“La” delusione della poesia – “decoratori dell’agonia” di Jean-Paul Klée

Jean-Paul Klée, decoratori dell'agonia. poesie dell'estate 2013. Edizione del Giano.
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 Pubblichiamo la postfazione del traduttore alla recente edizione di décorateurs de l’agonie di Jean-Paul Klée, importante poeta francese contemporaneo. Pubblicato da Edizione del Giano (Roma) in collaborazione con L’Opinabile, è disponibile per gli iscritti all’associazione a soli 10.00 euro invece di 15.00. Scrivi al comitato dell’associazione culturale per ricevere il libro: lopinabile.redazione@gmail.com

Di Antonio Marvasi

La posizione storica e geografica da cui Jean-Paul Klée scrive è alta. Non in senso letterario, ma letterale: guarda dall’alto, come una sorta di angelo sgomento[1], sovrapponendo nei suoi versi le epoche e i luoghi. Un angelo benjaminiano, proprio quello disegnato nel 1920 dal pittore omonimo, Paul Klee, che guarda con spavento gli orrori della Storia in cui le sue ali sono impigliate. Urlando la distruzione del paesaggio – l’impegno ecologista, tra locale e globale – e la distruzione della vita. Ogni carneficina che ha avuto luogo nel passato più o meno lontano, tra autobiografia e Storia si sovrappone e si schiaccia in una memoria (o memoriale) dell’attualità. Basti ricordare il ruolo centrale della figura paterna, Raymond-Lucien Klée (a cui sono dedicate due poesie in questa raccolta): morto in un campo di concentramento, ucciso da un prigioniero comunista, la sua assenza è concretizzazione allo stesso tempo del trauma personale, infantile, biografico, e del trauma dell’occidente – rigorosamente scritto con la minuscola – delle sue “nefandezze”, noirceurs. Orrore di tutta la storia umana, in cui il poeta vede, oggi, adesso, la fine dei tempi. Il verso di Klée prende così un tono profetico o paranoico, con ampio uso anche forzato fino a smembrare la consecutio, dei verbi al futuro, e preannuncia la catastrofe. “Verso” non solo, non tanto, in senso letterario, ma letterale: grido, rumore.

In questa raccolta è riportata a un presente assolutamente quotidiano, attuale, a tratti giornalistico, la cronaca di un distastro già in atto, che va avanti scandaloso da secoli.

 

«In due grammi di terra ci sono

sei o sette miliardi di organismi

viventi»[2]

 

Riporta un giornale locale di Strasburgo, citato alle soglie della raccolta, subito dopo l’avvertenza e “è ancora della?…” che funge  da dichiarazione poetica. Insieme all’estratto giornalistico,  una autocitazione apocalittica (da ultimatum a) e una mezza frase del presidente Hollande. Citazioni a mo’ di voci introduttive e inquietanti, membra sparse di un discorso pubblico e privato, e attuale, precisamente datato, testimone del disastro collettivo. Uno smembrarsi del linguaggio che riflette quello del mondo vissuto, una minaccia reale di morte perenne e totale. E lui canta, danza sulle ceneri. La poesia si appiattisce, anzi si schiaccia, come nelle opere di Jean Arp, artista di Strasburgo che incollava fogli in collage astratti, semplici. Schiacciata sull’agonia vissuta e vivente di una morte annunciata.

Jean-Paul Klée

Questo è il Jean-Paul Klée che traspare in questa raccolta: un poeta della quotidianità, ovvero un decoratore dell’agonia (si veda: ho gran rimorso). Poesie brevi, intitolate (come l’intera raccolta) senza maiuscola iniziale, datate esattamente (estate 2013) sin dal sottotitolo, e con una precisa nota cronologica a chiusura della raccolta. ‘Occasioni’, in un certo senso, ma nel delirio; proiettate, nella loro immediatezza di espressione e di analisi, sulla banalità (è dunque ancora della?…) del presente. Del male. Un linguaggio che capta traumaticamente l’abnormità della norma, l’orrore dell’oggi in cui tutti viviamo, del qui ed ora in senso generale, ma anche, in senso profetico, della morte imminente che aleggia sulla civiltà occidentale e forse sull’umanità, e certamente, fra miliardi di anni, su tutta la vita del pianeta (!!!…) con tre punti esclamativi e puntini di sospensione a seguire. Morte, guerra, massacri, catastrofi, tra geopolitica e chiacchiera al bar. Un presente tanto nero da portare a una generale sfiducia, a chiedersi se la poesia durerà o morirà anch’essa. E da questa sconfitta nasce questa raccolta antilirica. Oppure: rinuncia alla poesia perché questa ritrovi delle radici nelle macerie della distruzione, come fenice dalle ceneri. Dopotutto, “è anche (pure «la» / delusione) ancora della poesia”[3].

