Le Grand Ensemble / “Souvenir d’un future”

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G. E. Jewbury, scrittrice e figura di spicco del demi-monde letterario londinese, in una sua pubblicazione del 1851 dal titolo “Letters” scrive: “I suoi servizi sono come tanti elefanti bianchi dei quali nessuno può fare uso, obbligando chi li riceve a manifestargli gratitudine anche se lo hanno portato alla rovina”.
La considerazione deriva da un’usanza siamese riguardante la consuetudine dei sovrani thailandesi di regalare un elefante bianco ad aristocratici che non godevano più della loro simpatia, costringendoli a rovinarsi per matenere il sacro pachiderma, avente spropositati costi di mantenimento ed un beneficio economico di ritorno, assente.
Più avanti nel tempo l’espressione “éléphant blanc” superò varie barriere geo linguistiche fino ad approdare sulle latine sponde ed essere coniata nella felicissima locuzione sturziana “Cattedrale nel deserto” (di felicissima memoria anche pasoliniana, ma di questo parleremo un’altra volta).
I “White Elefants” esistono anche e soprattutto in quelle città europee cui siamo abituati ad attribuire un sentimentalismo epistolare senza accorgerci che anche e al di sopra di tutto, esso ha forti basamenti nell’ultra moderno relitto dei tempi.
I “Grand Ensembles” dipingono imponenti i quartieri limitrofi a nord-ovest di Parigi, con discreto silenzio. Oltre la Senna, oltre le ricche fondazioni, oltre i “Trionfi”, scopri che piccoli comuni come Courbevoie (su cui sorge la stessa Défance, avveniristica opera civica di stampo haussmanniano) o ristrette zone come Nanterre, sono le manifestazioni cementizie delle entità che li abitano. Figure dimesse ed antiche fatte di carta velina, che escono fuori dalle crepe dell’asfalto come gramigne disidratate, staticamente commoventi, autoimmuni, incapaci di movimento, statue di cartapesta.
Un modello urbanistico di Public Housing a chiazze, eretto a cavallo fra gli anni 50 e gli anni 80.
Un ventennio di edilizia residenziale pubblica, post rivoluzione industriale, destinata ai meno abbienti e di cui usufruiscono attualmente solo degli anziani, malinconici abitanti.
Questi vecchi paladini di un bastione immaginario, difendono “La Fortezza” dai “Tartari” in una fuga del tempo. Lì dove nasce “La Difesa di Parigi”, La Défence, come commemorazione verso i caduti della guerra franco-prussiana, vagano i “veterani” con i loro carrelli della spesa a quadri, i loro cappotti di lana pesanti come giovani soldati a Stalingrado e gli iridi lucidi e pallidi di cellulosa. L’architettura funzionale ora, appare come una cittadella da salvare dall’inerte minaccia incombente di un invasione da parte dei “Regni confinanti”, che spezzi il tenero epico coraggio degli “attendenti” a servizio di quel maggiore che li ha tenuti a sè anacronisticamente per trenta o quarant’anni.
In alcuni punti sorgono palazzi dal potente effetto Flip Horizon. Un gioco di superfici lucide e lamine specchiate che si riflettono l’un l’altra. Frutti lucenti maturi e penzolanti che brillano nell’imminenza del sole, ossidati nell’altezza dalle correnti che passano come potenti soffi sui tetti delle città, in un test di Rorschach reale, tangibile, vero.
Gli edifici sfilano su una passerella verticale, tendendo al cielo fra rigorose linee razionali, sulle grandi, futuriste strade non alberate, fra cui Avenue Pablo Picasso.
Alcuni palazzi si flettono, inchinanandosi reciprocamente verso gli altri in un ossequio architettonico di baci e riverenze. La fotocopia fotografica di questi edifici di zucchero si anima, imprigionata da una lente filtro pastello, e le superfici specchiate di rame
carezzevoli nella loro durezza, cingono da divinità protettrici illusioni passate e presenti.

Laurent Kronental, giovanissimo fotografo reduce da un viaggio in Cina in cui ha scoperto i paradossi e le metamorfosi delle megalopoli restandone risucchiato, ha raccolto in uno studio specifico dal 2011 e tutt’ora in corso, una splendida collezzione di scatti delle aree sopracitate.
Vincendo il settembre scorso, il “Circulation(s) Festival” (rassegna dedicata esclusivamente ai giovani talenti dell’ottava arte) Laurent si è aggiudicato pre tempore, vista la giovanissima età per questo tipo di consacrazione artistica, uno spazio nella casta degli “emanatori di immagini”.
Lo studio visivo tutto di Kronental farebbe supporre non si limiti a questa specifica quadra sul lato Nord Ovest della metropoli francese, ma che egli abbia l’intenzione di analizzare l’ etnoarchitettura del mondo, sezionata in un collage pulsante di composti riquadri in cui creature senza apparente vita , sia di cemento che di carne, restano in attesa sotto la tessitura urbanistica chiedendo con lo sguardo: I Tartari si sono già manifestati ed arresi o aspettano di sferrare l’ultimo, definitivo attacco?

Fra illusioni di ieri e di oggi, nei regni del mistero e della purezza, sparsi sul globo terracqueo rimangono le immagine di ciò che sono “Grandi ritratti”di intelligenze umane intrappolate in una mastodontica “Macchina pesante”.

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