Non dimenticatevi di Elisabeth

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Paolo Sortino, Elisabeth, Torino, Einaudi, 2011.

La quantità di testi pubblicati ogni anno, in Italia, va al di là di qualsiasi capacità umana di lettura: fare una ricognizione anche soltanto lontanamente esaustiva di quello che è il panorama letterario degli anni Duemila è pressoché impossibile. Inoltre, vista la velocità di consumo, è molto difficile per un testo superare l’interesse suscitato nei primi sei mesi, nel migliore dei casi nel primo anno. E i fortunatissimi non riescono a superare il lustro, figuriamoci il decennio. Per tale motivo credo che sia necessario continuare a parlare di testi usciti qualche anno fa, al costo di scrivere recensioni molto tardive. Il tutto per potere rinverdire l’interesse intorno a testi posizionati in uno strano limbo: troppo giovani per essere considerati classici, troppo vecchi per infiammare ancora il dibattito sulle ‘novità’.

Oggi, mi preoccupa parlare di un testo che, fortunatamente, ha riscontrato un certo successo di critica, ma che, a parer mio, merita di uscire dalla nicchia degli studiosi per essere apprezzato da un pubblico più vasto. Questo testo è Elisabeth di Paolo Sortino.

Il testo è la versione romanzata, fortemente romanzata, di un fatto di cronaca dai tratti mostruosi: il caso Fritzl. Josef Fritzl ha segregato sua figlia in un bunker per 24 anni: ripetutamente stuprata. la ragazza è rimasta incinta per ben sette volte dei suoi figli/fratelli. Tre di questi bambini condivisero la prigionia della madre, crescendo in un mondo piccolissimo; gli altri furono accuditi dal padre aguzzino nel mondo di fuori. Nel 2008, per una serie di circostanze che non sto qui ad anticiparvi, tutte queste persone riuscirono a liberarsi, emergendo dalla loro prigionia.

Lo spunto non era facile da affrontare: come raccontare 24 anni di segregazione senza annoiare? Come evitare di scadere nel disgustoso solo per catturare l’attenzione del lettore? Come rispettare la vita di queste persone, senza cedere al virtuosismo letterario che illumina l’autore più che il soggetto trattato? La sfida non era facile, eppure il risultato è uno dei testi più emozionanti apparsi nella letteratura italiana negli ultimi vent’anni. Il tutto senza essere fastidiosamente lacrimevole.

Prima di tutto, Sortino rinuncia all’impossibile: spiegare perché questa cosa è successa. Spiega, sì, le ragioni materiali che hanno reso possibile la prigionia, ma non quelle profonde, psicologiche o sociologiche che siano. Neanche quelle metafisiche. Questa mostruosità è e può essere raccontata: ciononostante, la trama non va alla ricerca della causa prima dell’orrore.

La trama, da come si evince dal titolo, ruota intorno al desiderio di vita di Elisabeth, l’imprigionata: quando l’orribile diventa la norma, la voglia di vivere diventa quello scandalo che, ostinato, cerca di sbrecciare il nerissimo muro del quotidiano per andare alla ricerca di spiragli, fori in cui fare entrare un minimo di luce. Paradossalmente, questa ragazza seppellita viva riesce a far affermare la vita: la relazione incestuosa è, nonostante tutto, l’inizio delle sue gravidanze e quindi della possibilità di entrare in contatto con l’amore attraverso il volto dei suoi figli. La maschera del mostro paterno si sublima nel volto gioviale dei figli, esseri fragili resi vivi dall’affetto della propria madre.

Il testo emoziona non attraverso l’esposizione dell’eccezionale, della rottura radicale dalla norma che ci si aspetterebbe da una narrazione del genere, ma dal continuo emergere del gesto d’amore nonostante intorno l’oscuro regni. Un gesto che non è eroico, bensì quotidiano: anzi, sarebbe risultato addirittura banale e noioso, se intorno ci fosse stata una situazione normale. Di conseguenza, il testo illumina questi gesti, mostrandone la forza universale, la quale, purtroppo, generalmente viene messa in ombra dall’indifferenza che proviamo nei confronti di ciò che ci sembra ovvio: le cure di una madre.

Oltretutto, nel testo c’è anche l’amore di questo padre nei confronti dei figli/nipoti: il loro dipendere in maniera assoluta dalle sue cure rende quest’uomo capace di gesti di affetto molto intensi, che però sono espressione del suo desiderio di controllo. Controllo che non è nient’altro che il desiderio di essere amato in maniera incondizionata e totale, come una sorta di divinità virile che tutto può.

Il grande assente in questo romanzo è l’Altro, inteso come la comunità umana che vive oltre le azioni di questa famiglia incestuosa: Sortino scava in questo oblio e pone il lettore di fronte a questo mondo di pochissimi metri quadrati. Il testo non è una gara di resistenza, non pretende coraggio dal lettore: fa appello all’empatia, alla possibilità di provare emozioni di fronte alla presenza dell’altro.

Elisabeth è il tentativo di dirci: non dimenticatevi di Elisabeth, non dimenticatevi di chi un giorno, all’improvviso, scompare senza lasciare spiegazioni. Perché il punto non è tanto trovare la causa o la ragione di qualcosa, ma il non restare indifferenti alla possibilità dell’esistenza di questa ragione. Perché rinunciare alla ricerca – come accade per il poliziotto invaghito di Elisabeth all’inizio del testo – potrebbe essere la tortura dell’altro.

Gerardo Iandoli

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