“Il Poema della terra”: come sta cambiando il rapporto tra cultura e natura oggi – Editoriale Estate 2018

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Nel 2014, tornato in Africa dopo 20 anni in Europa, il fotografo Fabrice Monteiro rimane colpito dall’incredibile modifica subita dal paesaggio che aveva lasciato, dalla quantità di rifiuti e inquinamento. Ne nasce una serie di fotografie, intitolate “The prophecy”; la quarta della serie è la copertina che abbiamo scelto per questo numero de L’Opinabile.

Una figura umana, sorta di divinità-totem, si innalza sul mare, verso l’orizzonte. Un’onda si infrange davanti a lei, i rigidi capelli africani volano al vento, il lungo vestito è fatto di spazzatura. Rifiuti trovati sul luogo stesso dello scatto e cuciti insieme. La fotografia va oltre la semplice denuncia ecologica, mettendo in relazione disarmonica una figura ancestrale di umanità e la plastica colorata del suo vestito. Sorta di arlecchino africano vestito si rifiuti non riciclabili, la figura racchiude in sé e rappresenta allo stesso tempo il primo e l’ultimo essere umano, la nascita e la morte della nostra cultura, coltura.

Ci sembrava questa la migliore copertina per introdurre il tema di questo numero, quello del rapporto tra cultura e natura, perché ai nostri occhi questa immagine mette in moto un nodo strettissimo di problematiche che non vanno semplicemente a chiamare in causa l’orrore dell’inquinamento in senso ecologista, ma la natura stessa dell’essere umano, messa in pericolo dalla sua cultura, dallo stato attuale del nostro rapporto con la natura. Insomma: non trattiamo solo e semplicemente del rapporto tra uomo e natura, ma della polarità, interna a ogni individuo (anche quindi in senso freudiano) tra la sua natura e la cultura del vivere in comunità, pulsione e controllo. Si faccia caso ad esempio come la disposizione ricordi da vicino il famoso quadro di Friedrich (viandante sul mare in nebbia https://it.wikipedia.org/wiki/Viandante_sul_mare_di_nebbia ), in cui un uomo, di spalle, osserva un mare in tempesta. Vi sono, in quel quadro, due poli: un uomo occidentale, vestito di tutto punto, che con gli occhi della cultura rimane affascinato dalla forza, dall’organizzazione disordinata della natura. Ma non si fonde con essa; si fa spettatore dando le spalle a chi osserva il quadro, mettendosi nella sua stessa prospettiva, da fuori. E viene da pensare anche alla poesia di Whitman, The voice of the rain, in cui un uomo chiede alla pioggia: “who are thou?” e lei, strano a dirsi, risponde. “sono il poema della terra”, dice. La pioggia, in generale l’evento/legge della natura (la ‘precipitazione’), come linguaggio e quindi come cultura, poema. Ma il tutto si svolge ancora in un dialogo, botta e risposta tra due entità distinte, per quanto unite, immerse l’una dentro l’altra.

And who art thou? said I to the soft-falling shower,

Which, strange to tell, gave me an answer, as here translated:

I am the Poem of Earth, said the voice of the rain,

Eternal I rise impalpable out of the land and the bottomless sea

[…]

(Walt Whitman, The voice of the rain)

 

Nella fotografia di Monteiro accade qualcosa di simile, ma in maniera che sembra più sintetica tanto da annullare la differenza tra le due entità. La distanza sembra diventare nulla nel “luogo” o nel “corpo” dell’essere umano. L’elemento fortemente africano della copertina che abbiamo scelto per questo numero restituisce alla figura un che di selvaggio, superstizioso e “naturale” che la rende in qualche modo risalente a un’epoca in cui l’uomo era del tutto immerso nelle terribili leggi della natura. Ma il suo vestito, non biodegradabile, fatto di consumo e colori chimici, ne distorce le peculiarità, allontanandola e immergendola in un tempo diverso da quello a cui sembra appartenere. Come una divinità antica risorta che si ritrova in un mondo sommerso di spazzatura.

