Philip Roth did the best: cinque romanzi da leggere assolutamente

Condividici

Il 22 maggio 2018, all’età di 85 anni, è morto lo scrittore Philip Roth. Ecco i romanzi da leggere secondo Raphaëlle Leyris (Le Monde).

“I did the best I could with what I had” (“Ho fatto il meglio che potevo con quello che avevo”), disse Philip Roth nel 2012, annunciando che non avrebbe più scritto. Non aveva più niente da raccontare. Morte per “insufficienza cardiaca”, come la sua scrittura qualche anno prima di lui. Era stanco, soffriva da anni di un terribile mal di schiena. 30 romanzi pubblicati durante la sua vita, mettendo a nudo, senza pietà ma senza condanna, anzi talvolta con sarcasmo, i difetti della società americana, e quindi le inquietudini del nostro tempo, smascherato le nostre ipocrisie. Negli ultimi tempi diceva di non leggere più narrativa ma solo saggi. Ad annunciarne la morte è stato il New Yorker, poi il decesso è stato confermato dal suo agente letterario, il temibile Andrew Wylie, conosciuto come “lo sciacallo”, che di Roth aveva fatto il marchio della sua squadra vincente.

Ecco i 5 romanzi di Philip Roth da leggere per farsi un’idea precisa della sua opera.

  • «Lamento di Portnoy » (1969) traduzione di Letizia Ciotti Miller, Bompiani, 1970.

Ovviamente. Questo romanzo divertente e irriverente portò gloria e scandalo a Philip Roth. Nello studio del suo psicanalista, Alexander Portnoy, 33 annni, parla mettendo in mostra da una parte la lotta che si svolge in lui tra le sue alte aspirazioni e i suoi principi  (è incaricato presso il sindaco di New York della lotta alla discriminazione) e dall’altra le sue ossessioni sessuali. Racconta della sua scoperta della masturbazione, come è diventato un  « Raskolnikov della pugnetta », in un susseguirsi di scene crude e spesso comiche a fare da sfondo alle figure dei suoi genitori, immigrati ebrei di Newark, et in particolare sua madre, convinta che il figlio passi tutto quel tempo in bagno perché è colpito da coliche – questa Sophia così soffocante, si impone da subito come uno dei più grandi archetipi della “madre ebrea”.

  • La mia vita di uomo (My Life As a Man, 1974)

Scritto nella stessa epoca del Lamento di Portnoy, questo romanzo, da leggersi in parallelo, descrive un giovane uomo appartenente alla stessa classe sociale, ma molto più impacciato di Alexander Portnoy. Ispirato dal primo matrimonio catastrofico di Philip Roth, My life as a man racconta l’unione “alla ricerca del disastro”, di Peter Tarnopol, scrittore promettente di 26 anni, e Maureen, una donna più vecchia di lui, che l’ha obbligato a sposarla fingendosi incinta. Due “finzioni utili”, che mettono in scena per la prima volta Nathan Zuckerman, futuro doppio dell’autore, introducono il racconto, prima che Tarnopol parli della sua “vera storia”, nella seconda parte di questo romanzo serio ma folle, dove si delinea per la prima volta una riflessione di Philip Roth sul rapporto tra scrittura e vita.

  • Il teatro di Sabbath, traduzione di Stefania Bertola, Mondadori, 1996

Con il personaggio “pazzesco” di Mickey Sabbath, Philip Roth, ormai sulla sessantina, riprende la truculenza degli esordi e la porta a un punto di incandescenza. Addirittura: tutti i personaggi precedenti di Roth hanno l’aria di bambini del coro di fronte al marionettista di 64 anni, dalle dita deformate dall’artrosi ma dalla libido letteralmente demente, che, a mo’ di ultimo omaggio, si masturba sulla tomba della sua amante preferita, e oscilla in permanenza tra voglia di farla finita e bisogno di godere ancora. Mickey Sabbath, è come Alexander Portnoy se fosse invecchiato e avesse rifiutato di invecchiare, spinto dalla paura della morte, mescolata al fascino per essa, sempre più in là nella frenesia pornografica. Un anziano “disgustoso” e che se ne frega. Grottesco? Volentieri. Lo sarà sempre meno del “senso della vita [che] tende verso l’incoerenza. Di una libertà folle, questo romanzo e il suo protagonista, che furono entrambi tacciati di volgarità, hanno fatto vincere a Philip Roth il National Book Award.

  • La macchia umana, traduzione di V. Mantovani, Einaudi, 2001

Ultimo volume della trilogia americana di Philip Roth, dopo ho sposato un comunista et Pastorale americana, La macchia umana è probabilmente il libro più conosciuto dello scrittore. Il narratore è Nathan Zuckerman, che racconta la storia del suo vicino, Coleman Silk, ex insegnante di lettere classiche alla Athena University, colpito dallo scandalo per aver chiesto se gli allievi assenti dall’inizio dell’anno erano degli “sppoks”, cioè degli zombie, termine usato anche in gergo per designare gli afroamericani – Silk non sapeva che gli allievi in questione erano effettivamente neri. Spinto a dimettersi, diventato vedovo dopo un attacco cardiaco della moglie, si ritrova due anni dopo in preda a un ricattatore che minaccia di rendere nota la sua relazione con una donna delle pulizie dell’università (“è fatto di notorietà pubblica che sfrutti sessualmente una donna oppressa e illetterata che ha la metà dei tuoi anni”, si legge in una lettera). Se la narrazione, virtuosa, procende per andirivieni nel tempo, Zuckerman, dal canto suo, parte dall’anno 1998 dello scandalo Monica Lewinsky, in occasione della quale i suoi concittadini si sono potuti sfogare nella “più vecchia passione federatrice d’America, forse il suo piacere più pericoloso il più sovversivo storicamente: la vertigine dell’indignazione ipocrita”. Come lo scandalo Lewinsky, questo romanzo ha qualcosa del “termometro nel culo dell’america”, secondo l’autore, e allo stesso tempo una potente riflessione sull’identità e la libertà.

  • Il fantasma esce di scena (Exit Ghost, 2007)

Ultima apparizione di Nathan Zuckerman. A 70 anni, recluso da undici, umiliato dall’operazione alla prostata che l’ha reso impotente e incontinente, il protagonista di Lo scrittore fantasma (The Ghost Writer, 1979), Zuckerman scatenato (Zuckerman Unbound, 1981), La lezione di anatomia (The Anatomy Lesson, 1983) e La controvita (The Counterlife, 1986), ritorna a New York per un’operazione. E ritrova la vita, cioè il furore della politica – siamo all’epoca della rielezione di George W. Bush – e, soprattutto, con il caos del desiderio. Si innamora follemente di una donna bellissima di 30 anni. Philip Roth offre al suo alter ego una sorta di disperazione allegra, una dolce malinconia. Ne Il fantsma esce di scena si trovano ricchissime pagine sulla malattia, il desiderio, la vechiaia che non si è vista arrivare, gli istanti di grazia che bisogna cogliere. Un anno prima di questo libro, Philip Roth aveva pubblicato quel terribile protuario di decomposizione che era Everyman (2006), punto di partenza del magnifico ciclo finale della sua opera, tra cui bisogna segnalare anche Indignazione (Indignation, 2008), L’umiliazione (The Humbling, 2009), Nemesi (Nemesis, 2010).

 

Be the first to comment

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*