vino prodotto con la propria uva destinata alla vinificazione. Tutto questo avvalendosi del regime fiscale agricolo.

Fin qui sembrerebbe tutto fantastico, perché è innegabile che questo decreto abbia aperto nuovi potenziali affari per gli agricoltori che avessero deciso di iniziare a produrre birra o, viceversa, per i birrai che volessero diventare anche coltivatori: “Ho l’azienda agricola/posso aprirla, coltivo orzo/posso coltivarlo, so fare la birra/ho il birrificio, ho gli sgravi fiscali… Allora faccio il birrificio agricolo!”. E invece qui casca l’asino, perché al di là del semplicismo sfrenato (ma purtroppo c’è anche chi apre aziende in maniera avventurosa e chi, peggio, fa il furbacchione) e soprattutto di quanto siano necessarie competenze specifiche per lanciarsi o affermarsi in questo tipo di affare (e questi sono problemi più socio-culturali che politici), abbiamo nostro malgrado le ennesime prove di come in questo Paese si possano partorire buone idee e realizzarle male, con la tipica macchinosità nostrana e tonnellate di burocrazia.

Il COBI (Consorzio Italiano di Produttori dell’Orzo e della Birra) nasce nel 2003 per tutelare, promuovere e valorizzare l’attività dei birrifici agricoli ed è l’unico consorzio italiano che riunisce coltivatori d’orzo che al tempo stesso sono produttori di birra agricola (parliamo di circa un’ottantina di agribirrifici). Ci sono però delle rigide regole da osservare: un birrificio agricolo, per essere considerato tale, deve dimostrare di realizzare il proprio prodotto con almeno il 51% del fermentabile coltivato in loco, fino ad arrivare ad almeno il 70% per potersi fregiare del marchio “Birragricola”. C’è poi l’obbligo di trasformare il proprio orzo in malto all’interno del circuito, e quasi nessuno riesce a operare in proprio per via degli altissimi costi dei macchinari, degli spazi e delle competenze necessarie. Ciononostante, ci si può “appoggiare” alla malteria consortile del Cobi ad Ancona, che raccoglie l’orzo di tutti i membri del consorzio senza tuttavia garantire ai singoli produttori la riconsegna della propria materia appositamente lavorata. Una bella fregatura, per chi magari si è spaccato la schiena per i propri cereali e vuole identificare la propria birra con il territorio e poi si ritrova tra le mani l’orzo maltato coltivato da chissà chi e chissà dove tra i vari membri del consorzio. Senza considerare poi i costi non indifferenti di questo processo, che hanno spinto infatti molti produttori di birra agricola a spedire il proprio orzo all’estero per una maltazione garantita e certificata del proprio prodotto, a un prezzo minore.

Questa assenza di una malteria che garantisca il ritorno dei cereali spediti è forse il problema maggiore, ma non l’unico. Nell’elenco dei “contro” (che per il momento sembrano superare i “pro”) sono immancabili gli sbattimenti su forzati avvicendamenti colturali e tecnologici, oltre a restrizioni di vario tipo. Il tutto “al fine di garantire la qualità del prodotto” (leggasi “al fine di spennarti in altre maniere”). Per chi desiderasse farsi un’idea di come ci si può complicare la vita anche volendola semplificare, ecco il DM212/2010.

Certo è che l’idea di base è buona e, in un Paese come il nostro dove trovano importanza la tradizione, i valori rurali,  l’artigianato e l’agricoltura mediterranea, specialmente in un momento storico del genere in cui è in atto una vera riscoperta e rivalutazione del concetto di benessere e in cui si fa molta più attenzione al mangiare e bere sano (come testimonia il boom del mercato BIO, altro aspetto che sarebbe da analizzare attentamente e opinabilmente), ci sta eccome il tentativo di collocare in questo tipo di contesto anche la birra di qualità, per quanto sia ancora un prodotto “nuovo” nella nostra cultura (enogastronomica e non solo, come abbiamo visto).

Tuttavia, come evidenziato, la strada da fare è ancora molta e il percorso non è mai stato agevole finora. Saranno questi i motivi che hanno portato questa rivoluzione partita otto anni fa ad essere “silenziosa”, al punto da essere considerata da molti una “non rivoluzione”? Forse sarebbe più corretto definirla una scommessa che si può ancora vincere, una rivoluzione lenta ma comunque attuabile perché i numeri del mercato della birra sono – ancora – in continua crescita e i primi passi mossi a livello istituzionale, seppur piccoli e traballanti, costituiscono in qualche modo un inizio. Con maggiore chiarezza sui finanziamenti europei (che a quanto pare non risultano poi così semplici da ottenere) e la dovuta assistenza da parte dello Stato (con migliorie e snellimenti burocratici da apportare, meno restrizioni superflue e, per esempio, qualche spinta all’acquisto di micromalterie), sarebbe auspicabile un aumento delle coltivazioni d’orzo e un calo dei prezzi della materia prima per far spiccare definitivamente il volo a un settore in via di sviluppo e che ha in serbo un grosso potenziale economico-culturale per gran parte ancora inespresso.

Ci si augura che questa crescita, qualora continuasse, non porti all’implosione con il possibile e già visto aumento incontrollato di produttori vogliosi di saltare sul carrozzone. Perché la storia, che per quanto ci riguarda è il presente, ci insegna quali possono essere gli effetti negativi del boom: dall’abbassamento della qualità media dei prodotti di pari passo a quello dei prezzi (in modo da arrivare alla massa proprio come la musica pop), fino ad una crescente confusione che potrebbe affliggere il consumatore, disorientato dall’abbondanza e incapace di scegliere un prodotto che valga davvero il prezzo di acquisto: una roulette russa che, aggravata dalla giusta dose di ignoranza su tutti i fronti, conduce con l’efficacia di una supercazzola ben riuscita a tornare con innocenza tra le braccia delle “amate industrie”. Un autogol assolutamente da evitare, ma chissà che qualcuno non conti proprio sull’atavica stupidità umana. Eppure, c’è uno Stato che dovrebbe anche proteggere e tutelare, sostenere chi lo alimenta dal basso e non chi unge solo per convenienza: è anche per questo che abbiamo paura. Perciò beviamo. Ma, almeno per ora, lo facciamo bene.

LEGGI L’ARTICOLO SU L’OPINABILE N.2 – Estate 2018 – “Il Poema della Terra”

BIBLIOGRAFIA

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