Si rappresenta quindi artisticamente qualcosa di simile a quanto accaduto, su un versante culturale, a quella tribù che, non avendo avuto mai contatti con l’uomo bianco, divinizza l’aeroplano. Un elemento tanto estraneo da essere anacronistico, che viene riassorbito nell’ordine “naturale” delle cose, in una cultura superstiziosa. E ancora: lo stesso accade a un livello persino biologico: la famosa isola di plastica grande quanto la Francia che galleggia nell’oceano pacifico, infatti, è colonizzata da miliardi di organismi, più o meno micro-; si sta disintegrando in particelle sempre più microscopiche fino a entrare nella catena alimentare… insomma, la plastica sta entrando nell’ecosistema dell’intero organo vivente che è il pianeta. Viene riassorbita nell’(eco) sistema

Si potrebbe quindi arrivare a dire che per quanto l’uomo possa tentare, non uscirà mai da una condizione “naturale” di animale superstizioso, né dalla propria condizione biologica di essere cosciente, soggetto alla propria natura di selvaggio come a una sorta di forza di gravità psichica. Il che pare esatto, ma sarebbe riduttivo. Infatti, se oggi sembra essere in voga un grande ritorno alla natura, ovvero al bio, contro gli OGM, a diete nuove eccetera, questo in realtà sembra essere una spia di quanto oramai l’uomo da social network sia lontano dal mondo naturale. A chi, in maniera praticamente superstiziosa, cerca prodotti non chimici al supermercato, risponde chi, scientista non meno religioso, tutto è chimico. Tutto è naturale, niente, nemmeno ciò che è creato in laboratorio, è estraneo alla natura materiale della realtà fisica.

È un dato di fatto innegabile: l’uomo non fa altro che usare, sempre meglio e sempre di più, le leggi della natura a suo vantaggio. La stessa clonazione, le cellule staminali, la conoscenza astrale, gli OGM, i trapianti a cuore aperto e i vaccini… tutto rientra nelle leggi della natura che abbiamo saputo capire e sfruttare al meglio. E così, la moda per il naturale non appare altro che essere una tendenza culturale di animali che hanno del tutto perso l’idea di cosa sia la natura. Si prendano gli attivisti per i diritti per gli animali che entrano in una fattoria, la sera, e liberano le mucche e le galline. Adattano un concetto culturale, quello di libertà e persino di diritto alla vita, al mondo animale. Questi stessi, nella stragrande maggioranza dei casi, sono vegani che inorridiscono all’idea che un cane sia un animale che ha bisogno di carne per nutrirsi, che un leone abbia l’istinto di uccidere e mangiarsi una gazzella. Una totale ignoranza in fatto di “natura”, o una troppa conoscenza in fatto di “cultura”. O meglio, una confusione e una perdita della linea che separerebbe i due poli.

Così, da tutti i piccoli segnali che caratterizzano il nostro tempo, possiamo indicare un tilt tra natura e cultura, con sovrapposizione della seconda a schiacciare la prima. Cosa fanno i terrapiattisti se non rifiutare in maniera del tutto ideologica un dato di fatto, una terribile legge di natura, per riportare la terra a una forma più comprensibile, a una posizione centrale rispetto al sole? Cosa fanno i no-vax se non rifiutare una legge di natura – il fatto che una dose esatta di vaccino alleni il corpo a immunizzarsi contro data malattia – per il fatto di non capire che non c’è niente di ‘innaturale’ nella cosa? E persino le teorie del complotto più tradizionali, come quella del gruppo massonico-ebraico (l’antisemitismo torna alla ribalta, tra parentesi) che comanda il mondo da una stanza in qualche banca o bunker? Non fanno altro che rifiutare la natura caotica del tempo – della Storia – e cercano di ricondurre il male a una volontà precisa. Rifiutano cioè il male come legge dell’esistenza, di natura, e lo considerano possibile da escludere. Perché totalmente immersi in una cultura (anche se non colti), ovvero in un modo di pensare, unico strumento che può operare una distinzione tra bene e male. Distinzione inesistente in natura, nella cinica oggettività del reale. Può essere strano, ma è necessario ricordare che un leone che uccide un cucciolo di zebra, non è cattivo. Né buono. Come sono inesistenti il sopra e il sotto, la destra e la sinistra. E il tempo. Relativi.