La delusione è ancora poesia, o ancora appartiene alla poesia? Il discorso quotidiano fa naufragio continuamente: la crisi della sintassi provoca una ambiguità enigmatica, enigmistica, della semantica. Aggettivi usati come sostantivi, nomi che sembrano reggere la frase come verbi o viceversa, bisensi, omofoni… la tenuta del discorso glissa continuamente verso un oscuro indicibile, intraducibile.

Una poesia sulla delusione della poesia, cioè “la” delusione. L’espressione del significato, una volta ridotto il significante a pura decorazione e ghirigoro grafico e sonoro, schiaccia le sue possibilità in un ammasso confuso di suoni e sensi. E tuttavia proprio in questo vince l’afasia, cioè l’impossibilità del dire, facendosi fatrasia. La fatrasie è un componimento medievale tipico della tradizione francese, in cui un nonsense dall’effetto comico è costruito sui suoni delle parole piuttosto che sul significato. Fatras, in francese odierno, significa accozzaglia, accumulo informe. Uno scivolamento (glissement) dal sapore lacaniano che risulta difficilissimo, se non impossibile da tradurre. Il componimento marie-antoiniette comincia con quattro versi, in corsivo, in cui cognomi o semplici suoni linguistici si susseguono, forse trasformandosi man mano in discorso linguistico:

 

mirapoula molenski zappa

kinaroli fumazetta mirili

batowsky papoulos kiranski

& grattò lulli non acchiappò la

diavoleria che […]

Il traduttore rimane interdetto: tradurre queste false parole, riprodurre cioè in italiano un simile effetto prosodico (ma parodico), o riportarle tali e quali? Specie quando alcuni suoni deliranti sembrano ricostruire alla lettura – anche in virtù della bizzarra incoerenza del rapporto tra scritto e orale in francese – quasi delle parole di senso compiuto. Inoltre, questo disgregarsi della parola è anche un balbettare confuso, terrorizzato, di fronte al rumore, al massacro e al disordine della storia.

Siamo di fronte a un poeta estremamente produttivo, che ha scritto molte più pagine di quante ne abbia pubblicate, e ne ha pubblicate moltissime. Diciamo pure un grafomane, che scrive ininterrottamente da quasi 40 anni. Che usa quasi in maniera compulsiva la penna per torturare il corpo della lingua con trattini, barre oblique, e una inquietante umlaut tedesca che nei momenti più oscuri si impone a graffiare la vocale francese. Un “graffiomane” (griffomane) secondo la felice definizione di Mathieu Jung. Nella sua lunga serie di pubblicazioni, quindi, si possono trovare anime diverse, anche relativamente divergenti. Tuttavia Klée ha un suo linguaggio personalissimo, sempre riconoscibile, incredibilmente complesso, anche dal punto di vista tipografico, anzi manoscritto, e del tutto coerente negli anni. La poesia di Klée, il suo linguaggio, il suo scrivere, persino il suo modo di leggere ad alta voce i propri versi (si veda su Youtube), è da ricercare in uno spazio strano, folle, di espressione corporale, personalissima come un’impronta digitale. Trovando proprio in questo essere locale, in questo essere un “caso”[4], l’impronta universale. Tra storia personale e Storia, tra lirica ed epica. Tra una banalità quotidiana e un terrore eccezionale.

