Aborto causa di femminicidio – Manifesto cattolico a Roma conferma suo malgrado l’importanza della legge 194

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Recentemente a Roma la popolazione si è trovata di fronte a dei provocatori manifesti antiabortisti, che sostengono che “La prima causa di femminicidio è l’aborto”.

Il cartello è solo l’inizio di una nuova campagna choc di CitizenGO (fondazione legata agli estremisti Prolife) a pochi giorni dal quarantennale della legge 194 e in vista della «Marcia per la Vita» in programma sabato. Le femministe: «Raggi lo rimuova»

GENIALE AUTOGOL: Spendiamo due parole su quello che a tutti gli effetti si dimostra essere un geniale autogol. Geniale perché il processo creativo non è poi male – e infatti non ha mancato di creare polemica. Il fatto è che si crea un tilt che attira di certo l’attenzione, e che tuttavia non è del tutto visibile, dimostrandosi in un certo senso raffinato. Almeno da un punto di vista della comunicazione. Autogol perché leggendolo attentamente afferma, in maniera chiara e letterale, che l’aborto legale è giusto e necessario.

Facciamo l’equazione: abbiamo il fatto che, in Italia, in questo periodo storico, chi è contrario all’aborto è molto probabilmente un cattolico, conservatore. E così, la battaglia sul femminicidio, è invece una delle principali battaglia della sinistra più politicamente corretta e progressiva. L’idea è semplice: se non hai bisogno di convincere chi è già convinto, dovrai sforzarti di toccare le corde a cui gli “altri” sono sensibili. E così, dato che ovviamente pur non facendone una battaglia, la destra non può che disapprovare il femminicidio – nè osare negarne l’esistenza – ecco il colpo di genio. Essere contro l’aborto, dicono, è essere contro la donna. Un tasto che al giorno d’oggi attira sicuramente l’attenzione dei media. Schematizzando: un tema caro alla sinistra, e politicamente corretto, utilizzato a supporto di un tema caro alla destra, e politicamente scorretto. Senza contare che il femminicidio significa esattamente l’uccisione di una donna, perché donna, da parte di un uomo. La sinistra anti-patriarcato, dice questo cartello, dovrebbe quindi combattere il diritto all’aborto in quanto strumento della dominazione di genere.

LEGGE SULL’ABORTO: La stessa legge sull’aborto legale, quindi, sarebbe un’operazione contro la donna, che addirittura mette in pericolo la sua vita. E siamo arrivati al punto dolente. Perché questa campagna, che da un punto di vista della comunicazione ha qualche merito, forse proprio per questo, in ultima analisi diventa la migliore campagna possibile contro se stesso. Infatti tutto lascia credere che la migliore soluzione per il “femminicidio” che sarebbe l’aborto – e perché non il parto a questo punto? – non può che essere il controllo e l’assistenza professionale.

Dicesi femminicidio: qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte.

Le donne che muoiono a causa di aborti fatti clandestinamente senza le dovute cure mediche, muoiono perché vittime di una nazione che nega loro il diritto alla vita. In questo senso, quelle morti si possono considerare femminicidi. Istituzionalizzati per di più. Il messaggio del manifesto è si radicale; ma nel senso esattamente opporto a quelle che erano le intenzioni.

Facciamo la seconda equazione. Nel mondo, l’aborto non è legale ovunque. Ed è vero che è spesso causa di morte della donna. Ma proprio lì dove le donne sono costrette a ricorrervi illegalmente. Ed è curioso: probabilmente in quei casi potremmo parlare di femminicidio. 43mila donne, ogni anno, secondo alcune stime, muoiono a causa di un paese maschilista che non gli dà il diritto a cure adeguate, perché sono donne.

Si stima che circa 20 milioni di aborti non sicuri vengano eseguiti ogni anno e il 97% di essi si verifica nei paesi in via di sviluppo. Si ritiene che tali pratiche portano a milioni di casi di complicazioni.Le stime della mortalità variano secondo la metodologia e variano da 37 000 a 70 000 negli ultimi dieci anni le morti dovute ad aborti non sicuri rappresentano circa il 13% di tutte le morti materne. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che la mortalità sia tuttavia in calo dagli anni 1990. Per ridurre il numero di aborti non sicuri, le organizzazioni di sanità pubblica sostengono generalmente la legalizzazione dell’aborto, la formazione di personale medico e l’accesso ai servizi sanitari. Tuttavia la Dichiarazione di Dublino sulla Salute Materna, firmata nel 2012, nota che “il divieto dell’aborto non influisce in alcun modo con la disponibilità di cure ottimali per le donne in gravidanza”.

E quindi, tristemente il manifesto affisso a Roma potrebbe avere ragione: l’aborto, dove è praticato illegalmente, potrebbe essere una delle prime cause di femminicidio. Solo che questo non fa che confermare l’assoluta necessità del diritto delle donne di disporre del loro corpo avendo accesso a cure professionali, e il semplice diritto alla vita della donna.

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