Le aspettative troppo alte sui Talent Show – it’s only show business, baby

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Uno degli argomenti più frequenti che vengono fuori nelle conversazioni è l’importanza del Talent Show per chi si occupa di musica; le domande più comuni sono “Che ne pensi?”, “Ti piace?/ Lo odi?” oppure il buon vecchio “Ormai passa tutto da là, no?”. Quando mi trovo in queste situazioni sono spesso in imbarazzo perché in realtà trovo che il mondo dei talent c’entri pochissimo con quello della musica.

Cerco di spiegarmi meglio.

È in dubbio ormai che i talent show siano diventati una parte predominante del mercato discografico. Basta pensare a quanto l’enorme varietà di programmi inerenti la musica che si potevano trovare in televisione già solo una ventina di anni fa ora si siano visibilmente ridotti a due unici formati: il concerto del vivo (sempre più raro e gestito sempre peggio) e, appunto, il talent show. Verrebbe facile quindi pensare che se questi format occupano la maggior parte del tempo dedicato alla musica ne siano quindi un veicolo di trasmissione. Invece no. Anzi, dovremmo provare ad accettare il fatto che, nonostante trattino di musica, non sono assolutamente dei veicoli di informazione o di divulgazione del mondo musicale.

Certo, questo non vuol significa che non facciano in qualche modo bene alle casse delle etichette discografiche o che non provino a essere dei semplici tentativi di svecchiare il panorama musicale italiano. Il punto però è che non sono dei programmi che di occupano di artisti in campo musicale. La musica è un pretesto, un’esca, una scusa per creare un ambiente attraente per il pubblico, ma la serietà degli intenti è praticamente nulla.

Ragioniamo un attimo sui numeri: negli ultimi vent’anni si contano 17 edizioni di Amici di Maria De Filippi, 12 di X-Factor e 5 di The Voice of Italy. Questo vuol dire che, già senza contare tutti gli altri programmi che avrebbero dovuto lanciare artisti musicali sul mercato (come ad esempio Ti Lascio una Canzone che in effetti è riuscita a lanciare Il Volo) avremmo dovuto avere una trentina di grandi artisti scoperti magicamente del sistema televisivo di questi format. Mostri della musica, bravi e talentuosi, con molto da dire e una personalità che, come dimostravano le votazioni da casa, li faceva amare dal pubblico. Invece di questi trenta programmi ricordiamo a malapena 5 o 6 nomi che resistono più di 12 mesi; gli altri, ormai in maniera fisiologica, spariscono nel nulla (salvo poi tornare eventualmente più avanti, quando sono più sicuri di avere qualcosa da dire).

Si capisce quindi che se il successo è rimasto solo per i pochi nomi che tutti sappiamo, dovremmo cominciare a considerare il fatto che il sistema non è in realtà strutturato per scovare nuovi artisti e veri talenti musicali ma solo per fare spettacolo. Personalmente sono dell’idea che i pochi nomi che abbiamo conservato da tutte queste ore di spettacolo avrebbero avuto successo anche senza passare in TV. Esistono ancora infatti degli artisti che arrivano al grande pubblico senza passare per teatrini televisivi e senza osservare le regole dello spettacolo. Perché purtroppo sono proprio queste regole televisive che pur essendo tanto importanti per l’intrattenimento da prima serata diventano deleterie per il percorso artistico di un giovane musicista.

D’altro canto se io cerco un artista dei fornelli non mi aspetto di trovarlo tra i vincitori di Masterchef, quindi non vedo perché qui le cose dovrebbero essere differenti.

Non è un segreto (anche se si prova sempre un po’ di pudore a dirlo ad alta voce) che i programmi televisivi vengano fatti esclusivamente per vendere spazi pubblicitari agli sponsor. Ecco dunque che si crea la necessità di strutturare uno spettacolo con colpi di scena, giudici sopra le righe e concorrenti caricaturali. Questi personaggi, però, devono essere sufficientemente intercambiabili da poter lasciare spazio l’anno seguente ai concorrenti dell’edizione successiva. Personaggi con caratteristiche da commedia teatrale (il timido, la simpatica, il trasgressivo, la bella, il “burino”) che verranno sostituiti l’anno seguente con personaggi appartenenti alla stessa categoria, tutto qui.

Questo è un buon motivo per disprezzarli? Dipende. Sono convinto che non siano questi programmi ad aver ridotto le scelte musicali di questo periodo a poche possibilità. Anzi molto spesso si prendono più colpe di quante meritino. Però, lo ammetto, sono sempre più a disagio quando all’interno di questi spettacoli variopinti sento usare il termine “arte” o il termine “talento”. Sarebbero molto più godibili se ammettessero placidamente che “it’s only show business, baby”.

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