Tom Wolfe, The Wolf”e” of Park Avenue

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Mi capitò anni fa di partecipare direttamente ad una richiesta che certamente avrebbe divertito Tom Wolfe. Non per la sua originalità né per la sua faziosità.
In tutta la vicenda vi è una banalità disarmante e quell’uovo del serpente covato ma mai schiuso che attraversa generazioni ed epoche restando caldo e silente. L’uovo del conformismo, della doppiezza.
Nella suddetta proposta trapelava il desiderio di una mia conoscente, in un conviviale frangente tardo pomeridiano di cocktail, di infrangere quel limite urbano conosciuto come piazza Bologna per approdare pericolosamente ai Ponti del Laurentino 38.
Ispirata dal progetto suburbio-turistico, leggevi una personale idea di spudoratezza nei suoi occhi, la traccia di aver chiesto a noi tutti di seguirla in un’impresa fitzcarraldiana dalle tinte fosche e banditesche.
Il desiderio di travalicare quel proprio misero microcosmo per giungere a distanza di pochi chilometri nella “sordida periferia capitolina”. Ignorare un mondo infinito intorno a sè, molto più esteso in cui accadono prodigi e catastrofi, ad un grido di battaglia più composto e solleticante: “Voglio vedere il brutto.”
Non arrivammo mai ai Ponti. La proposta si sgonfiò un po’ per la lontananza del luogo, un po’ perchè giustamente ridimensionato il tutto come una spacconata.

14 gennaio 1970. In una Penthouse a Park Avenue su due piani, elegantemente arredata, si consuma l’ennesimo discorso pseudo filantropico e pruriginoso di una certa classe democratica facoltosa, su quanto fascino e potenziale abbiano le minoranze, i sovversivi ed i ghetti. Una risorsa da non lasciarsi scappare, da spremere come un giullare alla corte del re.
La sinistra newyorkese non vuole perdere l’occasione di rinfrescare i propri ideali, nel momento di massimo fulgore contestatario, quando lo specchio per le allodole del solidale non ha ancora ma sta per riflettere l’eterna illusione.
Ci troviamo a casa del noto Leonard Bernstein, la cui moglie, Felicia Montealegre è l’anfitriona.
Questa regina dei salotti, inizialmente attrice cilena di sceneggiati televisivi tratti da famose opere letterarie fra cui l’abusato Ibsen e divenuta in seguito moglie del compositore/direttore d’orchestra e militante chic (non me ne vogliate per lo “slash” ma Wolfe avrebbe gradito, forse…), ha invitato tutti gli habitué del gotha intellettuale metropolitano ad un party esclusivo in cui i facoltosi e sofisticati invitati peroreranno la causa di scarcerazione di alcuni esponenti delle Black Panters.
Sarà l’ultima volta che i ritrovi saranno chiamati party. Troppo frivolo. Da quel momento saranno riunioni, e probabilmente è da imputare a toni come questo l’essersi presi, da quel momento noi creature terrestri, troppo sul serio.
Non esattamente gli interlocutori e la causa che ci si aspetta venga sostenuta dalla pur aperta e progressista intellighenzia di Manhattan, ma l’esito è il proscioglimento dei condannati. Merito delle Wasp che organizzano comitati anti bellici o meglio dei loro mariti?
Negli anni sessanta e settanta diventò estremamente di moda, per gli intellettuali newyorkesi ricchi e affermati, ospitare ai propri ricevimenti ogni possibile rivoluzionario radicale, dalle Black Panters agli antimilitaristi, dagli hippy psichedelici ai performer da happening sperimentali. Serate mondane all’insegna di “Invita una Pantera nera al cocktail party”.
Tom Wolfe, che ne ha frequentate buona parte denudandole, ne crea uno stupendo, mirabolante affresco. Nel giugno del ’70 compare per la prima volta il saggio “Radical chic & Mau-mauing the Flak Catchers”, che raccoglie due articoli pubblicati originariamente sul New York Magazine.
Scarnifica e seziona le vere attrazioni da freak show, quei ricchi annoiati e falsi nella loro convenzionale rivoluzione socio culturale. Uomini lupo in completo, donne barbute in tubini Givenchy pastello anemico, bio rarità vestite di lino e sciarpe alla Isadora Duncan, e qualche ottuagenaria con collane dalle abnormi perle. Pochi come lui sono stati incisivi, irriverenti e fortemente satirici nel descrivere analiticamente l’ipocrisia filantropica che ha animato ed anima tutt’ora i simposi letterari del bel mondo.

“Per la prima volta nella sua vita, egli vedeva un angoletto di ciò che viene solitamente chiamato con il terribile epiteto di “alta società”[…] Il fascino che emanava dal loro modo di fare distinto, semplice e apparentemente cordiale aveva per lui qualcosa di addirittura magico. Non gli poteva venire in mente che tutta quella manifestazione di cordiale signorilità, di spiritosa arguzia e di un così eletto senso di dignità personale potesse non essere altro che una magnifica costruzione artificiale. La maggioranza degli ospiti, nonostante quella loro così imponente apparenza, era costituita da persone piuttosto vuote che, nella loro soddisfatta presunzione, ignoravano perfino che molto di quel che c’era di buono in loro era appunto soltanto una costruzione artificiale, della quale peraltro essi non avevano alcun merito, giacchè ricevuta inconsciamente in eredità.” (Fedor Dostoevskij, “L’idiota”)