Jean-Paul Klée, decoratori dell’agonia. poesie dell’estate 2013

Per presentare questo libro forse è utile mettere in chiaro una serie di differenze con altre raccolte, a partire dalla lunghezza del verso e dal tono del singolo componimento. Differenze in effetti spiegate e giustificate poeticamente dallo stesso autore nel suo avvertissement a inizio raccolta. Gli interventi tipografici, per esempio, sono caratteristici della scrittura di Klée e importanti per la sua (e nostra) comprensione al punto da obbligare gli editori a pubblicare, in tutte le raccolte, almeno una riproduzione fotografica della sua scrittura a penna, apparentemente caotica quanto in effetti precisa. Il lettore italiano, che per la prima volta legge Klée in questa forma così breve e stretta, forse si chiederà:

 

Be’ è

dunque questa la poesia di jean-paul

klée?… mio dio non è un po’ piatta prosa

ica davvero come se l’autore ci spiattellasse

un tran-tran?…[5]

 

Jean-Paul Klée, décorateurs de l’agonie, bf, Strasbourg, 2013. Postface d’Olivier Larizza

Nelle poesie di décorateurs de l’agonie, ci troviamo di fronte a componimenti molto brevi, il che non succede praticamente in nessun’altra raccolta. Talvolta quasi degli appunti, spessissimo estemporanei. Ne il taunus si parla della scocciatura data dalla riparazione di una vecchia automobile; in la nonnina di alcuni personaggi del vicinato, un giardiniere, un vecchio cane. Anime nella loro sofferenza quotidiana, morire lento. Talvolta puri suoni, rumoreggiare collettivo di una città, dell’umanità. Vi sono persino delle note metapoetiche, o autobiografiche, ma nel senso più banale, mondano possibile: dedicati all’editore, al sogno mai realizzato di pubblicare con Gallimard, al guadagno irrisorio che si ha con la poesia. Versi brevi, e pochi, in ristrettezze.

 

un giorno il telefono suonerà &

«pronto parla l’assistente d’antoine

«Gallimard buongiorno signor

«klée la Nostra casa l’ha nota

«ta antoine Gallimard vorrebbe

«incontrarla […][6]

 

L’enjambement si verifica come per caso, a caso, spezza il significato insieme al ritmo, nel bel mezzo delle sillabe. Le parole cadono andando a capo all’improvviso, crollano nel vuoto. Si tratta di un intervento violento dell’autore sulla lingua; di uno strappo volto a guardar dietro il velo di carta. Evidenziando, forse, l’incubo silenzioso che vi sta, la noirceur orribile e inebetita della Storia. O magari il vuoto. Con terrore di ubriaco. Ma si verifica anche, in molti casi – solo la testimonianza dell’autore può informarcene – per le caratteristiche fisiche del foglio su cui la poesia è scritta. Finita la carta, si va a capo. Semplice, banale.

Gli interventi “violenti” sul corpo della scrittura – trattini, accenti, umlaut, barre oblique – sono qui molto ridotti rispetto ad altre raccolte. Non sono tuttavia assenti, e anche qui ogni singolo corsivo, maiuscola, neretto ecc. ha un suo preciso ruolo nell’indicare la tonalità di lettura, la portata semiotica, alla stregua di vere e proprie indicazioni su uno strano spartito. La grafia bizarra serve spesso a intervenire sul ritmo della lettura, rallentando e evidenziando certe pronunce. Sembra lecito per esempio ritenere che le maiuscole servano a “urlare” la parola. Si veda per il resto la breve “nota di traduzione”, dove si fa allusione in maniera più approfondita al rapporto tra scritto e orale in Klée.

In queste decorazioni dell’agonia più che altrove, però, intervengono alcuni tic sintattici e grammaticali che minano il linguaggio al suo interno: tempi verbali inaspettati (come l’uso del condizionale) in tilt tra passato e futuro, strane formulazioni sintattiche, ortografia bizzarra… Quasi errori, che portano il linguaggio a reggersi in bilico tra dicibile e indicibile, tra delirio e profezia. E proprio in questo sta l’orrore: nel cogliere il linguaggio ordinario, orale, origliato in giro o copiato dai giornali (si veda: il porcile, oppure sentito al tavolo accanto), rappresentarlo nelle sue crepe, scrivendolo di getto, gettandolo, come un impressionista. Guardare il mondo soffrire nei momenti in cui fa naufragio.

