Il puro esistere di Young Signorino: dimenticarsi della cultura per un ritorno al corpo scomposto dell’adolescenza

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Il Mitologo, rubrica a cura di Gerardo Iandoli

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Comprendere il fenomeno di Young Signorino non significa cedere al desiderio di mostrarsi pop per strizzare l’occhio a un pubblico che della riflessione, sostanzialmente, se ne frega, ma una necessità che nasce da una certa inquietudine: una sensazione di non star cogliendo ciò che ci accade intorno, come se, all’improvviso, si scoprissero nuove traiettorie in cui il reale viaggia, traiettorie che, fino ad allora, non avevamo mai fatto entrare nel nostro raggio percettivo. La visione frontale, oggi, è insufficiente: bisogna continuamente cambiare angolazione e questo, alla lunga, provoca giramenti di testa (e pure qualche dolore cervicale).
Di fatto, la questione YS potrebbe essere liquidata dopo appena trenta secondi dall’inizio di un suo video: quello che osserviamo non supera una certa soglia di interesse, addirittura di qualità, e quindi può essere bellamente ignorato, come tanti prodotti contemporanei. Eppure, questo significherebbe chiudere gli occhi di fronte alla sua mole di visualizzazioni: il video di Mmh ha ha ha ha più di 12 milioni di visite e questo significa che, anche se ognuno avesse guardato il video solo per 10 secondi, nel giro di appena due mesi (il video è stato pubblicato il 10 Aprile 2018), la canzone ha totalizzato quasi 4 anni di tempo negli occhi dei suoi spettatori. In appena due mesi, la realtà del web italiano ha donato 4 anni del suo tempo a YS: se si pensa che il tempo è l’unica cosa che non possiamo ricaricare, si resta attoniti di fronte al peso di tale consapevolezza. Questo tempo impiegato è reale, misurabile e comprensibile. Non importa se ci piaccia o meno.

Ma che cos’è questo video? Forse, la domanda più banale risulta essere quella più difficile da rispondere: di fatto, quel suo essere inserito nella categoria ‘musica’ è un modo per mascherare questo oggetto. La maschera indossata è molto simile a quelle della commedia dell’arte: qualcosa di facilmente riconoscibile, di stereotipato, che permetteva al pubblico di comprendere in pochi attimi il tipo di scena che stava per prendere forma di fronte ai propri occhi.
Questo video cerca l’attenzione di quel vastissimo pubblico, così generico da essere quasi indefinibile, che apre YouTube per mettere qualcosa da ascoltare in sottofondo: un uso passivo della musica, rilassante e acritico. Eppure, questo video deve essere qualcosa di più di un semplice suono di sottofondo: se si limitasse a essere questo, non avrebbe avuto successo: la melodia non è neanche lontanamente paragonabile a quella delle altre canzoni commerciali che tanto amiamo nei momenti di maggiore disattenzione.

Canto canto canto: lalalalalalala. Sto indicando con il dito: là là là là là là là.

Questo video sfrutta un altro meccanismo che la generazione MTV conosce fin troppo bene: il desiderio di essere riempiti di dati sia visivi che sonori, così da raggiungere quasi uno stato ipnotico di totale abbandono al futile. Non è la canzone a rapirci, ma l’elemento visivo: e in tutti i video di YS l’elemento in comune è il corpo, il suo corpo, la sua fisicità esibita in tutte le sue pose scomposte. E anche la sua voce non è canto, bensì gesto: non a caso, parlare di testi nelle sue canzoni significa non cogliere minimamente che tipo di codice si stia usando per comunicare.
L’unico linguaggio che ha un peso nei video di YS è il suo corpo: il resto è ancillare, mera trappola per catturare l’attenzione. Di memorabile non c’è che il suo torace scheletrico, il suo volto con le scritte, la sua bocca con lo spacco tra gli incisivi, il suo muoversi in maniera scomposta. I video di YS sono performance camuffate da canzoni. E così facendo, tali video mettono in evidenza una tendenza del pubblico musicale contemporaneo: l’interesse per lo spettacolare è così preponderante da aver completamente offuscato la stessa ragione d’essere della musica, cioè la bellezza della melodia e la bravura dell’interprete.
Le canzoni di YS non sono interpretabili, ma solo riproducibili: di fatto la loro esecuzione coincide con il suo corpo, il quale è unico e irripetibile.
Le canzoni di YS non sono arte: affinché ci sia arte, infatti, c’è bisogno di un elemento ‘artificiale’, di una costruzione umana, di uno scarto tra l’elemento naturale e il prodotto dell’intento artistico. In YS il suo corpo viene messo in scena in maniera diretta e noi tutti siamo interessati alla sua fisicità. Nessuna profondità, nessuna spiritualità, nessuna volontà: solo il corpo conta e vogliamo che sia il suo, affinché la musica sia solo un abito di questo corpo così ipnotico.
Ecco, si inizia a intravedere una prima definizione di questi video: essi sono gli abiti di YS, abiti che servono a presentare il suo corpo, l’unico elemento spettacolare presente in questi video. Il naturale si fonde con l’artificiale: ne è testimonianza il suo volto che è un muro su cui segnare dei tag, volto pieno di scritte che non comunicano nulla se non il loro essere lì, su quella faccia. E anche il suo modo di ‘cantare’, termine che bisogna fin da subito abbandonare perché fuorviante, ha come fine la presentazione del suo corpo: non ci interessa ciò che dice, non ci interessa quel che dalla sua bocca acquista un significato, ma siamo attratti dal suo mugugnare, dal suo emettere suoni che sono puri significanti, che aspirano a essere soltanto misure scomposte del semplice atto di comunicare. Di YS ci interessa l’animalità dell’umano, quel suo essere vivo prima ancora di poter accedere alla cultura. La cultura diviene puro abito: scritta sul volto, acconciatura, fasciatura per le dita, jeans strappato, occhiali scuri, maglia. Sono elementi che riempiono l’immagine, ma allo stesso tempo denunciano la loro caducità: possono essere tolti e fatti a brandelli (accade con i suoi jeans), l’unica costante che conta è quella del corpo di YS. La cultura è qualcosa di cui ci possiamo sbarazzare, ma la sfruttiamo per imbellettarci: le parole pronunciate in maniera comprensibile da YS rimandano a stereotipi, rievocano l’immagine dell’amico sfatto, completamento perso nella sua fissazione per l’oblio chimico.
In YS c’è il desiderio di annichilire qualsiasi capacità interpretativa, qualsiasi sovrastruttura mentale per lasciarsi andare alla pura percezione dell’animale che è in noi: godere del verso, del mero essere presenti con questo corpo e con questo modo di muoversi. In YS c’è la nostalgia delle scuole superiori, di quel modo che hanno gli adolescenti di riempire le giornate con il loro corpo: un muoversi scomposto, perennemente […]

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