Intervista a Marco Aime: La simbiosi primordiale della cultura subsahariana

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IL MUZUNGU, rubrica a cura di Marco Simoncelli

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“Nei culti legati al Vudù nel Golfo di Guinea i partecipanti a un funerale prima di bere la tradizionale birra di miglio o di sorgo ne versano un po’ a terra, per gli antenati … la terra che assorbe la bevanda come se questa andasse agli avi e dunque nell’aldilà.  Non è un caso che il rapporto fra la divinità, gli antenati e gli uomini passi sempre attraverso la terra…”. L’intervista dell’Opinabile all’antropologo Marco Aime.

“Le parole buone sono come la pioggia che bagna il terreno”. “Ciò che cresce lentamente mette radici profonde”. “Dio è come il fiume; non gli si porta rancore”. “I semi di oggi saranno la foresta di domani”.

È impossibile non notare come in questi e molti altri proverbi, parte della cultura e dei costumi africani, l’elemento “natura” sia costantemente presente.

La cultura e gli antichi costumi africani ne sono impregnati. Proprio quella natura lussureggiante, ricca e allo stesso tempo dura ed estrema, ha forgiato la vita dell’uomo africano. Qui l’essere umano torna a sentirsi parte dell’ecosistema. Non cerca di sfruttarlo sentendosi superiore come avviene nella evoluta cultura occidentale, ma si adatta a esso creando una simbiosi che scandisce ogni momento della sua vita. In pochi altri luoghi del mondo è ancora possibile trovare questa relazione.

Questo particolare legame si manifesta in sfumature e interpretazioni culturali così varie nelle migliaia di regioni e comunità tribali, che è difficile poterlo descrivere in poche pagine. Per cercare di disegnare un quadro esaustivo di ciò che significa la natura per l’uomo africano l’Opinabile ha intervistato l’antropologo e scrittore Marco Aime, che insegna questi temi ai suoi studenti dell’Università di Genova, per la quale ha realizzato diversi studi di Antropologia Culturale in Benin, Burkina Faso e Mali.

 

Meglio iniziare con il circoscrivere la nostra analisi all’Africa subsahariana e non toccare il Maghreb per il quale sarebbe necessario un discorso a parte, dato il suo legame con l’Islam che influenza culturalmente in altri modi i rapporti uomo-natura. L’Africa propriamente nera è un mondo completamente diverso…”

“Dal momento che il continente africano contiene delle diversità enormi al proprio interno, dobbiamo generalizzare e partire da ciò che più o meno unisce tutto il continente. Iniziando dalla concezione dominante del rapporto tra Uomo e “la” o “le” divinità, che sono normalmente intermediate dagli antenati. Gli antenati sono gli esseri umani che sono entrati a far parte del mondo etereo dell’aldilà (il panteon). In questa concezione tradizionale la “divinità” è in ogni cosa e rientra nel rapporto che noi in genere chiamiamo animismo. Allora se c’è la presenza divina in ogni cosa stiamo parlando del fatto che si trova in ogni aspetto della natura. A esempio mi è capitato di vedere nel Sahel un contadino tagliare alcuni rami da un albero e poi appoggiare una mano al tronco e recitare una preghiera di scusa. A fronte della necessità di farlo per sopravvivenza c’è un senso di colpa perché si sta facendo qualcosa contro la natura e… se partiamo dal principio che nella natura c’è la presenza divina ergo si sta facendo qualcosa contro la divinità. Questo semplice esempio dimostra il rapporto tutto particolare che ancora permane nel continente.

A questo andrebbe anche aggiunto l’aspetto delle proporzioni. Noi occidentali viviamo in un mondo nel quale il rapporto tra individui e natura ha delle proporzioni più piccole. In Africa ci sono spazi vastissimi, spesso ancora inviolati, pensiamo alle foreste e ai deserti, nei quali il rapporto tra individuo e lo spazio che ha di fronte è decisamente diverso… sterminato. Nasce dunque una forma di “rispetto” per ciò che lo circonda, anche per un rapporto di forze che in Africa è decisamente a favore della natura, specie se paragonato a quello che c’è in Europa, dove la natura viene intesa come uno strumento al servizio dell’uomo.

 

            Ovviamente parliamo del comportamento dell’uomo che vive lontano dalle città o nell’entroterra escludendo colui che vive nelle metropoli africane dove si è ripetuto, in modo più modesto, lo stesso fenomeno di “distacco” dalle tradizioni ancestrali a favore della emancipazione consumistica e pre-industriale. Molti storici e antropologi sono convinti che le condizioni ambientali estreme e spesso ostili del continente africano abbiano influenzato notevolmente l’evoluzione culturale e sociale dei suoi popoli al punto di fargli percorrere una strada evoluzionistica a sé stante con un adattamento al mondo naturale più estremo e profondoLei cosa ne pensa?

