L’ecologia dell’isola di plastica nel Pacifico. Il pianeta non ha bisogno di essere salvato.

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Nel pacifico, come molti già sanno, galleggia un’isola fatta di rifiuti non biodegradabili (plastica) grande almeno quanto la Francia. Quel che non tutti sanno, è che quest’isola non rappresenta semplicemente un corpo fatto di morte: al contrario, moltissimi microorganismi la popolano e la stessa plastica è ormai entrata nel ciclo alimentare. L’equilibrio della vita ne sarà totalmente sconvolto, ma questo non significa la fine della vita su questo pianeta, quanto la fine di un habitat adatto alla vita dell’essere umano.

SALVARE IL PIANETA: George Carlin è un famosissimo comico americano, capostipite della tradizione della comicità politicamente scorretta all’americana (quella a cui Luttazzi si ispira, per capirsi). Moltissimi suoi monologhi sono degni di nota, per la sua capacità di sollevare questioni anche piuttosto serie mettendo a nudo l’ipocrisia della civiltà occidentale, americana in particolare. Uno di questi riguarda il pensiero ecologista, quel presuntuoso “salviamo il pianeta” che echeggia negli slogan degli animalisti. Le balene, le lumache.

 

Ma ovviamente il pianeta terra, la vita, se la passa benissimo. è sopravvissuta a disastri ben peggiori dell’inquinamento umano. Crediamo davvero di poter essere una minaccia per il pianeta terra? ovviamente la questione è quella di salvare l’essere umano, il nostro habitat. Mantenere la terra vivibile per la nostra specie. Non certo in nome della vita. Anzi, si potrebbe arrivare a dire, aggiunge Carlin, che la terra ci ha creato proprio per uno scopo ben preciso: avere la plastica. Quando il nostro scopo sarà raggiunto, una scrollatina si spalle per eliminare la nostra specie e cominciare un nuovo algoritmo vivente, magari con la plastica.

L’ISOLA DI PLASTICA: la notizia – anche se in realtà si tratta di una cosa nota dagli anni 70 – ha circolato in italia poco tempo fa. un’isola di plastica, che potrebbe essere grande, secondo le stime, quanto l’intera penisola Iberica (secondo altri ancora di più), galleggia al largo dell’oceano pacifico.

Si chiama Pacific Trash Vortex, o grande chiazza di immondizia del Pacifico (Great Pacific Garbage Patch) o semplicemente isola di plastica, si trova tra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord.

La cosa, ovviamente, colpisce la fantasia. Colpisce avere un’immagine così forte dell’inquinamento degli oceani, e di riflesso, di tutto l’ecosistema. E un’immagine così forte dà tutta la misura di quanto sia necessario mettere in discussione sia il metodo di produzione attuale – industria, inquinamento, obsolescenza programmata in nome della crescita. Ma aiuta anche a vedere come sia da rimettere in discussione anche il pensiero ecologista tradizionale, che vorrebbe un riavvicinamento alla natura tout-court, in maniera acritica. Tanto che forse una soluzione più valida sarebbe, piuttosto che tornare a un mondo senza o con poca elettricità e consumi vari, a una società ancora più avanzata, ancora più tecnologica, cioè più efficiente.

Tuttavia lo spunto più importante sta nel capire che la plastica è, certo, un problema per la sopravvivenza di infinite forme di vita, compresa la nostra, ma che allo stesso tempo non bisogna immaginare questa isola di immondizia come un corpo estraneo, una sorta di blob alieno.

Come non ha senso veramente parlare di qualcosa di “naturale” in opposizione a qualcosa di “artificiale”, dato che tutto ciò che esiste… esiste; così, quest’isola di plastica rientra nel ciclo della vita. Infatti, se anche domani con qualche tecnologia gigantesca ripulissimo l’isola, il problema non sarebbe risolto. La plastica è giù entrata in circolo, per così dire, già fa parte dell’ecosistema. Il problema, insomma, si pone al massimo per la sopravvivenza dell’essere umano, non per quella del pianeta.

VITA CON PLASTICA: Mentre i rifiuti galleggianti di origine biologica sono spontaneamente sottoposti a biodegradazione, in questa zona oceanica si sta accumulando un’enorme quantità di materiali non biodegradabili come plastica e rottami marini. Anziché biodegradarsi, la plastica si fotodegrada, ovvero si disintegra in pezzi sempre più piccoli fino alle dimensioni dei polimeri che la compongono; nondimeno, questi ultimi restano plastica e la loro biodegradazione resta comunque molto difficile. La fotodegradazione della plastica può produrre inquinamento da PCB.

Il galleggiamento delle particelle plastiche, che hanno un comportamento idrostatico simile a quello del plancton, ne induce l’ingestione da parte degli animali planctofagi, e ciò causa l’introduzione di plastica nella catena alimentare. In alcuni campioni di acqua marina prelevati nel 2001, il rapporto tra la quantità di plastica e quella dello zooplancton, la vita animale dominante dell’area, era superiore a sei parti di plastica per ogni parte di zooplancton.

L’isola costituisce un nuovo ecosistema dove la plastica è colonizzata da circa mille tipi diversi di organismi eterotrofi, autotrofi, predatori e simbionti, tra cui diatomee e batteri, alcuni dei quali apparentemente in grado di degradare la materia plastica e gli idrocarburi. In esso si trovano anche agenti potenzialmente patogeni, come batteri del genere vibrio. La plastica, a causa della sua superficie idrofobica, presenta una maggior resistenza alla degradazione e si presta a essere ricoperta da strati di colonie microbiche.

Insomma, il pianeta se la passa alla grande, con o senza di noi. Con o senza plastica, la vita continua. Non necessariamente la vita come la conosciamo noi, né la vita umana. La natura, semplicemente, non se ne accorge, non si preoccupa del nostro destino né di quello di nessun altro essere vivente.

Natura: Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

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