Pharmaka: Medicina naturale e non

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Saccadi, rubrica di medicina a cura di Enrico Varriale

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Se il mio medico di famiglia esaminasse tutto il mio corpo attentamente e poi con voce tonante esclamasse: “Per il suo male le prescriverò un antichissimo rimedio naturale estratto dalla corteccia dell’albero del salice bianco!”, sicuramente uscirei dal suo studio molto soddisfatto e già sulla via della guarigione.

“Andai nei boschi perché desideravo vivere in modo autentico, per affrontare soltanto i problemi essenziali della vita, per vedere se avrei imparato quanto essa aveva da insegnare, e per non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto. […] Volevo vivere fino in fondo e succhiare tutto il midollo della vita…” [1]

Questa arcinota frase di Thoreau rivela, già alla fine dell’800, la spinta verso un ritorno della cultura umana verso la Natura, in un’epoca in cui il progresso scientifico e tecnologico galoppava e iniziava a viaggiare attraverso quelle possenti macchine a vapore che sarebbero state chiamate treni. E oggi assistiamo nuovamente a un fenomeno culturale ampiamente distribuito, una sorta di ideologia che talvolta sfocia in setta, di una cospicua fetta della popolazione dei Paesi occidentali che desidera un “ritorno al naturale”, che si tratti di cibo, di aria, di modo di vivere o di medicina, o di quel che uno voglia (esempio estremo: il respirianesimo, credenza secondo la quale per sopravvivere ci si può nutrire solo di aria). Sono ben pochi tuttavia coloro che scelgono davvero di andare a vivere nei boschi; la maggior parte, immersi nella loro vita cittadina, con le dita appiccicate allo smartphone e l’assicurazione dell’auto diesel da pagare, si lancia nei reparti dei supermercati in folli corse alla ricerca del marchio più bio e più eco che ci sia, e storce il naso disgustato di fronte a tutto ciò che ritiene “chimico” o “industriale”. E dunque, parlando di medicina, cosa viene subito in mente di più chimico e industriale delle tonnellate di farmaci prodotti dalle grandi compagnie farmaceutiche? O dei vaccini? Tutti prodotti su scala industriale da enti malvagi che gomblottano contro l’umanità e badano solo ai loro oscuri profitti, e sicuramente non al rispetto della natura.

Saranno sicuramente migliori le sostanze naturali per curare i nostri malanni, no?

In effetti da sempre l’uomo ha cercato rimedi contro il dolore e il malessere nel mondo che lo circondava: dapprima in modo empirico, per un puro processo di prova ed errore, successivamente in modo speculativo, attraverso l’idea per cui entità estranee o sbilanciamenti umorali causassero le malattie e, infine, nel mondo moderno, in modo scientifico, secondo le nozioni acquisite e verificate nei secoli. [2]

Gli antichi Greci utilizzavano il termine ???????? (=pharmakon) per indicare insieme rimedio e veleno, stessa semantica che si ritrova nell’inglese drugs. Se si può pensare che le moderne drugs prodotte dalle cattivissime big pharma abbiano una marea di effetti collaterali che le rende pericolose, perché non pensare lo stesso di un pharmakon della Magna Grecia? Quale dei due è più “naturale”? E cosa vuol dire farsi questa domanda? “Naturale” coincide con giusto e/o innocuo? Per rispondere è utile questa frase di Paracelso:

“Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit, ut venenum non fit.” (Tutto è veleno, e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto.) [3]

Quindi già nell’antichità si era ben consapevoli di quest’ambiguità dei farmaci (rimedio da una parte, sostanza tossica dall’altra), in epoche in cui l’unico modo per ottenerli era tramite procedimenti fisici che partivano da composti vegetali (foglie, resine, cortecce etc.).

Perché quindi oggi molti credono che i prodotti cosiddetti naturali siano migliori e privi di effetti collaterali? Posso capirlo se si tratti di omeopatia , nel qual caso non esiste nella preparazione alcuna traccia di pharmakon attivo, ma per tutta la marea di fitoterapici?

Ma mi diranno, che male vuoi che faccia, farsi un bel decotto con foglie di salice per alleviare i dolori artrosici, come si usava nei secoli scorsi? Probabilmente nulla, ma potrebbe aumentare il nostro tempo di sanguinamento e potremmo avere il nostro stomaco un po’ meno protetto dall’acidità, perché il composto attivo antidolorifico del salice è l’acido salicilico, da cui poi venne fatto derivare, per sintesi chimica in laboratorio, con aggiunta di una gruppo acetilico, l’acido acetilsalicilico, comunemente noto come aspirina, che infatti ancora oggi si utilizza per la stessa indicazione (dolori, anche artrosici); senonché la modificazione chimica servì a donare alla molecola minori effetti collaterali rispetto all’acido salicilico.