 

L’Africa è un continente di estremi. Abbiamo il deserto più grande del mondo, foreste e savane smisurate… e un ambiente climaticamente ed ecologicamente molto complesso rispetto ad altri territori del pianeta. Il rapporto con la natura ha reso spesso più semplice la vita per via della ricchezza che questo ambiente ha da offrire, però la complica per via del fatto che l’uomo è sicuramente perdente di fronte a certi fenomeni e manifestazioni della natura. In Congo ad esempio la foresta equatoriale è considerata un po’ come il supermercato dove tutto quello di cui hai bisogno per sopravvivere è facilmente accessibile, ma allo stesso tempo l’adattamento fisico dell’uomo per aver accesso a certe risorse è senza dubbio estremamente difficile e irto di incognite.

L’uomo in Africa è in soggezione rispetto alla natura dunque. A ciò va aggiunto che il continente non ha ancora totalmente vissuto la rivoluzione industriale com’è accaduto in Europa. Malgrado che anche il continente nero sia divenuto una sorta di bacino di materie prime al servizio della produzione, nel mondo contadino tradizionale africano è rimasto quel rapporto speciale di simbiosi con la natura. Se ci pensiamo anche in Europa c’era un rapporto simile, ma prima dell’avvento dell’industria.”

 

            Come accennava in precedenza, la natura in Africa entra in maniera preponderante nella cultura, nei modelli di comportamento e nell’interpretazione della realtà. Il confine tra natura e religione spesso non esiste. Nelle sue ricerche condotte nel continente ha avuto modo di esaminare più volte questo aspetto? C’è qualche esempio in particolare di ciò che ha osservato che può facilitare la comprensione dell’argomento?

 

Più o meno in tutte le etnie che ho visitato, la natura e la religione sono interdipendenti e simbiotiche. Come nel Golfo di Guinea dove i culti legati al Vudù sono tutti caratterizzati da un concetto di rapporto con l’ambiente. I partecipanti ad un funerale prima di bere la tradizionale birra di miglio o di sorgo ne versano un po’ a terra, per gli antenati … quindi la terra che assorbe la bevanda come se questa andasse agli avi e dunque nell’aldilà.  Non è un caso se il rapporto fra la divinità, gli antenati e gli uomini passa sempre attraverso la terra.

Un altro esempio che può aiutare a comprendere, sta nel fatto che nella maggior parte dei contesti tradizionali esiste il concetto di proprietà della terra, il suo possesso, un diritto fondiario come noi lo intendiamo… semmai esiste la possibilità di sfruttarla, ma la terra appartiene sempre agli antenati.”

 

Sempre più spesso dal continente arrivano notizie riguardanti scontri etnici tra agricoltori e allevatori che hanno al centro proprio il problema dell’utilizzo delle terre. Recentemente è avvenuto in Nigeria, al confine tra Mali e Niger, e prima in Kenya. Lei pensa che sia l’assenza del concetto di proprietà a far nascere queste nuove violenze?

 

In questi casi penso si tratti più di una questione di sfruttamento del territorio. Il conflitto tra allevatori e agricoltori lo riscontriamo ovunque nel mondo. Il problema è sempre esistito e le etnie hanno creato delle regole consuetudinarie per trovare un equilibrio, visto che comunque agricoltura e allevamento sono attività in qualche modo complementari. Gli scontri nascono quando ci sono delle trasgressioni di queste abitudini. Ma tutto in ogni caso rientra in un quadro in cui la terra è sempre e comunque non di ‘proprietà’, ma un patrimonio collettivo che appartiene ad un’entità superiore, non umana e dunque gli uomini non hanno tutti i diritti sulla terra. Sono limitati.

 

Data l’eccezionale interdipendenza tra uomo e natura in Africa, sembra scontato ritrovare questa relazione anche nelle varie forme d’arte. Volendo osservare il tema sotto questo aspetto, lei cosa può dirci?

 

Se parliamo dell’arte figurativa, dobbiamo fare una distinzione. Esiste l’arte figurativa africana, che potremmo definire ‘di corte’ nella quale viene esaltato il potere. Penso ai bronzi del Niger, all’antico regno di Ife nel Benin per fare qualche esempio. In questo caso non si riscontra un particolare rapporto con la natura. Diverso è il discorso dell’arte per così dire ‘di villaggio’, la quale invece è incentrata pienamente sulla natura. Pensiamo ai ‘Chiwara’, oggetti rituali che raffigurano delle antilopi stilizzate e che in Mali vengono utilizzati dalle popolazioni Bambara, assieme a danze e rituali ispirati all’agricoltura, per insegnare ai giovani i valori sociali e le tecniche agricole. Ricordiamo le maschere e le statue che vengono usate per richiamare la fertilità sia della terra che della donna, o a quelle che proteggono dalle alluvioni o dagli effetti dei monsoni. Gli esempi sono infiniti anche perché questa è un’arte di ‘intermediazione’. Si tratta dello strumento di collegamento con l’aldilà, con il divino. Perché la natura viene mediata e interpretata attraverso l’invocazione degli spiriti, spesso attraverso l’arte.

