L’Europa alla deriva – le contraddizioni della politica europea sui migranti

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Di Valentina Palladini

La vicenda della nave Aquarius, ancora in mare nonostante la dichiarazione spagnola di accoglienza e dopo il rifiuto del ministro italiano Salvini di far attraccare la nave alle coste italiane, ha fatto emergere in tutta la sua gravità non solo il cambio di rotta della politica italiana sul tema dell’immigrazione ma soprattutto le contraddizioni in seno all’Unione europea. Che stavolta rischia davvero di affondare.

Lo spazio in questa rubrica è insufficiente e chi scrive è forse troppo mediocre – sicuramente non così preparata né colta -da riuscire a spiegare davvero, in modo semplice, la portata storica degli eventi che si stanno susseguendo in questi giorni. Come essere umano e come cittadina italiana (in questo caso e date le circostanze, fa la differenza) provo vari sentimenti: lo sgomento ed il dolore – ma anche la confusone, il dubbio, la rabbia. La complessità di quello che stiamo vivendo non lascia spazio a facili interpretazioni e, come ho detto più volte in precedenti articoli, a facili soluzioni: il mondo nel quale viviamo è complesso, molto complesso, la realtà e la narrazione di questa si combinano di continuo, e la verità – che non è mai una sola come dicono in molti ma lasciatemi dire che ho sempre creduto che poi, in fondo alle cose, esiste una verità che è più vera delle altre – ne paga le conseguenze. Perché nessuno vuole più la verità, tutti vogliono una storia.

Io non sono brava a raccontare storie, sono troppo prolissa e mi perdo nelle parole, però le storie mi piacciono. La storia che amo di più è la Storia, quella che si studia a scuola e che tanti do voi hanno odiato. Io l’ho amata ed ho continuato a studiarla anche dopo, perché pensavo – e lo penso ancora – che come non si possa capire nessun uomo senza conoscere la sua storia, beh allora la cosa deve valere anche per gli uomini, per l’umanità: se vogliamo capire chi siamo e come diavolo siamo arrivati a questo punto, la nostra storia (almeno a grandi linee che mica possiamo essere tutti Alessandro Barbero) la dobbiamo conoscere.

Mentre scrivo penso che questo articolo sarà un flusso di coscienza, non so come altro affrontare l’argomento. In effetti, sono fortunata ad occuparmi della rubrica sul’Europa, soprattutto perché la consegna dell’articolo ha coinciso con un periodo davvero morto per l’Europa, non succede mai niente…

Dicevo, troppo complesso riassumere quanto successo sino ad ora. Potrei farlo, in effetti, urlando una mia fantomatica opinione come farei su qualche social, più con l’impeto del tifoso che dell’analista, assumendo l’aria di chi la sa lunga e regalando opinioni definitive su fatti che – visto che stanno accadendo ORA – non possono essere del tutto chiari. Non è così che funziona la storia. Per capirla, una storia, la devi leggere fino alla fine.

Comunque, se gli ultimi giorni li volessimo raccontare come una sorta di fiaba – intesa come storia raccontata in modo “semplice” , potrebbe forse suonare così. Forse.

Ci sono degli uomini in mare, da qualche parte. C’è chi è preoccupato per la loro sorte, chi spera che vengano inghiottiti dalle acque. Vengono da luoghi lontani, cercano di arrivare dove siamo noi. Dove siamo noi è un posto con tanti problemi, dove ci sono persone che non stanno bene, però ce ne sono molte che – tutto sommato – stanno bene, e poi ce ne sono che stanno benissimo. Invece gli uomini che stanno in mare non stanno molto bene, perché se fossero stati bene rimanevano a casa loro. Qualcuno che abita dove siamo noi vuole che arrivino, questi uomini dal mare, ma non tutti per gli stessi motivi: alcuni vogliono aiutarli, farli vivere come noi e con noi, accoglierli; altri vogliono che vengano qui per sfruttarli, per trattarli come schiavi e arricchirsi non solo sulle loro spalle, ma anche sulle spalle delle persone che vivono qui e si trovano in difficoltà, ad esempio perché non hanno un lavoro. Poi ci sono altre persone ancora che questi signori venuti dal mare proprio non li vogliono vedere, non esistono, non devono esistere. Però esistono.

Non funzione eh? Questa storia non si può raccontare così.

