Il cattivo che c’è in te – “Spigola o agnello” di Federico Riccato.

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Sembrerebbe, dal titolo (Spigola o Agnello di Federico Riccato, Bompiani), l’interrogativo che si pone una nonna quando pensa a cosa preparare per il pranzo della domenica, e in effetti è in parte così: questo è il dubbio che attanaglia la nonna sarda di Felice, proprio nel momento in cui i suoi genitori lo stanno concependo, ed è proprio questo l’interrogativo che forse incide sull’intero corso della sua esistenza.

Felice ha una trentina d’anni, ci racconta- un po’ alla Tristram Shandy- la sua vita fin dal momento del concepimento, e fin da bambino soffre di mal di testa. Cresciuto nella bambagia, ha sempre pensato di vivere con un biglietto che lo rendesse il primo in ogni circostanza, ma ha dovuto ricredersi quando, all’università, si è accorto di essere il numero tre. Ricercatore in biologia marina all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Felice trascorre il suo tempo, da sei anni, avventurandosi con la barca del dipartimento nelle acque del Lago dei Teneri, non quelle dove passano le gondole con i turisti, ma quelle paludose e piene di pantegane, per condurre le sue ricerche, che consistono nello studiare, o meglio contare, i pesci, in compagnia di pescatori come Raul e Ninin.

Il professore per cui lavora, però, ha da poco comunicato a Felice che ci vorranno dieci o quindici anni prima che possa sperare di ottenere un posto fisso all’università, e questa notizia è stata per lui come un treno che gli è passato sopra. Proprio durante il colloquio col professore, Felice ha cominciato a sentire la voce di Carmine Iki?, cognome slavo (gli slavi, vicini peraltro a Venezia, sono molto presenti nel romanzo, associati non solo alla delinquenza, ma anche alla tenerezza, come nel caso della vecchia).

Carmine detta a Felice una poesia, e da questo momento, in tutti gli snodi cruciali della vicenda, la voce di Carmine sarà una presenza costante. Felice è puro, ingenuo, e non farebbe del male a nessuno, mentre Carmine è esattamente il contrario: disincantato, cinico, spietato, non guarda in faccia a nessuno pur di raggiugere i suoi obiettivi, pur di dimostrare che è il numero uno (ricorda un po’ il film The Place), ed è pronto persino ad uccidere. Come dottor Jekyll e Mr Hyde, due nature opposte si confrontano.

Felice, durante una delle tante uscite nella laguna con la barca del dipartimento, si immerge con la muta da sub, quello che chiama “il costume dei matti”, e trova una cassa contenente moltissime monete d’argento, abbandonata lì, molto probabilmente, secoli prima, durante un’epidemia di peste: era usanza, infatti, dal Medioevo fino al Seicento, durante la peste a Venezia, che i monatti buttassero gli averi dell’appestato in mare, dove la salsedine li avrebbe disinfettati. Felice, spinto dalla voce di Carmine, decide di non consegnare le monete alle autorità, ma di cercare di far soldi dai soldi, un po’ come nel film Smetto quando voglio, trovandosi così a rivolgersi a loschi personaggi, come Enzo il salernitano, che vende gioielli falsi, Edoardo Menin detto Desert per via della pistola, l’ebreo che vende qualsiasi cosa, e Franco, il ricco cliente dell’ebreo.

Felice è talmente ingenuo che quando vede uno slavo picchiare la moglie interviene, finendo per essere maltrattato e per vedersi rubare dei soldi. Carmine influisce su Felice gradualmente, trasformandolo un po’ alla volta: Felice da agnello diventa spigola, tirando fuori la sua essenza più crudele, ma a volte ritorna candido. La contrapposizione tra spigola e agnello è, dunque, molto più di un interrogativo culinario, e riguarda non solo Felice ma ognuno di noi: cosa siamo? Pesce o carne? Rosa o nero? Quale parte prevale in noi? Che succede se vince la cattiva?

La spigola e l’agnello non sono gli unici animali del romanzo: la parte della laguna in cui Felice lavora è piena di pantegane, che coi loro occhietti furbi osservano il lavoro del biologo; durante uno dei soliti esami universitari a cui l’assistente deve sorvegliare, dentro di sé paragona uno studente ad un topo, a tal punto che mentre si dirige verso la cattedra gli sembra che lo faccia con le zampe posteriori; Franco, picchiato da Felice, è paragonato ad un maiale.

La prosa ha un ritmo veloce ed incalzante, ed il romanzo si legge tutto d’un fiato, arricchito da inserti di dialetto sia veneziano che, nel caso di Enzo, un mix di veneziano e salernitano, e da effetti surreali, come il racconto di Felice dell’autopsia a cui, immaginando di essere morto, viene sottoposto.

Questo romanzo fa riflettere sulla scissione interiore che è in ognuno di noi, sul doppio che fa parte di ogni personalità, con atmosfere e colpi di scena degne del miglior poliziesco, e un finale inatteso e sorprendente.

Marianna D’Onofrio

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