Fra le altre forme d’arte pensiamo alla danza. Molto spesso i modelli di danza riflettono gli ambienti naturali dove nascono. Per esempio le etnie nomadi fanno spesso movimenti con gesti molto ampi che sembrano quasi evocare gli spazi sterminati dove loro abitualmente vivono, mentre quelli che vivono nelle foreste danno l’impressione di essere più concentrati sul posto.

 

Negli ultimi anni gli effetti dei cambiamenti climatici sono sempre più soggetto delle scelte politiche, sociali ed economiche sia a livello nazionale che internazionale. A suo avviso, nel mondo moderno di oggi così lontano dai modelli di comportamento delle culture ancestrali africane, è possibile trovare proprio in quest’ultime le chiavi di lettura per migliorare l’approccio con la natura e cambiare la nostra condotta ecologica che sta causando danni irreparabili al pianeta?

 

Sicuramente se queste diverse percezioni del mondo vengono calate in una realtà come la nostra, dove si registra un enorme aumento dei consumi, in particolare con la presenza sempre più concreta, nel mercato globale di giganti molto popolosi come la Cina, l’India o il Brasile, si potrebbero trarre diverse lezioni dalle società africane specie per quanto riguarda la razionalizzazione e il risparmio. Potremmo apprendere molto soprattutto da quelle comunità che vivono in aree desertiche o soggette a prolungati periodi di siccità, quindi abituate a vivere in ambienti difficili con risorse scarse e divenute molto abili nel razionalizzare la loro vita. I popoli nomadi del deserto del Sahel non tagliano mai completamente un albero, ma ne lasciano sempre una parte affinché la pianta possa riprendersi per chi potrà venire dopo.  A volte, nei progetti di cooperazione si propongono azioni di riciclo e di recupero, quando nel continente questo si fa già da sempre per necessità e per principio culturale. Ci sono molti aspetti che dovremmo ‘reimparare’ o meglio ‘recuperare’ riadattandole al nostro rapporto con l’ambiente. In sostanza la convivenza con risorse scarse insegna a razionalizzare, mentre noi viviamo in un mondo irrazionale, il nostro sistema socio-economico attuale è completamente irragionevole e prima o poi salterà. Gli insegnamenti derivanti dall’antico approccio africano potrebbero fungere da spunto per provare a cambiare.

 

Il continente africano si sta affacciando velocemente sul  grande sviluppo. Le sorti del mondo potrebbero dipendere da come esso gestirà questa evoluzione. Uno sviluppo economico e sociale non sostenibile che non tenga conto dei cambiamenti climatici potrebbe essere devastante. Lei pensa che i precetti africani del passato aiuteranno i popoli del continente a non commettere in nostri stessi errori?

 

Fortunatamente quegli insegnamenti sono ancora molto presenti nelle società africane in via di sviluppo, specie nelle popolazioni rurali che al momento sono tra le più numerose al mondo. Questo potrebbe dare alle società africane la saggezza necessaria per fare le scelte giuste. Tuttavia sono piuttosto pessimista, perché, come è avvenuto per la Cina, è difficile poter chiedere a chi accede ora allo sviluppo e si affaccia per la prima volta al mercato mondiale di porsi dei limiti. Soprattutto sull’impatto ambientale. Lo è ancor di più perché il pulpito non è quello giusto. Potrebbero tranquillamente rispondere: ‘Fino ad ora l’occidente ha inquinato l’inverosimile, ma ora improvvisamente non va più bene?’

Sarebbe bello pensare a un nuovo modello di sviluppo ‘africano’ con delle caratteristiche d’approccio culturale diverse e maggiormente legate alle loro origini.   Io sono convinto che, per quanto il modello di economia industrial-capitalistica sia quello, esistano e delle declinazioni culturali. Il modello cinese non è lo stesso di quello statunitense per fare un esempio. Bisogna vedere se il continente sarà capace di proporre, non dico uno schema completamente alternativo, perché vista la realtà attuale lo vedo improbabile, ma almeno un modello classico attenuato da alcuni elementi peculiari presi dalle relazioni uomo-natura delle culture del passato.

In questo caso potrebbe essere un insegnamento per tutti. Poi se noi saremo capaci di coglierlo, questo è un altro discorso. Già vedere attuato adesso qualche esperimento di nicchia sarebbe un passo avanti.  Penso che l’Africa dovrebbe ripartire dalle comunità e non dai grandi sistemi macroeconomici come spesso i governi tendono a fare. È l’unica strada che ha per salvarsi. La comunità dovrebbe essere la fonte da cui attingere la saggezza e il fine ultimo di ogni scelta”.

Intervista di Marco Simoncelli

LEGGI L’INTERVISTA COMPLETA SU L’OPINABILE:

IL POEMA DELLA TERRA – n. 2 (Estate 2018)

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