Cioè: siamo andati tanto a fondo nella conoscenza delle leggi dell’universo che non possiamo più accettarne la terribile verità. È un’ipotesi. Né però possiamo limitarci a indicare questi gruppi di creduloni e ignoranti tirandoci fuori dal garbuglio. Ne siamo tutti intrappolati: si pensi ai colossi del chimico e del farmaceutico. Si pensi a Monsanto: se fossimo oggettivi, e se considerassimo l’intero genere umano come un unico insieme, un’unica tribù, non potremmo che rallegrarci dell’esistenza di un colosso biochimico. Esiste un ente enorme, attivo in ogni parte del globo, che tramite la scienza permette di produrre con poco sforzo, e senza alcun problema legato a siccità, parassiti eccetera, cibo per tutti. Ci libera dalla lotta eterna per la sopravvivenza. Eppure non possiamo negare che queste multinazionali fanno paura, istintivamente; che il controllo eccessivo sui geni delle piante e degli animali risveglia in noi una qualche paura di tipo superstizioso, irrazionale. Tutti siamo sensibili al problema etico che si solleva nella clonazione di un essere vivente; tutti cogliamo il vero e proprio “peccato” contro la vita, contro dio che rappresenta lo scarico di una nave piena di petrolio e la morte che questo comporta. Tuttavia, a guardare tutto questo con gli occhi di un essere supremo, al di sopra dell’etica e della natura stessa, non ci sarebbe alcun problema da porsi. L’etica semplicemente non esisterebbe.

Siamo nell’epoca in cui due sembrano le corsie del pensiero più urgenti: la bioetica e la riflessione sull’intelligenza artificiale. Siamo cioè a cavallo tra la capacità di distruggere tutto e quella di creare una forma di vista consenziente. Stiamo per sorpassare i limiti posti da Dio stesso all’uomo primitivo. Si prenda il caso delle api robot recentemente brevettate da Walmart http://lopinabile.it/2018/04/09/brevettate-le-api-robot-zizek-diventare-piu-artificiali-per-essere-piu-ecologici/ . Con l’inquinamento e in particolare con l’uso massiccio di pesticidi ammazza tutto – tanto potenti da spingerci a modificare i geni delle piante che ci interessano perché resistano a tali veleni (questa è l’origine degli OGM) – le api stanno andando incontro a un’estinzione di massa. Ora: praticamente tutta la vita sulla terra dipende in qualche modo dalle api e dal loro lavoro di impollinazione. Stiamo cioè, letteralmente, distruggendo la vita su questo pianeta, compresa la nostra. Eppure, un rimedio sembra che sia possibile: creare noi stessi una forma di vita/intelligenza robotica, primitiva e non proprio senziente ma capace di sostituire le api nel loro lavoro. Sarebbe una cosa che supera ogni filosofia etica, e letteralmente una sostituzione dell’uomo a Dio. Se questi robot infatti dovessero riuscire a sostituire totalmente le api, significherebbe che tutta la vita, tutta la natura, così come la conosciamo dipenderebbe da un “essere” artificiale, creato da noi. Il confine tra cultura e natura sarebbe azzerato.

Anzi, probabilmente è già azzerato. È lecito chiedersi, ed è anzi una delle domande più cocenti della nostra modernità scientifico-filosofica, se esista davvero una coscienza. Questo è il problema ultimo che la possibilità di un’intelligenza artificiale mette in campo. Tranne ammettere l’esistenza di un Dio creatore, e di un aldilà, la natura con le sue leggi ci dice solo che noi siamo un insieme di cellule, di organi che collaborano solo con lo scopo di sopravvivere, e che i nostri sentimenti, l’amore e la tristezza, la depressione e la felicità, non sono altro che sinapsi elettrochimiche del cervello. Funzioni biologiche utili a garantire la sopravvivenza della specie. Dov’è la libertà? Dove l’ordine superiore, divino? Se un individuo ha una crisi mistica, uno stato di estasi profonda, invece di credere che parli con esseri di altri mondi, gli diamo una pillola che ripristina i giusti collegamenti neuronali ed ecco che il mistico torna alla normalità.

E allora, riproducendo questo complessissimo funzionamento neuronale che è la nostra coscienza in un cervello artificiale, quale sarebbe la differenza tra noi e lui? nessuna. Proprio nessuna. E allora, quale la differenza tra artificiale e naturale?