Torniamo ai fatti e sfruttiamo queste poche righe che ci restano per mettere a fuoco dei punti. Come dicevo, la faccenda è complessa e così ho pensato che – come tento sempre di fare in questa rubrica – la cosa migliore è dare almeno qualche strumento per capire cosa sta succedendo. Non posso darne troppi, di strumenti, non li ho neanche io. Però possiamo cominciare con uno strumento specifico: la Convenzione di Dublino, anche detta Convenzione sulla determinazione dello stato competente per l’esame di una domanda di asilo presentata in uno degli stati membri delle Comunità Europee.

L’Italia, diciamolo subito, vuole cambiarla, e pochi sanno che alcuni parlamentari europei italiani stanno combattendo da anni perché avvenga. Ovviamente anche fra italiani stessi c’è un ampio dibattito sul tipo di riforma necessaria. Ovviamente abbiamo scoperto che ci sono esponenti non più meramente politici ma istituzionali che pensano che le modifiche in tema di immigrazione in Europa vadano fatte in altra maniera.

Devo anche precisare che, attualmente, è in vigore il Regolamento di Dublino II – che ha sostituito la Convenzione di cui sopra. Comunque. In sostanza, il regolamento che deriva da questa convenzione stabilisce, nell’articolo 13, che un richiedente asilo, una volta che sia accertato che è entrato nello stato membro illegalmente (che sia per mare, per cielo, per terra), provenendo da un paese terzo (quindi extra UE), allora la frontiera di uno Stato membro, lo Stato membro in questione è competente per l’esame della domanda di protezione internazionale. In altre parole, la responsabilità dell’asilo è del Paese di primo sbarco.  E qui casca l’asino, perché ovviamente essere un paese che affaccia sul mare, ad esempio, cambia le cose. Attenzione, perché questo è il perno di tutta la struttura che regge il c.d. Sistema di Dublino.

Diciamoci la verità, non credo serva spiegare perché l’Italia è più interessata della Svezia a cambiare questo regolamento. Una delle proposte di modifica presentata al Parlamento europeo recentemente riguardava proprio la necessità di cambiare la clausole di primo sbarco con una clausola di ripartizione tra stati membri, attraverso delle quote. Al momento, non se n’è fatto niente.

Perché venne deciso di applicare la clausola del primo sbarco? In teoria, per impedire ai richiedenti asilo di presentare domande in più Stati membri e per ridurre eccessivi spostamenti da Stato a Stato. Tuttavia, poiché il primo paese di arrivo è incaricato di trattare la domanda, questo mette una pressione eccessiva sui settori di confine, dove gli Stati sono spesso meno in grado di offrire sostegno e protezione ai richiedenti asilo.

Ora, capiamoci bene. E’ ovvio che il regolamento di Dublino vada cambiato. E’iniquo e soprattutto non rispetta neanche lontanamente una gestione coerente e lucida dei flussi migratori che stanno interessando l’Europa in questi ultimi anni. Però non possiamo farci trascinate dalla propaganda, che non risolverà il problema né per chi accoglie né per chi è accolto.

Parlare della decisione di Salvini di chiudere i porti o del razzismo imperante che si respira in Italia non è compito di questa rubrica, oggi. Sarebbe impossibile affrontare l’argomento e queste righe non finirebbero mai. Sono certa che il pensiero – seppur in minima parte –di chi scrive sia arrivato.

Questo articolo, a guardarlo bene, non ha né capo né coda. Avevo un solo obiettivo: far passar il messaggio – come sempre – che solo con la conoscenza e lo studio si possono cambiare le cose. Ci servono uomini preparati che vadano a contrattare – anche a brutto muso – sedendosi ai tavoli del potere. Non qualunquisti spietati che, sulla pelle degli ultimi, compiano scelte scellerate per ottenere il volto di altri ultimi.

 

Ps: non parlo di Macron e delle sue odiose dichiarazioni, perché poi dovremmo aprire il discorso della Francia che rifiuta il soccorso di una donna incinta a Ventimiglia, sulle loro frontiere chiuse, e sulla guerra in Libia che ha creato un tumulto implacabile di cui tutti noi subiamo gli effetti. Sono stati i sensibili francesi a guadagnarci, a discapito dell’Italia e non solo: qualsiasi articolo di Limes ve lo spiegherà meglio di me.

 

 

 

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