Abito dunque sono – Architettura verde e spazi ecosostenibili

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IL MENO è Più – Rubrica di architettura a cura di Valeria Iorio

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«Che significa allora: ich bin, io sono? L’antica parola bauen, a cui si ricollega il “bin”, risponde: “ich bin”, “du bist” vuol dire: io abito, tu abiti. Il modo in cui tu sei e io sono, il modo in cui noi uomini siamo sulla terra, è il Buan, l’abitare. Essere uomo significa: essere sulla terra come mortale; e cioè: abitare» – Heidegger

Sono anni ormai che il tema del rapporto dell’uomo con la natura è diventato pressante per la società contemporanea. Già nel 1997 viene redatto da 180 paesi a Kyoto il trattato internazionale che pone al centro dell’attenzione il surriscaldamento globale, una delle problematiche di maggiore preoccupazione per la vita sulla nostra bistrattata Madre Terra. L’adesione al protocollo, più volte rimaneggiato, passa da 180 a 192 paesi nel 2013 e il programma si è estende fino al 2020.

Nel maggio del 2015 anche Papa Francesco si interessa al rapporto tra uomo e natura, caro da sempre ai cristiani, nella sua enciclica “Laudato sii”, dove, facendo eco alle parole di San Francesco, parla della Terra “come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia” e che ora devastata e oppressa “geme e soffre le doglie del parto”. Ma, continuando, il Papa afferma che “noi stessi siamo terra”, ed esorta tutti gli uomini, cristiani e di buona volontà, a prendersene cura.

Di seguito, nel settembre 2015, le Nazioni Unite approvano l’Agenda 2030, ovvero l’Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile articolata in 17 obiettivi fondamentali che si snodano poi in 169 traguardi, come energia pulita e accessibile, lotta contro il cambiamento climatico e la salvaguardia della vita sott’acqua e sulla terra. Tra gli obiettivi fondamentali, compare anche quello di tendere verso città e comunità sostenibili, affinché nell’ambiente urbano si ottimizzi l’utilizzo delle risorse per ridurre inquinamento e povertà.

È chiaro che il ruolo svolto dall’architettura in merito allo sviluppo sostenibile delle città è fondamentale, sia nei fatti che nelle idee. Parafrasando Heidegger l’architetto oggi si deve porre la domanda di come l’Abitare, inteso come l’Essere dell’uomo sulla terra, si pone in ascolto del territorio in cui si insedia. Come può costruirsi e costituirsi un habitat umano all’interno del paesaggio, rispettandolo e senza entrare in conflitto con esso?

Ci sono diversi modi di interpretare la sostenibilità e diverse declinazioni del rapporto Architettura/Natura. È necessario chiarire in prima istanza cosa s’intende per bioarchitettura e quali siano i principi che la regolano.

Generalmente s’intende un’architettura volta alla riduzione dell’impatto ambientale mediante il risparmio energetico e l’uso di fonti rinnovabili. Ma questi principi sono spesso fraintesi con l’uso di soluzioni architettoniche ad alto gradiente tecnologico che poco hanno a che fare con il rispetto dell’ambiente, che vedono l’impiego di materiali per nulla naturali, e che mettono in moto una catena di montaggio colossale per cui la manodopera e i suoi costi diventano insostenibili. Del resto, i principi dell’architettura sostenibile traggono origine dalle radici dell’architettura stessa. Già anticamente si orientavano gli edifici sia per una migliore captazione delle radiazioni solari nelle regioni fredde, che per una migliore schermatura in aree particolarmente calde, e la tipologia edilizia era studiata per esaltare e sfruttare al meglio il genius loci, raccogliendo ad esempio l’acqua piovana in cisterne, o impiegavando materiali e tecniche costruttive locali, adattate nei secoli alle caratteristiche del luogo abitato. Ancora sopravvive una architettura attenta a questi principi fondamentali dell’Abitare, ma spesso si mantiene là dove riesce a progettarsi a dimensione umana, lontano dalle grandi metropoli dove la tendenza contemporanea è quella di creare grandi luoghi chiusi di aggregazione, le cosiddette centralità (modello Centro Commerciale). Spesso è nella tradizione che risiede la vera sostenibilità, ovvero un rapporto sincronico con i cicli naturali volto a sviluppare al meglio e a sfruttare a nostro vantaggio – senza forzature artificiali – l’ambiente che viviamo e che siamo.

C’è anche chi ha inteso il rapporto tra Uomo e Natura ideando soluzioni creative e divertenti dell’abitare, come Eduardo Ocampo nel 1994 quando progettò Casa Caracol, anche detta casa conchiglia a Isla Mujeres, in Messico, per il fratello pittore. Attraverso la vera e propria imitazione di forme esistenti in natura, l’intento dell’architetto è stato quello di realizzare una spazialità particolare e il risultato è stato la realizzazione di una casa che oggi viene definita ‘della sirenetta’ perché in effetti dall’esterno all’interno, i prospetti, gli arredi e le conchiglie sparse qua e là ed utilizzate anche per la fuoriuscita dell’acqua, fanno eco alle profondità del mare. Ad oggi la casa può essere abitata per una cifra irrisoria da qualsiasi turista che voglia fare un’esperienza spaziale diversa. Ma questi esperimenti, a ben vedere, ben poco hanno a che fare con una architettura che miri a un rapporto sostenibile e vantaggioso per entrambe le parti tra abitare umano e ambiente naturale nel quale si inserisce.

Casa Caracol

In Italia, uno dei progetti contemporanei che si possono indicare come esempio e simbolo del diffuso interesse per il rapporto tra Architettura e Natura, è senza dubbio il Bosco Verticale di Stefano Boeri Architetti, realizzato nel 2009 e situato nel centro di Milano, a due passi dalla stazione ferroviaria Garibaldi, tra la nuova Piazza Gae Aulenti e Corso Como.

Il progetto del ‘Bosco Verticale’, come già si capisce dal nome, si propone come un ecosistema all’interno di un sistema urbano, […]

CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO SULLA RIVISTA (N.2 – Estate 2018)

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