Il Consiglio di Stato vieta l’inglese all’Università? Una vittoria di Pirro.

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Nell’articolo In difesa dei corsi universitari in lingua inglese avevo cercato di argomentare perché alcune materie, in special modo quelle tecnico-scientifiche, possano ragionevolmente essere insegnate in lingua inglese anche nelle Università italiane. L’intervento si inseriva in una polemica a proposito di una sentenza del Consiglio di Stato che, di fatto, impedisce al Politecnico di Milano di tenere i propri corsi magistrali e di dottorato interamente in inglese. Si badi bene che stiamo parlando solo di corsi magistrali e di dottorato: il provvedimento del Politecnico, bocciato dal Consiglio, non toccava i corsi di laurea triennaleIl nostro Antonio Marvasi ha risposto in Galileo e l’invenzione dell’italiano scientifico: questioni tecniche e politiche sui corsi universitari in inglese, muovendo un rilievo giusto: c’è un’altra metà della storia che non è tecnica, bensì politica e sociale e va tenuta anch’essa in conto.

Dirò fin da subito quello che mi sembra il punto cruciale della questione: gli scienziati, che lo sappiano o meno, hanno firmato un patto sociale. La scienza è parte di una cosa più ampia chiamata Cultura, perciò essa è in difetto se il suo sapere non valica le mura delle accademie e non arricchisce tutta la collettività. La cultura è di tutti e dovrebbe continuare ad essere di tutti. Da qui l’obiezione più immediata ai corsi in inglese: che non possiamo insegnare il sapere in una lingua che non è “nostra”, che non può essere compresa da tutti “noi”. A cui si aggiunge un’obiezione più raffinata, ben illustrata da Antonio: se i professori e gli studenti si abituano a parlare solo in inglese, perderanno non già l’abitudine, ma finanche il lessico necessario ad esprimere il proprio sapere nella lingua della comunità in cui vivono, andandosi così a sfaldare quella indispensabile connessione sociale.

Sono entrambe obiezioni ragionevoli, ancora di più se consideriamo che in Italia – e non solo in Italia – esistono evidenti inefficienze nella comunicazione scientifica: la vicenda Stamina, i movimenti no-vax, i negazionisti del cambiamento climatico ne sono il sintomo e non, come alcuni credono, la causa. Oggi la scienza e più in generale la cultura sono sottoposte a una spinta sociale “dal basso”, che chiama tutti ad uno sforzo collettivo per risanare la frattura. Vorrei però ribattere che non è imponendo corsi in italiano che questi problemi profondi saranno risolti. Parliamoci chiaramente. Ciascuno di noi che entrasse in un’aula universitaria a seguire un corso magistrale, o peggio ancora di dottorato, difficilmente capirebbe di cosa si sta parlando, specialmente in materie come biologia, fisica, ingegneria e altre discipline tecnico-scientifiche (insegnate al Politecnico di Milano). Non lo capiremmo neppure se la lezione fosse tenuta in perfetto italiano. Quello che voglio dire è che i corsi di magistrale e di dottorato non sono – e non sono mai stati – il luogo dove si mette in pratica il contratto sociale tra specialisti e cittadini.

Diverso il discorso per i corsi di laurea triennale, per loro natura più introduttivi e pensati per una platea idealmente a digiuno di nozioni specialistiche (come lo sono, appunto, gli studenti appena immatricolati). Se anche questi si fossero tenuti in inglese, allora sì che ci sarebbe stato un eccessivo allontanamento dal principio ideale – da declinare con il dovuto buon senso – che l’Università è un luogo pubblico, dove ciascun italiano può entrare e seguire le lezioni. Non è difficile convincersi che il lessico appreso durante i corsi triennali è già sufficiente a dotare gli studenti di un bagaglio linguistico italiano, adeguato a tutte le future esigenze divulgative. Il problema non è che manchino le parole in italiano. Le parole ci sono. (Dovrei forse ricordare che uno dei libri più venduti e più apprezzati del 2014 è stato Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli, un fisico che vive in Francia, fa ricerca in lingua inglese e però, a quanto pare, divulga argomenti specialistici in un ottimo italiano.) Quello che manca è l’occasione di usare queste parole e la consapevolezza che ce ne sarebbe un gran bisogno.

Nell’articolo Perché lo scienziato deve imparare dall’oratore lamentavo proprio che “gli scienziati dovrebbero interagire di più con le comunità locali e dialogare direttamente con le piccole realtà, invece di scrivere paginate sulle testate nazionali”. C’è oggi una forte esigenza di coinvolgere attivamente gli esperti nella discussione collettiva, per ristabilire un rapporto di fiducia, perché ne va della tenuta del patto culturale delle società moderne. In questo modo si terrebbe letteralmente viva la lingua, parlandola dove serve veramente, invece che imporla per legge nei luoghi dove i non addetti ai lavori non entrano mai.

Per concludere. Mi sembra che chi ha esultato per la sentenza del Consiglio di Stato abbia festeggiato una vittoria di Pirro, felice che l’uso dell’amato italiano sia stato reintrodotto in luoghi dove non metterà mai piede, in situazioni che non impattano sui veri problemi che la comunicazione scientifica deve affrontare nel nostro Paese. Non bisogna dimenticare poi che un’offerta specialistica – ripeto: specialistica – in lingua inglese ha anche il potere di attrarre studenti stranieri: si tratta di proiettare le maestranze in forza all’Università italiana in un bacino di utenza europeo. Una dimensione internazionale che poteva solo giovare agli studenti, italiani o non italiani.

Costantino Pacilio

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