Anche Charlotte Curtis, editor delle pagine femminili del New York Times, elegante in nero, taccuino in mano, prenderà parte al “Party at Lenny’s” e non risparmierà neanch’essa, ai due coniugi Bernstein, una buona dose di ironia e disprezzo. Riportando fedelmente quanto accadde, titolerà il pezzo sulla serata da Lenny e Felicia un “elegante tour dei quartieri poveri” e descriverà un acceso dibattito politico fra il padrone di casa e uno dei leader del movimento Black Panters.
La serata diventerà quasi più famosa del Black and white ball organizzato da Truman Capote nel ’66 al Plaza, e farà si che Wolf conii, con la locuzione “radical chic”, una nuova definizione di una certa sinistra snob, mondana e progressista sì, ma con “giudizio”.
Segue putiferio mediatico sulle due sponde dell’Atlantico. Segue editoriale sul New York Times del 16 gennaio, che prende seriamente per i fondelli la serata, definendola il tipo di “slumming”, di percorso nella realtà della classi inferiori che “degrada allo stesso modo protettori e protetti”. Una dura e sana presa in giro della Buona Coscienza Progressista, tutt’ora attuale.
Seguono le spiegazioni imbarazzate via stampa della bella Felicia. Ma “Radical Chic: il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto”, assieme al meno conosciuto ma non meno acuto ed esilarante ” Mau mauizzando i Parapalle” (che pone un’inchiesta sui quasi comici rapporti tra minoranze etniche e burocrazia a San Francisco), non è solo la brillante e maliziosa cronaca della serata come la racconta Tom Wolfe, il dandy vestito di bianco, lo spiritoso e graffiante autore di “Maledetti architetti” e di “Il falò delle vanità”, ma anche la massima prova di quello che sarà chiamato “New Journalism”, un modo di raccontare inaugurato da Truman Capote qualche anno prima con la cronaca della terribile vicenda di “A cold blood”, proseguito con i libri di Norman Mailer, e diventato “lo stile” giornalistico degli anni Sessanta. Un magnifico stile, disceso, peggiorando, fino a noi: una cronaca narrativa che mette in primo piano la voce narrante, che permette al cronista di intrecciare la storia, la “feature”, al suo punto di vista, che cerca di restituire l’atmosfera delle cose e non solo i fatti.
Ciò che differenzia la classica forma di mecenatismo e antico salotto letterario da questa difforme riproduzione, sono le tradizioni di una vecchia società newyorkese e di una nuova Big Apple
dedita ad un intrattenimento volto solo a soddisfare le frustrazioni e il tedio dei privilégié.
La monotonia dei “Cat’s meow” della Manhattan colta e di successo, a sostegno dei raccoglitori d’uva, delle battaglie animaliste contro le pellicce e le regole dell’arredamento chic, i dibattiti da salotto e la cronaca più turpe ma sempre edulcorata.
Una scorzetta di limone che fluttua nel ghiaccio di un Tumbler di cristallo ed un bambino congolese da salvare. Un sole al tramonto, filtrato dal vetro di un lussuoso attico a Park Avenue che illumina solennemente una camicetta di seta bianca, e le mani deturpate di una sarta guatemalteca dentro uno scantinato del South Bronx.
Due immagini distinte che si legano. Le precarie nella totale inconsapevolezza che le proiezioni dal portamento signorile e dal tono distinto vogliano sedurle per introdurle nei circoli benefici dell’alta società.
Wolfe definisce il clima del ricevimento da “nostalgie de la boue”, da nostalgia del fango, insomma, dalla voglia di esplorare lo stile di vita delle classi inferiori.
L’aneddoto iniziale e le successive verità dei fatti narrate, confermano quanto le distanze geografiche e le cronache della storia si neutralizzano per ricomporsi diventando un’unica dimensione atemporale. Succede nei bar del semi centro romano frequentato da giovani stregati da ignote micro criminalità, succede nei salotti bene della New York anni ’70.
L’atomo opaco, seduto come un acaro su uno dei divani di casa Bernstein, sogghigna e si intrattiene con i commensali. Li convince come dovesse convincere Ivan Karamazov, che tutto il “male” del mondo è giocoso e che loro tutti, ne portano lo stendardo.
In quelle tredici stanze squisitamente arredate al trentaduesimo piano del grattacielo, le regine dei salotti e i socialitè, sono serviti da una squadra di camerieri rigorosamente bianchi che servono bocconcini di roquefort ricoperti di noci tritate. C’è tutta una teoria e c’è stato un dibattito, al proposito; devono essere bianchi per non offendere gli afroamericani ospiti. Lenny e il suo ricco gotha scambia ricette di cibo “soul” con gli stranieri.

Ora come ora, immagino il signor Wolfe salire al trentaduesimo piano di una torre sospesa sul vapore acqueo nel regno dei cieli. Ha parcheggiato la sua Baby aerodinamica Kolor Karamella all’entrata consegnando le chiavi a Tommaso Marinetti proclamandosi con un “Varomm!Varomm! That Kandy Kolored, Thphhhhhh! Tangerine-Flake Streamline Baby, Rahghhh! Around the Bend, Brummmmmm!
Kurt Vonnegut, nelle vesti di un concierge, lo guarda:”Un eccellente volume da un genio che ha fatto di tutto per attirare l’attenzione, prego può entrare.”

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