 

l’AGONIA che avrebbe dovuto

prevedere se fosse stato

meno idiota!… Oh aggira

bile penuria in cosa anche noi

stupidamente scivoliamo con l’occhio

assolutamente ebete!!…[7]

 

In questa raccolta, l’elemento che manda in tilt la scrittura di Klée è il brusco farsi vuoto del linguaggio nel suo presente, nel momento in cui è pronunciato/ascoltato. Il nulla di quando qualcosa, anche la cosa più orribile, viene detta (o scritta). La freddezza, gli occhi inebetiti che tutti sembrano avere di fronte al massacro di cui siamo testimoni, vittime e carnefici. Quindi l’incapacità della poesia a dire l’eccezionalità del massacro, a fare salvezza (salute), riducendosi a ghirigoro linguistico, suoni scomposti e nonsense. L’intento sovrumano è quello di mettere a nudo, o almeno suggerire, la gravità dello scandalo che si nasconde dietro la parola. Il fatto che gli orrori dell’uomo sono tali che il nostro linguaggio non può esprimerli. O meglio, deve distruggersi a sua volta per esprimerli: solo un linguaggio in rovina può restituire il rudere del reale, della storia d’Europa. Ma non è – questo il sospetto al limite del cinismo – che una trovata retorica. Una falsità intrinseca che rende la lingua un ninnolo (bibelot) per decorare l’agonia, vero oggetto della ricerca espressiva, ma scandalo storico e reale che rimane senza parole. Dell’impossibilità di poesia dopo Auschwitz e prima, subito prima, di catstrofi ancora più grandi. Essendo ogni componimento un battito di ciglia pescato tra innumerevoli, viene descritto un tempo presente in cui si aggira costantemente la morte, il disastro futuro annunciato dai disastri passati. Ci si affaccia su un mondo che sta morendo, già morto senza saperlo, in una scarna elegia.

Una poesia contemporanea, insomma, del tutto e in tutti i sensi. Non tanto in senso letterario, non come categoria storico-critica. Ma in senso letterale: fatta in diretta, con, nel tempo. Impressionista nel metodo, o televisiva, in quanto ripresa in diretta, dipinta en plein air. Contemporanea non solo nella tematica ecologica e geopolitica dell’apocalisse ambientale o dell’annuncio di imminenti e catastrofiche guerre nucleari, distruzioni assolute. Ma soprattutto nella sua forma, che arriva fino a (o che può solo) tracciare sguardi, rumori, momentanei pensieri, sensazioni sparse provate passeggiando per strada. Si veda “sentito al tavolo accanto”, in cui non si fa che riportare fra virgolette una curiosa, orribile, conversazione origliata in un bar. Sensazioni che non hanno nome, che sono impure, meticcie, confuse, mai sublimi, mai tragiche nel senso greco della parola. Bensì vissute da un soggetto, in un tempo e in un luogo precisi. Tra paura e rabbia, tra paranoia e profezia. Questo è il Jean-Paul Klée che si rileva principalmente in questa raccolta. D’altronde, così concentrata tutta nel quotidiano, mirando verso il basso fino a essere “perversa dalla banalità”,

 

non è forse inevitabile (vista l’epoca che…) che questa poesia prenda spesso «l’aria» d’uno slogan, d’un articolo di giornale o d’un grido?… è proprio il minore dei mali, dopotutto… Di fronte a questo SCHIACCIAMENTO UNIVERSALE, che cosa diventeremo noi!!… E se un giorno la poesia, anche lei, si schiacciasse??…[8]

 

È lo stesso poeta a richiamare la possibile delusione del lettore di fronte a queste poesie. La stessa delusione dell’autore: “la” delusione della poesia. Lo stesso autore è cosciente dello stupore che proverà chi ha letto anche le altre raccolte, del cambiamento che caratterizza questo libro nell’arco della sua produzione. “[…]probabilmente ho avuto bisogno di praticare – qui – un formato lirico più corto & più attuale”, spiega nell’avvertenza.

Per questo dobbiamo anche noi avvertire il lettore che si avvicina a questa poesia per la prima volta che il Jean-Paul Klée che troviamo qui è in certa misura una deviazione rispetto al resto della sua produzione, che ci auguriamo presto di pubblicare presto in italiano. Ma soprattutto sembra necessario avvertire che queste poesie non vanno sottovalutate. Si faccia caso alla forma, alla minuzia più nascosta. Si osservino come un quadro, un meccanismo, un ritmo di scivolamenti, spezzature, effetti di (non)senso che acquistano una strana compiutezza. Tutto il tragico è concentrato nei corsivi, nei maiuscoli, negli enjambement, nel modo di spezzare o sottolineare le singole lettere. Una poesia da guardare, da ascoltare, più che da leggere. Eppure totalmente tipografica, scritta. Il lettore ideale di Klée ha uno sguardo e un modo di percepire del tutto innocente, capace di seguire lo stupirsi per l’orribile normalità a cui ci siamo abituati, anche la normalità alfabetica qui messa in scena nuda e cruda, e violata.