La questione è tanto profonda che sono nate nuove religioni per venire incontro a questa nuova e incomprensibile consapevolezza. Niente di diverso, in fondo, da quanto fanno gli adoratori dell’aeroplano. Si pensi a Scientology e ai Raeliani. Si tratta di due religioni vere e proprie, con fedeli e fanatici in tutto il mondo, una rete di chiese organizzatissima e una gerarchia da far invidia allo stesso Vaticano. La differenza è che nelle loro teoria tutto ciò che è trascendentale è riportato a una tecnologia avanzatissima aliena, il miracolo diventa sapere da laboratorio e tutto ciò che era divino è riportato alla scienza. Quindi alla conoscenza e manipolazione delle leggi che regolano l’universo. Non staremo ad approfondire, il lettore potrà trovare in rete migliaia di pagine su queste nuove religioni. L’idea di base è comunque sempre la stessa: non siamo stati creati da dio, ma da esseri alieni. I vari messia, da Buddha a Cristo, non erano altro che degli esponenti di questa civiltà tanto avanzata da creare, in un esperimento scientifico interplanetario, una forma di vita intelligente: l’essere umano. Adesso, dicono i fedeli, noi siamo arrivati quasi al livello di quella civiltà, e sta a noi diventare “dio”, colonizzare altri pianeti, creare nuova vita. Una filosofia del tutto opposta a chi, come Stephen Hawking, teme l’IA come una minaccia per l’essere umano, ma del tutto coerente, come altra faccia della medaglia. Rientrano in questo ordine di evoluzioni cultural-tecnologiche anche i post-umanisti, ovvero coloro che (Elon Musk ne farebbe parte) vedono una soluzione al conflitto possibile tra uomo e macchina nel potenziamento del corpo stesso dell’essere umano. Diventare noi delle macchine biologiche. Più memoria, braccia meccaniche, sostituire cuori mal funzionanti con artefatti più resistenti. Superare la nostra stessa natura. Un uomo con una parte del cervello computerizzata, capace di ricordarsi (per esempio) ogni singolo particolare della propria vita senza per questo diventare pazzo, è ancora un essere umano? È ancora quell’essere imperfetto – e nella sua imperfezione più libero dello stesso Dio – che i filosofi umanisti a partire dal rinascimento e fino al ventesimo secolo degli esistenzialisti hanno descritto e studiato? Le api robot, che fanno il loro lavoro non per produrre miele per la loro stessa sopravvivenza ma per un algoritmo, sono le stesse api che la natura – che Dio – ha creato? Chi scrive non è in grado di rispondere a questa domanda.

Ma la domanda si pone ed è pressante. E il semplice porsi questa domanda, la possibilità concreta di una tale passaggio dall’uomo a qualcosa di diverso, di “modificato”, rivoluziona del tutto quello che sinora si è pensato della natura. Di sicuro, la natura è ormai lontana da noi, o noi da lei. Eppure, talmente è estremizzata la distanza tra il mondo culturale e quello naturale, che i due poli sembrano entrare di nuovo in contatto e collaborare in una nuova forma di vita.

E allora, si può arrivare a ipotizzare che l’uomo è arrivato alla fine di un ciclo, alla fine di quel percorso che dalla condizione di natura ci ha permesso di passare a quella di cultura. Secondo l’antropologo Levi Strauss, infatti, esiste un momento preciso in cui nasce la cultura: quando si crea il divieto (il tabù) dell’incesto. Tratto comune a qualunque cultura umana. Qui, dal divieto “creato” con motivi quasi sempre religiosi, si vede come natura e cultura collaborino; si tratta di un passaggio di mediazione: una legge di natura (la necessità di mischiare i geni per migliorare la specie) si applica e si impone tramite una legge culturale.

Se ammettiamo che a partire da questo si crea la cultura, e quindi le leggi, la religione, il matrimonio eccetera, allora da quell’uomo primitivo si ricostruisce un percorso che attraverso la tecnica ci ha sempre più allontanato dalla natura – cioè dal “bisogno”. Abbiamo imparato a coltivare invece di affidarci al caso, alla ricerca di frutti selvaggi. A allevare invece di cacciare. A lavorare i prodotti per fare vino e formaggio. A incanalare l’acqua per portarla nel centro dell’urbe. A sfruttare le leggi della fisica insomma. Oggi, se questa polarizzazione si sta concludendo, e perde la sua ragione di essere nell’immagine di un uomo-cyborg, o di una divinità ancestrale vestita di plastica, potrebbe significare che sta finendo quel percorso cominciato all’età della pietra. Cioè, saremmo di fronte a una rivoluzione mai vista nella storia. In un certo senso, la nascita del superuomo formulata da Nietzsche, un uomo al di là del bene e del male, per il quale la differenza non ha più senso.

Ammesso, e non concesso, che saremo in grado davvero di superare la nostra natura (e la natura tout-court) per diventare qualcosa di più (o di meno?), invece di restarne impigliati dentro e autodistruggerci prima di diventare dei tecnologici.

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