Corteccia di salice bianco: l’aspirina “al naturale”

Altro antico rimedio consisteva nel somministrare ai moribondi il laudano, ovvero tintura d’oppio, che si ottiene facendo macerare quest’ultimo in vino o in una soluzione idroalcolica per alcuni giorni in presenza di aromatizzanti, quali, per esempio, zafferano, cannella e chiodi di garofano, che permettono di mascherarne il cattivo sapore. Durante l’Ottocento fu anche usato nella guerra di secessione americana per alleviare il dolore dei soldati feriti (soprattutto dopo l’invenzione del fucile a ripetizione), ma anche per alleviare i disagi psicologici e le “tensioni da battaglia”. Questa prassi causò la nascita dei primi veri morfinomani, infatti il principio attivo fondamentale in questo caso è la morfina, che oggi si somministra ai malati terminali, solo che adesso viene prodotta industrialmente per sintesi chimica (anche perché, tra le altre cose, costa di meno). Nell’oppio ci sono numerosi altri alcaloidi oltre alla morfina, alcuni dei quali sono principi attivi tossici, motivo per cui il laudano non viene ormai più impiegato.

Bottiglia di laudano di epoca vittoriana

Il frate gesuita Bernabé Cobo, che esplorò Messico e Perù nel 1500, rimase impressionato dal potere curativo verso le febbri periodiche di un estratto della corteccia di un albero locale, tanto che decise di introdurlo in Europa. Portò le bacche da Lima in Spagna, e poi a Roma ed in altre parti d’Italia nel 1632. In lingua quechua (Inca) l’albero si chiamava Cinchona e la sua corteccia Quina: stiamo parlando del chinino, prezioso farmaco che alla fine dell’800 venne sottoposto a monopolio di Stato e distribuito nelle zone malariche dell’Italia appena unificata (soprattutto nelle paludi pontine e nella Maremma). Fu un aiuto insperato nel combattere l’infestazione che stava paurosamente dilagando. Ancora oggi il chinino è un prezioso farmaco antimalarico, soprattutto considerando le crescenti resistenze verso la clorochina, farmaco scoperto successivamente e maggiormente utilizzato. Tuttavia anch’esso non è privo da effetti collaterali: un sovradosaggio provoca una gamma di possibili effetti collaterali che rientrano sotto il nome di cinconismo, con sintomi consistenti in vomito, diarrea, esantema, problemi uditivi, insufficienza renale, ipoglicemia. Inoltre il chinino interferisce con la conduzione cardiaca andando ad aumentare la lunghezza dell’intervallo QT, potendo così generare aritmie fatali in soggetti predisposti.

Ma come non citare ancora il grande rimedio del Medioevo: la teriaca o triaca o tiriaca, il cui componente chiave era la carne di vipera tritata, mescolata a un’infinità di erbe e spezie, tra cui giaggiolo, rosa secca, mirra, zafferano, nardo, dittamo, pepe nero, zenzero, valeriana, miele, oltre a un po’ di vino vecchio (particolarmente indicato era il Falerno dolce). Sorta di panacea universale, risultava utile, secondo un testo della Scuola Medica Salernitana, per curare:

“l’apoplessia, le vertigini, la cefalea, il veleno, l’umida raucedine, l’affanno del ristretto petto, gli attacchi d’asma, la pleurite, i dolori della colica iliaca, l’artritismo, la nefrite, la fredda idropisia, la contagiosa lebbra, le ventosità dello stomaco, le sofferenze dell’epilessia e del cuore, la debolezza del cervello, il gonfiore della milza, i tormenti della febbre tipica. La bevanda della tiriaca da sola è rimedio preventivo.” (sic.) [2]

Insomma, al suo confronto, il ginseng o le bacche di Goji che si vendono oggi in giro dovrebbero solo impallidire. Peccato che purtroppo la teriaca rimase nelle Farmacopee […]

LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO SU L’OPINABILE – “Il Poema della Terra” n.2, Estate 2018

Bibliografia:

[1] Walden o vita nei boschi, Henry David Thoreau, 1854

[2] Farmacologia generale e molecolare, F.Clementi, G.Fumagalli, 2004

[3] Responsio ad quasdam accusationes & calumnias suorum aemulorum et obtrectatorum. Defensio III. Descriptionis & designationis nouorum Receptorum, Paracelso

[4] Pane e bugie, Dario Bressanini, 2013

[5] Perché gli scienziati non sono pericolosi, Gilberto Corbellini, 2009

[6] Farmacologia generale e clinica, B.G. Katzung, 2009

[7] Saggi, Michel de Montaigne, 1588

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