Senza fronzoli, senza decorazioni. Il titolo di questa raccolta può essere ingannevole in questo senso: non si tratta di poesie che decorano, che cercano di abbellire, ma di poesie del tutto scarne, prive di qualsiasi tratto letterario, che rifiutano radicalmente il bello scrivere. Che anzi riflettono, nel loro crollare, il disfarsi del e nel presente. Il titolo denuncia la sfiducia, l’errore su cui si fonda il fare poesia. Oggi almeno. Mettendo in primo piano questo nulla della parola poetica, Klée ci fa leggere dei versi privi di decoro, in tutti i sensi, che rinunciano a qualsiasi speranza. Che chiacchierano, parlottano.

 

A che servì la di me vita

Che cos’ho aggiunto alla poezia

Da un’epoca così turbata

Che la nostra sopravvivenza è in gioco!!…

Ah che follia non è vero da qui

accumulare mille volte il tesoro

della mia inutile minuzia La

sola rinascita era di fare

nella sociologia Nient’altro ha

importato Noi ci sia

mo sbagliati: noi non eravamo che

decoratori dell’agonia[9].

 

Jean-Paul Klée, decoratori dell’agonia. poesie dell’estate 2013. Edizione del Giano, Roma, 2018. traduzione e postfazione a cura di Antonio Marvasi

NOTE

[1] Un ange effaré, è il titolo del primo capitolo del saggio di Mathieu Jung, Jean-Paul Klée, Ed. des Vanneaux, coll. “présence de la poésie”, Bordeaux, 2018. Nel corso degli ultimi anni, la critica francese ha parlato di Klée come di un eremita, ultimo santo, profeta…

[2] «Dans deux grammes de terre, il y a / six ou sept milliards d’organismes / vivants.», Jean-Paul Klée, décorateurs de l’agonie, bf éditions, Strasbourg, 2013, p. 10

[3] « Oui c’est aussi (même « la » / déception) encor de la poésie comme quand / ARP utilise papiers collés […] », est-ce encor de la ?…, in décorateurs de l’agonie, op. cit. p. 9

[4] Lo strano caso di JPK ho deciso di intitolare un breve saggio allegato alla traduzione del poemetto Roi-du-Rhin, di prossima pubblicazione.

[5] « Hè c’est / donc ça la poésie de jean-paul / klée ?… mon dieu esse pas plat prosa / ique ma foi comme si l’auteur nous faisait / du raplapla ?… » ; est-ce encore de la… in décorateurs de l’agonie, op. cit. p. 9.

[6] un jour le téléphone sonnera & / « allo c’est l’assistante d’antoine / « gallimard bonjour meussieu / klée Notre maison vous a remar / « qué antoine gallimard souhaiterait / « vous rencontrer […], l’éditeur, in Jean-Paul Klée, décorateurs de l’agonie, op. cit. p. 94.

[7] L’AGONIE qu’il aurait dû / prévoir s’il avait été / moins abruti !… Oh contourna / bble pénurie dans quoi nous aussi / bêtement nous glissons d’un œil / absolument idiot !!…, tomi Ungerer, in Jean-Paul Klée, décorateurs de l’agonie, op. cit. p. 101

[8] N’est.il pas inévitable (vu l’époque qui…)que cette poésie prenne souvent « l’air » d’un slogan, d’un article de presse ou d’un cri ?… C’est bien le moindre mal, après tout…, Avertissement, in Jean-Paul Klée, décorateurs de l’agonie, op. cit. p. 7

[9] À quoi servit la mienne vie / Qu’ai-je ajouté à la poézie / d’une époque si troublée / que notre survie est en jeu !!… / Ah quelle folie n0est-ce-pas d’y / accumuler mille fois le thrésor / de mon inutile minutie Le / seul ressort c’était de faire / dans la sociologie Rien d’autre n’a / compté Nous nous so / mmes trompés : nous n’étions que / décorateurs de l’agonie. j’ai grand regret, in Jean-Paul Klée, décorateurs de l’agonie, op. cit. p. 93

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